Economia

Da quale pulpito torna la patrimoniale: una pretesa oscena

Occhio al sermone fiscale di Avvenire: prima di indicare i beni dei cittadini come terreno di conquista fiscale, sarebbe opportuno guardare ai privilegi di chi predica nuovi sacrifici

zuppi stato chiesa Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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La patrimoniale non scompare mai davvero: resta sullo sfondo del dibattito pubblico, pronta a riapparire ogni volta che la politica non vuole affrontare il vero problema, cioè la spesa pubblica.

Questa volta il tema riaffiora su Avvenire, quotidiano della Cei, dove si torna a ragionare di grandi patrimoni, successioni e nuove forme di prelievo. Il copione è noto: si parla di equità, redistribuzione, sacrifici necessari. Si tace, però, sul punto essenziale: la patrimoniale è un’aggressione alla proprietà privata e colpisce ricchezza già tassata, risparmiata, investita, immobilizzata, spesso costruita in una vita intera.

L’8 per mille e l’esenzione Imu

Da quale pulpito arriva dunque questo sermone fiscale? La Chiesa italiana – com’è risaputo – beneficia dell’8 per mille, alimentato dalle scelte dei contribuenti e dal meccanismo di riparto delle quote non espresse. Non si tratta di una marginale contribuzione volontaria, ma di un flusso rilevantissimo, destinato non soltanto alla carità, come spesso si lascia intendere, ma anche, soprattutto, al sostentamento del clero e poi alle esigenze di culto e pastorale.

Il punto è politicamente decisivo: chi riceve risorse attraverso un meccanismo collegato all’Irpef dovrebbe usare estrema prudenza prima di suggerire ulteriori prelievi sui beni altrui.

A ciò si aggiunge la questione, non affatto secondaria, degli immobili ecclesiastici. Per anni il tema delle esenzioni Ici e Imu ha alimentato polemiche, contenziosi e discussioni pubbliche. Anche qui la contraddizione è evidente: chi gode di un trattamento fiscale particolarmente favorevole non può trasformarsi con disinvoltura in predicatore di nuove imposte sulla proprietà privata. Prima di indicare il patrimonio dei cittadini come una riserva da aggredire, sarebbe più credibile rinunciare ai propri vantaggi.

Vi è poi un altro aspetto, quasi sempre ignorato. La riforma del 1985 aveva previsto che il sostentamento del clero fosse assicurato soprattutto dal patrimonio ecclesiastico e dalle offerte dei fedeli, attraverso gli istituti diocesani. Col tempo, però, il sistema è diventato fortemente dipendente dai fondi dell’8 per mille.

Non solo. Poiché i redditi percepiti dai sacerdoti concorrono alla determinazione del sostentamento, l’insegnamento nelle scuole ha perso gran parte della sua convenienza economica: lo stipendio corrisposto dallo Stato riduceva infatti l’integrazione riconosciuta dagli organismi ecclesiastici. Anche per questo la presenza dei preti nelle aule si è progressivamente assottigliata, fino quasi a scomparire, lasciando spazio a insegnanti laici di religione designati dall’autorità ecclesiastica ma retribuiti dall’erario.

Il risultato è paradossale: meno sacerdoti nelle scuole, più personale pagato dallo Stato, e un sistema che continua a dipendere largamente dal contribuente.

La patrimoniale, è bene ribadirlo, non è una tassa come le altre: non colpisce un reddito nuovo, ma ciò che resta dopo anni di imposte sul lavoro, sull’impresa, sui consumi, sugli immobili, sui risparmi e sugli investimenti.

L’inganno della patrimoniale

Luigi Einaudi lo ha spiegato con una formula limpida: tassare il patrimonio significa tassare due volte il reddito. È il punto che i suoi sostenitori aggirano: descrivono il patrimonio come una massa ferma e disponibile, quasi colpevole, mentre esso è fatto di case, aziende, quote societarie, titoli, terreni, botteghe, capannoni, risparmi familiari.

Per pagarla, spesso, occorre vendere. E quando molti sono costretti a vendere, si deprimono i valori, si restringe il credito, si indeboliscono imprese e famiglie.

Qui sta l’inganno. Il prelievo viene presentato come un colpo ai “ricchi”, ma finisce per minacciare chiunque abbia costruito qualcosa: il proprietario di casa, il piccolo imprenditore, il professionista, la famiglia che ha risparmiato, chi ha investito invece di dissipare il proprio reddito.

Incapace di contenere la spesa e di ridurre gli sprechi, lo Stato guarda al patrimonio privato come a un bottino: se il denaro pubblico non basta mai, non si corregge la spesa, si inventa un nuovo prelievo.

A sua volta, e con impareggiabile maestria, Sergio Ricossa ha colto il punto morale della questione quando ha scritto:

In fatto di morale, il fisco è due volte peccatore: quando fa pagare tributi ingiusti, e quando concede sanatorie, amnistie e condoni agli evasori.

La patrimoniale rientra pienamente in questa patologia: punisce chi ha conservato, chi ha dichiarato, chi ha investito alla luce del sole. Non educa alla responsabilità, premia invece l’idea opposta: meglio consumare tutto, occultare, fuggire, non accumulare nulla che possa domani diventare bersaglio del fisco.

Una pretesa oscena

Il problema italiano non è la scarsità di tasse. È l’eccesso di spesa pubblica, di intermediazione politica, di apparati improduttivi, di promesse finanziate sempre con il denaro degli altri. Chiedere ai cittadini di vendere pezzi del proprio patrimonio per consegnare il ricavato a uno Stato incapace di disciplinarsi è una pretesa oscena. Ancora più oscena quando viene nobilitata con il linguaggio della solidarietà.

La solidarietà, quella autentica, nasce dalla libertà, dalla responsabilità personale, dalla carità volontaria, dalla cooperazione civile. Quando diventa prelievo obbligatorio, amministrato da burocrazie e giustificato con l’invidia sociale, cambia natura. Non è più virtù: diventa coercizione.

Per questo la patrimoniale va respinta senza timidezze. Non perché si vogliano difendere privilegi, ma perché si difende il principio elementare secondo cui ciò che una persona costruisce legittimamente non appartiene allo Stato. La proprietà privata non è una colpa da espiare, è presidio di libertà, indipendenza, responsabilità e dignità.

E prima che il giornale della Cei torni a chiedere sacrifici sui patrimoni degli altri, sarebbe bene ricordare una regola semplice: chi predica nuove tasse dovrebbe cominciare dal rinunciare ai propri vantaggi. Altrimenti il citato sermone fiscale resta quello che appare: una lezione impartita dal pulpito sbagliato.

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