A sinistra hanno finalmente trovato la formula magica. Non un programma, non una visione del Paese, non una proposta capace di mettere d’accordo riformisti, grillini, ambientalisti, socialisti e centristi. No. La soluzione è molto più semplice: far salire tutti a bordo e sperare che l’antipatia per Giorgia Meloni sia sufficiente a tenere insieme la compagnia. Elly Schlein, da Bruxelles, annuncia che il campo largo può diventare ancora più largo. Praticamente una nave da crociera. A bordo ci sono già il Partito democratico, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. Adesso si prepara una cabina anche per Matteo Renzi e per gli altri centristi rimasti momentaneamente sulla banchina.
“L’alleanza progressista è già più larga, l’abbiamo costruita nei tanti comuni e nelle tante regioni dove governiamo insieme senza problemi”. Ecco, appunto: senza problemi. Almeno finché non si parla di politica nazionale, politica estera, giustizia, energia, infrastrutture, imprese, tasse, Ucraina, Nato e rapporti con l’Europa. Su tutto il resto, probabilmente, l’intesa è granitica. La ricostruzione è di Repubblica, che racconta le conseguenze del pranzo tra Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, con i centristi avvisati dell’incontro ma non invitati. Un dettaglio delizioso: siamo tutti alleati, però alcuni mangiano e altri ricevono una telefonata di cortesia.
La segretaria del Pd prova ora a rassicurare la minoranza riformista: “Mai messo veti. Il programma lo scriveremo tutti insieme da settembre”. Meraviglioso. Prima si decide l’alleanza, poi si scrive il programma. Prima si stabilisce chi deve stare dentro, poi si cerca qualcosa su cui essere d’accordo. È come organizzare un matrimonio scegliendo invitati, ristorante e viaggio di nozze prima ancora di conoscere il nome dello sposo. Il punto politico, però, è tutto qui. Il centrosinistra non sta costruendo una coalizione fondata su un progetto comune. Sta assemblando un fronte elettorale il cui vero collante è l’opposizione al presidente del Consiglio. Non importa che Conte e Renzi si siano combattuti per anni. Non importa che il Movimento 5 Stelle abbia fatto del giustizialismo una bandiera, mentre Italia Viva rivendica posizioni garantiste. Non importa che sul sostegno all’Ucraina, sulle politiche industriali o sulle grandi opere le distanze siano evidenti. L’importante è sommare i voti.
Fratoianni parla di un “dibattito surreale”. Bonelli assicura: “Nessuna preclusione per il centro ma aspettiamo che facciano una sintesi tra le cinque forze che ci sono nel Paese”. Cinque forze centriste chiamate a produrre una sintesi per poter entrare in una coalizione che, nel frattempo, non ha ancora prodotto la propria. La sinistra italiana è ormai un laboratorio nel quale tutti chiedono chiarezza agli altri. Il ritorno di Renzi nel recinto progressista rende ancora più evidente la contraddizione. L’ex presidente del Consiglio, per anni indicato da una parte della sinistra come il responsabile di ogni sciagura politica, torna improvvisamente utile perché potrebbe portare qualche decimale necessario a battere Meloni.
Il rottamatore diventa così un pezzo dell’antica mobilia da recuperare in soffitta al momento del trasloco elettorale. Non è un problema personale. È un problema politico. Una coalizione può contenere culture differenti, ma deve possedere almeno una direzione comune. Qui, invece, l’impressione è che la direzione sia soltanto una: Palazzo Chigi.
Un altro segnale è arrivato da Dario Franceschini. Sempre a Repubblica, l’ex ministro ha spiegato senza troppi giri di parole che il vero rischio è “che la destri resti al governo per altri cinque anni”. Riflettori accesi sull’elezione del presidente della Repubblica, che per qualcuno a sinistra è un’esclusiva dei compagni: “Se Meloni si fa eleggere al Quirinale, controllerebbe come capo politico una maggioranza di parlamentari tutti nominati da lei, con il potere di scioglimento delle Camere. Alla guida del governo piazzerebbe un uomo di sua fiducia e l’Italia diventerebbe una Repubblica presidenziale di fatto, senza modifiche costituzionali. Prenderebbe i pieni poteri? Esatto, e non mi pare un rischio teorico dal momento che la legge elettorale sta andando avanti. Aggiungiamoci che i prossimi cinque anni saranno decisivi per il futuro dell’Europa e che il ruolo dell’Italia sarà determinante per questo processo…”. Insomma, il livello è questo.
Il discorso è cristallino: questa non è un’alternativa di governo. È un’accozzaglia preventiva, costruita nella convinzione che per battere Meloni sia sufficiente riunire chiunque non sia Meloni. Può persino funzionare elettoralmente. Le somme, qualche volta, producono una maggioranza. Ma governare richiede qualcosa di più dell’aritmetica: bisogna scegliere, decidere, scontentare qualcuno e assumersi responsabilità. Per ora il campo largo sembra avere molte sedie, molti leader e molti veti non dichiarati. Manca soltanto un particolare: un’idea comune dell’Italia.
Massimo Balsamo, 19 giugno 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI


