Avete presente quella storia romantica secondo cui “il sole e il vento sono gratis”? È il mantra preferito dei convegni sull’ecologia, un’immagine bucolica che ci dipinge come felici abitanti di un mondo dove l’energia piove dal cielo, letteralmente.
Certo, la radiazione solare, il nostro motore primo da cui si originano tutti i fenomeni climatici terrestri (incluso il vento), arriva sul nostro pianeta senza “costi in fattura”, come direbbero quei buontemponi di ecologisti. Il problema però è che, tra il raggio di luce che colpisce un pannello fotovoltaico o la raffica di vento che investe il rotore di una turbina eolica e la lampadina che si accende nel vostro salotto, si inserisce un sistema di una complessità tale da far impallidire persino i complessi calcoli della Nasa sulle traiettorie delle sonde spaziali.
Paradosso energetico
In Italia, così come nel resto d’Europa, abbiamo compiuto un miracolo al contrario: siamo riusciti a riempire i campi di silicio e i crinali di pale rotanti ma, ogni volta che apriamo la nostra bolletta elettrica, l’unica cosa immancabilmente sempre “rinnovabile” è il nostro stupore davanti alla cifra finale.
Com’è infatti possibile che, più impestiamo l’ambiente con quegli orridi pannelli fotovoltaici, neri come jettatori, e quelle enormi turbine eoliche, minacciosi giganti semoventi, e più il conto diventa salato? Ma quindi sole e vento non sono gratis!
La risposta sta in un labirinto di oneri di sistema che finanziano scelte di vent’anni fa, mercati che premiano la fonte più cara e una CO2 che costa più dell’oro. Benvenuti nel paradosso energetico italiano: dove poco meno di metà dell’energia è teoricamente gratis ma i cittadini pagano più di sempre per far arricchire i soliti noti.
Ma procediamo con ordine e cerchiamo come al solito di districarci in questi temi che, ne sono sicuro, sono stati volutamente resi complicati per far sì che non ci si capisca nulla, un po’ come quegli imbonitori di altri tempi che imbrogliavano i malcapitati avventori con il gioco delle tre carte.
Evoluzione della struttura produttiva
L’evoluzione energetica dell’Italia negli ultimi 25 anni, tra il 2000 e il 2025, rappresenta una delle trasformazioni industriali e sociali più radicali della storia repubblicana. In un quarto di secolo, il sistema elettrico italiano è passato dall’essere quasi interamente dipendente dai combustibili fossili a un modello dove fotovoltaico ed eolico, abbandonato il carattere di “energie alternative” che avevano avuto per tutti gli anni ’90 come alternativa, appunto, a quella che gli scienziati avevano preconizzato essere la fine delle riserve petrolifere di lì a pochi anni, sono diventate fonti strutturali, coprendo oggi il 40 per cento circa dei consumi di energia elettrica.
A determinare questo boom sono stati i generosissimi incentivi e sussidi disposti dalle leggi promulgate dagli Stati in risposta alla minaccia incombente di catastrofe climatica che si sarebbe abbattuta sul pianeta se non si fossero ridotte le emissioni di CO2 e, quindi, se non si fosse ridotta la quota di energia prodotta con i combustibili fossili in favore delle tecnologie “pulite” che, per inciso, pulite sono solo da questo lato del pianeta, ché invece laddove si costruiscono sono tutt’altro che “clean”.
La parabola degli incentivi
L’inizio del millennio è segnato dal Decreto Bersani (1999) che ha avviato la liberalizzazione del mercato e introdotto i primi oneri per sostenere le rinnovabili. Tuttavia, la vera rivoluzione per il solare è arrivata con il Conto Energia, introdotto nel 2005.
I Conti Energia (2005-2013)
Sono stati cinque i decreti che hanno erogato incentivi diretti sulla produzione elettrica (tariffe “feed-in“). Questi sussidi, estremamente generosi nelle prime fasi, hanno causato un’esplosione delle installazioni ma anche un peso crescente sugli oneri di sistema in bolletta.
Il cuore del sistema era un premio in denaro per tutta l’energia prodotta dall’impianto, indipendentemente dal fatto che la si usasse per scopi domestici o la si immettesse in rete. Le remunerazioni erano cifre da capogiro: nel primo conto energia (2005), la tariffa arrivava a circa 0,45 – 0,49 euro/kWh. Per capire l’assurdità: l’energia allora costava circa 0,15 euro/kWh, quindi lo Stato pagava il triplo del valore di mercato di quell’energia e poi il gestore di rete provvedeva a ribaltarci quei costi in bolletta.
