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Altro che “annessioni”. Ecco perché dal 1997 i Paesi dell’Est hanno bussato alle porte della Nato

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Anche la Svezia, dopo la Finlandia, ha formalizzato la richiesta di entrare nella Nato. Il percorso, per entrambe, si annuncia difficile, soprattutto a causa del veto minacciato da Recep Tayyip Erdogan, a nome della Turchia. E potrebbe non essere l’unico, visto che la Croazia di Zoran Milanovic (socialista) aveva ventilato l’opzione “veto” ancor prima che venissero formalizzate le due richieste. È chiaro che, allargandosi, la Nato finisce per includere Paesi con interessi e programmi molto divergenti, anche in un momento di unità di fronte al pericolo. Oltre ai malumori interni, la Russia di Putin alterna minacce, sanzioni e toni rassicuranti, non necessariamente in questo ordine.

Ma nella realtà ribaltata del panorama culturale italiano, la richiesta dei due Paesi nordici di aderire ad un’alleanza difensiva diventa una “minaccia”, quella della Russia è invece vista come una comprensibile “reazione”. Significativo è il tweet della professoressa Donatella Di Cesare (docente di filosofia teoretica dell’Università La Sapienza, di Roma):

“L’intempestiva annessione di Svezia e Finlandia alla Nato sarebbe una escalation ulteriore, una sfida alla Federazione Russa, un atto di guerra mentre si finge di parlare di pace”.

La richiesta di adesione diventa una “annessione” e la sfida è posta da chi si difende, non da chi minaccia. Un capolavoro del bipensiero. E una mentalità simile ci permette di capire quanto sia distorto il dibattito italiano, ormai pluri-decennale, su quella che viene chiamata “espansione” della Nato a Est, considerata come la causa prima della guerra in Ucraina.

La cosiddetta “espansione” è in realtà una fuga verso Occidente dei Paesi che erano appena usciti da mezzo secolo di dominazione sovietica e temevano di finire di nuovo sotto la Russia post-sovietica. Troverete sempre, in televisione o su riviste di geopolitica, chi vi dirà che Mosca è diventata aggressiva solo a causa dell’allargamento della Nato ai Paesi dell’ex Patto di Varsavia e dell’ex Urss. Ma questo ragionamento ribalta ancora causa ed effetto. Negli anni ’90, i Paesi dell’ex Urss (Estonia, Lettonia e Lituania) e dell’ex Patto di Varsavia (soprattutto Polonia, Repubblica Ceca e Romania) avevano già tutte le ragioni di temere un nuovo periodo di espansionismo russo. Vediamone alcune.

Il 26 dicembre 1991 l’Unione Sovietica si sciolse, dopo che, in agosto, era fallito un golpe organizzato da Kgb ed esercito, volto a preservare l’Unione anche con la forza. Quando l’Urss si dissolse, sia l’esercito che il Kgb non ammisero mai la sconfitta. Benché in crisi, demoralizzato e sotto-equipaggiato, l’esercito russo iniziò subito una serie di interventi armati, venduti all’estero come missioni di pace e sotto l’egida della nuova Comunità degli Stati Indipendenti (che includeva quasi tutte le repubbliche ex sovietiche). I russi intervennero in Moldavia, dove ritagliarono un nuovo Stato pro-russo nella Transnistria, tuttora indipendente di fatto, ma non di diritto. Lo stesso fecero in Georgia, garantendo la separazione di Ossezia del Sud e Abkhazia. E in Azerbaigian, dove protessero (e proteggono tuttora) la repubblica separatista armena del Nagorno-Karabakh.

Le minoranze russe, russofone e russofile, così come gli alleati tradizionali armeni, permisero all’esercito post-sovietico di proseguire nella sua opera di controllo delle repubbliche ex sovietiche. Altre minoranze russe sono presenti in Estonia e Lettonia ed in quasi tutte le nazioni dell’Europa centrale, ci sono comunque problemi etnici che, se sapientemente sfruttati dal Cremlino, possono sfociare in conflitti. L’interventismo dell’esercito russo fu la prima fonte di preoccupazione per tutti i Paesi che si erano appena liberati da Mosca. Negli anni successivi, il modo brutale con cui l’Armata represse il separatismo della Cecenia, invadendo la regione, fu poi un altro segnale che la Russia sarebbe stato un vicino ancora molto pericoloso.

Una seconda ragione è sotto gli occhi di tutti, basta guardare la mappa dell’Europa centrale: Kaliningrad. Una exclave russa sul Baltico, incastonata fra Polonia e Lituania, potrebbe costituire un’opportunità, se diventasse un hub commerciale, una zona di sviluppo speciale, un porto franco esentasse. Ma la Russia ha avuto, sin da subito, progetti molto diversi per quel territorio, militarizzandolo al massimo. Kaliningrad divenne una zona impenetrabile, militare ed economicamente depressa. Nonostante molti miglioramenti negli anni 2000, rimane tuttora una delle aree più militarizzate d’Europa ed ospita anche decine di testate nucleari. I Paesi Baltici e la Polonia vivono quella presenza inquietante russa come una lama puntata alle loro gole. E non hanno tutti i torti.

Il presidente Boris Eltsin (in carica dal 1991 al 2000) aveva progetti di modernizzazione liberale e di riavvicinamento della Russia all’Occidente. Questa presenza amica al Cremlino ha permesso alla Russia e all’Europa di non arrivare subito allo scontro sin dagli anni ’90. Ma il potere di Eltsin è sempre stato molto fragile e conteso. Nell’ottobre del 1993, a seguito di uno scontro istituzionale fra Presidenza e Parlamento, i nazionalisti, alleati con i comunisti, hanno cercato di prendere il potere. Non ci sono riusciti, ma nelle repubbliche ex sovietiche e in quelle dell’ex Patto di Varsavia, è rimasta la paura di un colpo di Stato rosso-bruno che riportasse la Russia nei binari dell’espansionismo. Il golpe fallì, allora, ma lasciò il segno anche nel Cremlino: Eltsin, in quella occasione, si accorse che l’esercito era diviso e ideologicamente incline ad appoggiare i rosso-bruni. Il rischio di guerra civile era concreto. Dalla fine del 1993 in poi, Eltsin dovette concedere molta più libertà di azione a generali esplicitamente nostalgici dell’Urss e coabitare con governi (come quello di Primakov) post-sovietici e anti-occidentali.

Sono motivi sufficienti per avere paura? Sì, per chi ha vissuto per mezzo secolo sotto il tallone di Mosca. Ed è questo il motivo che ha spinto i Paesi Baltici e quelli dell’ex Patto di Varsavia a bussare furiosamente alla porta della Nato, finché non gli abbiamo aperto. La stessa porta non è stata aperta a Georgia e Ucraina. La prima è stata invasa dai russi nel 2008, la seconda dal 2014. Poi ci chiediamo perché Finlandia e Svezia vogliano entrare?