Il 10,94 per cento di Futuro Nazionale alle suppletive di Reggio Calabria è un dato da prendere sul serio. Ma prenderlo sul serio non significa prenderlo alla lettera. Perché con Roberto Vannacci il rischio, ormai, sembra essere sempre lo stesso: o liquidarlo come un fenomeno destinato a sgonfiarsi da solo oppure, all’opposto, trasformare qualsiasi segnale favorevole nella prova generale di un terremoto politico nazionale. Due letture opposte, ma entrambe piuttosto comode. E probabilmente entrambe sbagliate.
Partiamo da quello che è successo davvero. Fabio Roscioli, candidato del centrodestra, ha conquistato il seggio alla Camera con il 51,02 per cento dei voti. Frank Benedetto, sostenuto dal campo largo, si è fermato al 36,59. Domenico Giannetta, candidato di Futuro Nazionale, ha raggiunto il 10,94 per cento. Francesco Toscano, infine, si è fermato all’1,44. In termini assoluti, Roscioli ha ottenuto 38.359 voti, Benedetto 27.511 e Giannetta 8.226. Otto mila duecentoventisei voti. È probabilmente questo il numero da tenere davanti agli occhi prima di lanciarsi in qualsiasi interpretazione definitiva.
Vannacci, naturalmente, festeggia. E dal suo punto di vista ha anche qualche ragione politica per farlo: Futuro Nazionale, alla prima prova elettorale con il proprio simbolo, supera la doppia cifra e dimostra di possedere almeno in quel territorio un bacino elettorale riconoscibile. Far finta che il risultato non esista sarebbe miope. Chi pensa di risolvere il problema Vannacci semplicemente aspettando che sparisca rischia di commettere lo stesso errore già visto tante volte con movimenti e leader considerati inizialmente marginali. Ma il passaggio successivo è quello decisivo: non confondere un segnale con una misurazione nazionale.
Alle urne sono andati 77.165 elettori su 345.486 aventi diritto, per un’affluenza del 22,34 per cento. Il dato è molto lontano da quello delle precedenti politiche nel collegio, anche se il confronto va maneggiato con cautela proprio perché una suppletiva ha dinamiche inevitabilmente differenti da una consultazione nazionale. E c’è un’altra particolarità tutt’altro che secondaria: quasi 59 mila aventi diritto risultano residenti all’estero, un elemento che incide sul dato complessivo della partecipazione.
Insomma, non siamo davanti a un campione rappresentativo dell’elettorato italiano. E nemmeno a un sondaggio costruito scientificamente per riprodurne orientamenti, distribuzione territoriale e caratteristiche sociali. Siamo davanti a un voto vero, certo, ma concentrato in un collegio preciso, in una competizione particolare e con una partecipazione limitata.
C’è poi il fattore candidato. Domenico Giannetta non è uno sconosciuto pescato all’ultimo minuto da Vannacci per mettere una bandierina in Calabria. Arrivava da Forza Italia ed era stato capogruppo azzurro in Consiglio regionale prima del passaggio a Futuro Nazionale. Significa che almeno una parte del suo risultato può essere collegata anche a una storia politica personale, a rapporti costruiti sul territorio e a un elettorato che già conosceva il suo nome. Stabilire oggi quanto di quel 10,94 per cento appartenga a Vannacci e quanto a Giannetta sarebbe esercizio più vicino alla divinazione che all’analisi elettorale. Ed è proprio qui che nasce il cortocircuito.
Se Futuro Nazionale avesse preso il 2 per cento, probabilmente qualcuno avrebbe già celebrato la fine politica del generale. Avendo superato il 10, invece, il rischio opposto è raccontare l’esistenza di un nuovo blocco elettorale nazionale già pronto a sconvolgere gli equilibri del centrodestra. La realtà, molto più banalmente, è che oggi non sappiamo ancora quale delle due letture sia più vicina alla verità.
Il voto di Reggio certifica soltanto una cosa: Vannacci ha ottenuto un primo risultato elettorale che impedisce di archiviarlo con una scrollata di spalle. Non certifica però che Futuro Nazionale valga il 10 o l’11 per cento su scala italiana. Per sostenerlo servirebbero prove molto più solide: competizioni distribuite sul territorio nazionale, candidati meno radicati personalmente, un’affluenza paragonabile a quella delle politiche e soprattutto milioni di elettori, non poche migliaia.
Lo stesso vale, naturalmente, per chi vede nel 51,02 per cento di Roscioli la dimostrazione che l’operazione Vannacci sia già fallita. Anche questa sarebbe una conclusione che il voto non consente di trarre. Il centrodestra ha vinto nettamente la suppletiva e ha conservato il seggio. Questo è il fatto. Il resto riguarda scenari che Reggio Calabria, da sola, non può risolvere.
C’è poi una tentazione tutta italiana: attribuire a ogni elezione locale il peso di un referendum nazionale. Succede con i Comuni, con le Regioni e persino con le suppletive. Se il risultato coincide con la propria tesi, diventa improvvisamente la fotografia del Paese; se la contraddice, torna a essere una consultazione territoriale senza particolare significato. Un metodo che funziona benissimo nella propaganda, molto meno nell’analisi.
Ecco perché Vannacci andrebbe osservato senza isterie né infatuazioni. Il suo 10,94 per cento non è un risultato irrilevante. Ma sono, per essere precisi, 8.226 voti. È legittimo per Futuro Nazionale rivendicarli e usarli per alimentare la propria narrazione politica. Sarebbe invece azzardato, per chiunque altro, trasformarli in otto milioni immaginari.
Per capire davvero quanto pesa Vannacci servirà un’altra scala, un’altra affluenza e un’altra elezione. Fino ad allora il risultato di Reggio Calabria resta ciò che è: un primo indizio interessante, non una sentenza sull’Italia.
Massimo Balsamo, 29 settembre 2026
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