La durata degli incentivi era ventennale: chi ha installato un impianto allora, ha firmato un contratto col GSE (Gestore Servizi Energetici) che garantisce questi pagamenti per vent’anni. Ecco perché nel 2026 stiamo ancora pagando gli impianti del 2010.
L’evoluzione dei Conti Energia
- I e II Conto (2005-2010): Il periodo d’oro. Tariffe altissime e burocrazia ancora gestibile.
- III e IV Conto (2010-2011): Si introduce il concetto di “piccoli” e “grandi” impianti e si abbassano le tariffe per tentare di limitare – molto spesso invano – le speculazioni selvagge sui terreni agricoli.
- V Conto (2012-2013): L’ultimo atto. Qui la festa finisce: l’incentivo non è più su tutta l’energia prodotta, ma viene introdotta una tariffa premio per l’autoconsumo e una tariffa “onnicomprensiva” solo per quella immessa in rete.
Lo Scambio sul Posto (SSP)
Oltre alla tariffa del Conto Energia, molti potevano aderire al cosiddetto “Scambio sul Posto”, un meccanismo di compensazione in vigore fino allo scorso anno che consentiva una remunerazione dedicata che incentivasse l’autoconsumo.
Il Ritiro Dedicato
Lo Scambio Sul Posto è stato sostituito con il cosiddetto “Ritiro Dedicato”, una semplice vendita di energia alla tariffa in vigore in quel dato momento e in quella data zona geografica (es. Nord, Centro-Sud, Sicilia) con un prezzo minimo garantito (PMG) che oggi vale circa 5,95 cent/kWh.
La maturità tecnologica (2014-2024)
Esauriti gli incentivi diretti del Conto Energia, il sostegno si è spostato verso le detrazioni fiscali per il piccolo fotovoltaico domestico e le aste e i registri (FER 1) per i grandi impianti eolici e solari.
L’era attuale (2025-)
Il sistema punta oggi sulle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) e su nuovi decreti (FER 2) per tecnologie meno mature, mentre il fotovoltaico “utility-scale” corre verso la parità di mercato senza sussidi diretti.
Questo sistema di incentivi ha causato un’esplosione di installazioni in pochissimi anni ma ha creato un debito enorme: circa 12 miliardi di euro all’anno di incentivi totali, oltre al costo delle opere infrastrutturali, che vengono prelevati direttamente dalle bollette di tutti noi sotto la voce Oneri di Sistema (componente Asos).
L’asimmetria tra potenza installata e produzione
Un’analisi rigorosa dell’evoluzione energetica italiana non può prescindere dalla distinzione tra la capacità nominale installata e l’energia effettivamente immessa in rete. Negli ultimi 25 anni, l’Italia ha assistito a una crescita esponenziale della prima che tuttavia non ha trovato un riscontro proporzionale nella seconda a causa di una variabile strutturale: il fattore di capacità (capacity factor).
Se si guarda infatti l’evoluzione della potenza installata (da qualsiasi fonte) e dell’energia prodotta negli ultimi 25 anni, si nota che, mentre la prima è raddoppiata, quest’ultima si è mantenuta pressoché costante.

Il fattore di capacità rappresenta il rapporto tra l’energia prodotta da un impianto in un anno e quella che avrebbe prodotto se avesse operato ininterrottamente alla massima potenza. Per le fonti rinnovabili non programmabili, questo indice evidenzia i limiti intrinseci delle fonti rinnovabili.
Fotovoltaico
In Italia, il fattore di capacità medio oscilla tra il 13 e il 16 per cento, a seconda della latitudine dell’installazione. Ciò significa che un pannello solare produce energia a pieno regime per un equivalente di circa 1.200-1.400 ore annue su un totale di 8.760. La produzione è vincolata ai cicli giorno-notte e alle condizioni meteorologiche.
A peggiorare le cose, installazioni selvagge, soprattutto negli ultimi anni, senza alcun criterio da parte di installatori senza scrupoli, e molto spesso senza conoscenze tecniche, che hanno ridotto sempre più il fattore di capacità introducendo inefficienze che si traducono in uno sfruttamento non ottimale della risorsa solare, come si evince dal grafico seguente.

Ricordiamo infine che la potenza nominale di un impianto fotovoltaico si raggiunge quando esso è investito ortogonalmente da una radiazione solare pari a 1.000 W/m2, condizione che alle nostre latitudini si verifica per una trentina di ore l’anno circa a cavallo del solstizio d’estate.
