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La lite direttore-scrittore

“Sei un bastardo pezzo di m…”. Sallusti bastona il martire Saviano

Il direttore di Libero applica la “regola Saviano”: “Sono scrittore anche io. Adesso cosa fai, mi quereli?”

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Mettiamola così. Alessandro Sallusti non le manda a dire. Anzi. Prende “il sommo maestro Roberto Saviano” e se lo cucina ben bene, rendendogli pan per focaccia. Lui ha dato dei “bastardi” a Matteo Salvini e Giorgia Meloni? Bene, Sallusti lo imita, lo provoca e riferisce gli stessi epiteti all’autore di Gomorra che ieri, alla prima udienza per la querela per diffamazione, ha fatto una sceneggiata epica piena di vittimismo.

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Sallusti nel suo editoriale odierno sintetizza quanto detto ieri dallo scrittore sostenuto da Michela Murgia e Massimo Giannini manco andasse al patibolo. “ieri ha rivendicato con forza una libertà e stabilito un principio: uno scrittore può insultare perché il suo linguaggio, anche se offensivo e ingiurioso, rientra in quella che una volta si chiamava “licenza poetica”, la possibilità cioè di sbagliare volutamente per dare più forza al pensiero”. Insomma: Saviano “ha spiegato che lui non sottostà alle regole, fossero solo quelle della buona educazione, dei comuni mortali perché «io sono uno scrittore, difendo a ogni costo la libertà di parola, questa è una democratura»”.

L’attacco di Sallusti a Saviano

Posto che la democratura in tutto questo non c’entra una mazza, visto e considerato che all’epoca dell’insulto Giorgia Meloni non era al potere ma leader dell’opposizione, Sallusti decide di fare suo “il Verbo del Sommo” e, usando la licenzia poetica che Saviano attribuisce agli scrittori, compreso dunque il direttore di Libero, va all’attacco: “Seguendo il suo consiglio di non mettere limiti al mio pensiero – scrive – perché noi scrittori (ma quali scrittori, intellettuali si addice meglio) godiamo dell’immunità penale e civile dico con chiarezza ciò che penso: Roberto Saviano, sei un bastardo. Di più: Roberto Saviano sei un pezzo di m. a insultare una donna, non ne hai remora perché tu sei un figlio di buona donna, che poi questi non sono altro che sinonimi della parola “bastardo””.

“Che fai, mi quereli?”

Si tratta ovviamente di una provocazione voluta. Che riportiamo per diritto e dovere di cronaca. Il ragionamento del direttore è questo: se basta essere scrittori per criticare aspramente un politico o un avversario politico, allora liberi tutti. “E adesso che fai, sommo bastardo Saviano? – continua Sallusti – Smentisci la tua tesi in base alla quale io scrittore posso insultarti pubblicamente e tu devi tacere? Ti arruoli nella ‘democratura’ e corri in tribunale a querelarmi? Ti ricordo che sono un super scrittore, quindi attento a quello che fai, razza di un bastardo che fai il bullo con una signora che proprio perché premier non può permettersi di rispondere e difendersi come dovrebbe e forse vorrebbe. Abbassa la cresta, chiedi scusa e finiscila lì che fai pena, sempre con licenza parlando”.