Nuova svolta nella lunghissima campagna elettorale milanese. Il professor Stefano Zecchi ha annunciato la sua candidatura a sindaco sostenuto da tre associazioni. La candidatura di Zecchi nasce con la richiesta del diretto interessato per un ticket specifico. Con l’ex sindaco di Milano Gabriele Albertini, che ha subito dato il suo assenso al progetto. Zecchi ha attaccato l’attuale condizione della città definendola un Expo permanente, e bisognosa di numerosi interventi, per esempio nel campo della sicurezza, ma anche in quello urbanistico e viabilistico. Questo è quello che ha raccontato a Milano Quotidiano. L’INTERVISTA
Partiamo da Gabriele Albertini. Il ruolo da vicesindaco lo convince?
Non mi ha neanche detto “ci devo pensare”. Ho detto alle tre associazioni che ricoprirei questo ruolo solo se Albertini facesse il vicesindaco. Nel 2021 ricordavo che lo stesso Albertini non voleva ricoprire la carica di sindaco, ma sarebbe stato disponibile a ricoprire quella di vicesindaco. Io vado avanti solo se c’è lui. Lui è una figura determinante per ricreare un tessuto civile a Milano. Milano è diventata una città crudele, dove i giovani non riescono a trovare una casa.
Parlando degli attuali candidati del centrodestra: qual è quello che preferisce e quale secondo lei avrà la meglio sugli altri?
La premessa è questa. Questa idea nasce anche per una situazione di stallo nella politica milanese del centrodestra, altrimenti mai ci saremmo sognati di procedere in questo modo. Se venisse fuori con convinzione un candidato del centrodestra, ci ritireremo. Conosco la Sardone, mi piace moltissimo come figura di donna politica. Conosco anche Lupi, eravamo anche colleghi di giunta con Albertini. Lo vedo bene come politico milanese, con esperienza amministrativa. Sono figure molto diverse. La candidatura della Sardone suscita simpatia. Quella di Lupi, almeno a me, suscita rispetto. Perego non lo conosco.
Lei pensa che i partiti stiano sbagliando a puntare sui loro candidati invece di cercare una figura civica?
Io penso che sia sempre più opportuno il politico rispetto al civico. Bisogna però mettersi d’accordo su chi sia il politico. Io sono stato 15 anni in consiglio comunale a Venezia. Sono stato in giunta con Albertini, che è stato sindaco di Milano e parlamentare europeo. Quindi io non sono un politico, nel senso che non vivo con i soldi della politica. Ma la politica l’ho fatta. Sono una figura ibrida. Faccio fatica a pensare a un civico puro, che tende a trasformare la sua consuetudine di un consiglio d’amministrazione in un consiglio comunale. Se il civico è questo io preferisco di gran lunga un politico.
Perché ha definito Milano un “Expo permanente”?
Perché c’è questa prassi che porta a una continua ricerca della competitività sulla reale quantità di vita dei cittadini. Expo costruisce un immagine di Milano, che è tutto fuorché la città abitabile. L’Expo permanente è una città che vive di una competizione estrema e se ne frega della vita della città. Milano oggi non è in grado di soddisfare le esigenze minime dei cittadini, manca quello spirito ambrosiano che ha fatto grande la città coniugando la crescita economica con l’attenzione ai bisogni dei cittadini.
Quali sono le sue proposte per rilanciare Milano a livello culturale e politico?
Noi abbiamo già il programma, il libro che Albertini ha scritto 4 anni fa: “Rivoglio la mia Milano”. Le aree di intervento sono sotto gli occhi di tutti. Una gestione dell’urbanistica che ha messo fuori i cittadini che hanno comprato la casa e non ci possono entrare, avendo già venduto la vecchia casa. Un disastro impressionante. Poi la sicurezza. Qui bisogna intervenire con una squadra di persone competenti, anche segnalate dalla politica. Abbiamo poi il problema della mobilità. Non può esserci un’Area B organizzata in questo modo. Sulla cultura bisogna cercare di favorire le energie creative che oggi vanno altrove. Ai miei tempi feci la Casa della Poesia. Bisogna avere sempre occhi e orecchie attenti alle realtà che crescono nella città, soprattutto in una Milano così ostile ai giovani. Bisogna favorire le grandi istituzioni, cercando di metterle in rete. Noi non abbiamo una fondazione dei musei civici, come c’è a Venezia. L’importante è cercare un’organizzazione amministrativa che consenta velocità di decisioni. Quando ero a Palazzo Marino e c’era la Scala chiusa per il restauro, sono dovuto andare a Mosca per fare degli accordi. Ma questi sono saltati perché dovevo portare la decisione in giunta, poi in consiglio comunale. La rapidità è rilevante.
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