Eolico
In Italia, l’eolico onshore ha un fattore di capacità medio che oscilla tra il 20 e il 25 per cento (circa 1.800-2.200 ore equivalenti) a seconda della ventosità del sito. Le aree più promettenti sono concentrate nel Sud e nelle Isole.
Anche per l’eolico vale la stessa considerazione fatta per il fotovoltaico: installazioni selvagge, molto spesso improvvisate, soprattutto negli ultimi anni, senza alcun criterio e molto spesso senza nemmeno il rispetto delle distanze minime tra le turbine eoliche per evitare le interferenze reciproche, che hanno ridotto sempre più il fattore di capacità introducendo inefficienze che si traducono in uno sfruttamento non ottimale della risorsa eolica, come si evince dal grafico seguente.

Ricordiamo infine che la potenza nominale di una turbina eolica si raggiunge quando la velocità del vento al mozzo è maggiore o uguale a circa 12 m/s (43,2 km/h), evento che, per la maggior parte dei siti italiani, si verifica per non più di un centinaio di ore l’anno.
Il costo dell’intermittenza
Questa divergenza intrinseca tra potenza installata ed energia prodotta genera una criticità economica e infrastrutturale: per sostituire la produzione costante di 1 GW di potenza da fonte fossile, è necessario installare una potenza nominale rinnovabile sensibilmente superiore (circa 6-7 volte per il solare, 4-5 volte per l’eolico).
Inoltre, l’imprevedibilità e l’intermittenza di queste fonti impone al sistema elettrico nazionale il mantenimento di una riserva di potenza tradizionale sempre operativa (in stand-by). Terna, il gestore della rete, deve dunque gestire un sistema duale: da un lato l’eccesso di produzione rinnovabile nelle ore di punta, dall’altro la necessità di ricorrere al gas non appena la produzione naturale flette.
Questo sfasamento tra investimenti in capacità e resa effettiva spiega perché, nonostante l’incremento delle fonti cosiddette “green”, i costi di bilanciamento e dispacciamento della rete siano aumentati, riflettendosi inevitabilmente sulle componenti tariffarie della bolletta elettrica.
Infrastrutture e Rete: il ruolo di Terna
Il passaggio da poche grandi centrali a milioni di piccoli impianti distribuiti ha richiesto investimenti colossali. Terna, il gestore della rete nazionale, ha dovuto adattare l’infrastruttura per gestire l’intermittenza del vento e del sole, introducendo sistemi di accumulo e potenziando le dorsali di trasmissione tra il Sud (produttore) e il Nord (consumatore). Neanche a dirlo, tutti questi costi vengono poi ribaltati sui consumatori attraverso i mille rivoli dal significato arcano di cu si compone la bolletta.
La metamorfosi della bolletta elettrica
In questi 25 anni, la struttura del prezzo che paghiamo in bolletta è cambiata profondamente, diventando un vero e proprio strumento di politica economica oltre che di pagamento del servizio.
- Composizione: Il costo non è più solo “materia energia”. Una fetta significativa (circa il 20-22 per cento) è oggi composta dagli oneri di sistema, che finanziano proprio quegli incentivi alle rinnovabili citati in precedenza.
- Componenti: Oltre all’energia, paghiamo il trasporto e la gestione del contatore, le imposte e l’IVA. Recentemente, nel 2025, si è assistito a un azzeramento temporaneo di alcune componenti (come la Asos) per mitigare i rincari.
Il meccanismo del Prezzo Marginale
In Italia, come in gran parte d’Europa, il prezzo all’ingrosso dell’elettricità (PUN – Prezzo Unico Nazionale) è determinato dal sistema del merit order (ordine di merito).
- Come funziona: Tutte le fonti (solare, eolico, idroelettrico, gas, carbone, biomasse, geotermico) offrono la loro energia sul mercato. Si parte dalle più economiche (rinnovabili) per coprire la domanda.
- Il paradosso: Il prezzo finale pagato a tutti i produttori è quello dell’ultima unità di energia necessaria a soddisfare la domanda totale. Poiché le rinnovabili sono intermittenti e non bastano a coprire l’intero fabbisogno nazionale, l’ultima fonte chiamata a produrre è quasi sempre una centrale a gas.
- Risultato: Anche se il 40 per cento dell’energia è prodotta dal sole e dal vento, se l’ultimo miglio è prodotto con il gas, tutta l’energia viene pagata al prezzo del gas. Il risultato è quindi un costo marginale dell’energia elettrica elevatissimo per i consumatori e guadagni spaventosi per gli operatori degli impianti a energia rinnovabile.
Gli oneri ETS (Emission Trading System)
Ad aggravare la situazione del costo marginale dell’energia elettrica che abbiamo visto essere determinato sostanzialmente dal gas, i produttori che utilizzano combustibili fossili devono acquistare “permessi di emissione” di CO2. Negli ultimi anni, il costo dei certificati ETS è passato da circa 20 euro/tonCO2 a picchi di 80-100 euro/tonCO2.
Questo costo viene scaricato direttamente nel prezzo di vendita del produttore a gas e vale all’incirca 3 cent/kWh. Di conseguenza, il “prezzo marginale” sale ulteriormente, trascinando con sé anche il costo dell’energia che non emette CO2.
Questo è anche il motivo per cui i recenti sgravi sul costo degli ETS per gli operatori delle centrali a gas introdotti dal governo nel ”decreto bollette” hanno invece visto lo scontento unanime degli operatori degli impianti a energia rinnovabile che, in tal modo, riducendosi il prezzo marginale del kWh da gas, vedranno conseguentemente ridurre i loro profitti.
La “cannibalizzazione” dei prezzi e i costi di bilanciamento
Sebbene le rinnovabili abbiano abbassato il prezzo dell’energia nelle ore centrali della giornata, questo crea un nuovo costo: la stabilità della rete. Lo Stato e i consumatori pagano costi elevati per i servizi di dispacciamento: centrali a gas tenute “accese al minimo” o sistemi di accumulo pronti a intervenire quando cala il vento o tramonta il sole. Questi costi finiscono direttamente negli oneri di sistema della bolletta.
Il peso del passato: i vecchi sussidi
Molti degli incentivi generosi concessi tra il 2005 e il 2013 (Conti Energia) sono ancora in fase di ammortamento e noi stiamo pagando oggi le installazioni fatte 15 anni fa tramite la componente Asos degli oneri di sistema, che pesa per miliardi di euro ogni anno sulle bollette domestiche. In sintesi, paghiamo il gas perché è la fonte “di chiusura” del mercato e paghiamo le rinnovabili due volte: una per gli incentivi passati e una per la gestione della loro intermittenza attuale.
Tiriamo le somme
Tirando le somme, scopriamo che, in 25 anni, per le fonti rinnovabili abbiamo contribuito con poco meno di 240 miliardi di euro tra incentivi, sussidi e opere infrastrutturali: per tre quarti con le nostre bollette (180 miliardi di euro circa) e per la rimanenza (60 miliardi di euro) con i sussidi statali, una parte dei famosi “Sussidi Ambientalmente Favorevoli” o SAF così tanto cari a Bonelli, Fratoianni e Co.

Come si vede dal grafico, è un’esplosione esponenziale di incentivazioni che non è più tollerabile per due motivi: innanzitutto perché la crisi energetica legata alla guerra in Iran farà sentire i suoi effetti devastanti nei prossimi mesi e occorre quindi per tempo un cambio radicale di paradigma.
Ad esempio, non solo la sospensione degli ETS e del “Green Deal”, scelte oramai improcrastinabili se vogliamo avere una speranza di sopravvivenza, ma una revisione profonda del meccanismo di composizione dei prezzi energetici, dal momento che non è più tollerabile lasciare campo libero a speculazioni e a regole assurde.
In secondo luogo, perché eolico e fotovoltaico sono tecnologie mature da almeno due decenni e non vi è più alcun motivo valido per continuare a sostenerle ad libitum.
Cornuti e mazziati
I governi succedutisi negli ultimi 25 anni hanno utilizzato le bollette elettriche per scaricare su noi consumatori tutti i costi delle loro folli politiche “green” senza chiederci il permesso: quando paghiamo per 1 kWh di energia elettrica consumata, quindi, non stiamo solo pagando il corrispettivo di un bene ma ci stiamo sobbarcando, a nostra insaputa e contro la nostra volontà, l’onere di politiche ideologiche che non abbiamo voluto.
Nel 2000, una famiglia di 4 persone che consumava 3.500 kWh l’anno pagava circa 400 euro, 652 euro odierni. Oggi, quella stessa famiglia paga non meno di 1.300 euro, il doppio.
Ottimo risultato davvero: in cambio dei 240 miliardi di euro regalati agli operatori degli impianti eolici e fotovoltaici abbiamo avuto il raddoppio dei costi energetici. Al Paese mio questo si chiama essere “cornuti e mazziati”.
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© torstensimon, Africa images e sellingpix tramite Canva.com


