Se il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu fosse un teatro dell’assurdo, Francesca Albanese sarebbe l’interprete che si presenta con il copione già firmato da Hamas, recita in solitaria e pretende l’ovazione prima ancora che il sipario si apra. Ogni battuta – rigorosamente scritta da lei – ha un solo antagonista: Israele, Israele, e poi ancora Israele.
Il solito format
L’ultima messinscena, andata in onda a Ginevra il 3 luglio, avrebbe dovuto essere un dramma giuridico internazionale. Si è rivelata piuttosto una commedia involontaria.
Durante l’udienza, Hillel Neuer di UN Watch ha avuto l’ardire di domandare come fosse possibile che in 25 pagine sulla situazione a Gaza non ci fosse un solo accenno a Hamas, Hezbollah, l’Iran o al piccolo dettaglio dell’attacco del 7 Ottobre. Albanese ha risposto con l’eleganza di un avvocato che dimentica il cadavere nella causa per omicidio. Poi, alla domanda su chi avesse finanziato i suoi viaggi in Australia e Nuova Zelanda, ha sfoderato l’indignazione d’ordinanza.
Classico teatro dell’evasione morale: indignazione, distrazione, poi fuga. Del resto, non è un errore. È il format. Albanese non è una relatrice, è una narrativa ambulante. Dal 2022 è la Special Rapporteur sui territori palestinesi, ruolo assunto con un curriculum che comprendeva tweet sull’apartheid israeliano, accuse agli Stati Uniti e una visione della storia mediorientale come remake de “Il colonialismo spiegato a mio nipote woke”. Nessuno all’Onu ha avuto obiezioni. La neutralità è sopravvalutata.
Nel suo ultimo report, pubblicato il 1 luglio, Albanese ha superato se stessa: Israele accusato di genocidio, richieste di sanzioni globali, embargo militare e incriminazioni internazionali. Ha anche stilato una lista nera di oltre 60 aziende, inclusi 20 marchi americani, presumibilmente colpevoli di fornire toner alle stampanti sioniste. Ciliegina: ha suggerito di negare lo spazio aereo all’aereo di Netanyahu. Politica estera secondo Almodóvar.
Gli Usa hanno detto basta
Ma la pazienza americana è finita. Come parte delle accuse, è emerso anche un dettaglio da commedia legale: Albanese non ha mai superato l’esame da avvocato. Eppure ha vissuto professionalmente come se lo fosse, tra conferenze, pareri e pose da giurista internazionalista. Una carriera costruita come romanzo di formazione senza formazione: molto pathos, poca abilitazione.
Poi, il 9 luglio, il segretario di Stato Usa Marco Rubio ha annunciato sanzioni contro Albanese: ingresso vietato, beni congelati, visti revocati. La misura rientra nell’ordine esecutivo 14203, inizialmente pensato per proteggere ufficiali americani dalla Corte Penale Internazionale. Ma, a quanto pare, funziona bene anche contro chi usa l’Onu come pulpito militante. Rubio l’ha accusata di “antisemitismo militante” e di usare il diritto internazionale per sdoganare il terrorismo. In diplomazia, è come darle una sberla con la Costituzione americana.
Albanese non è nuova a confusioni di ruolo. Non fa la relatrice, fa la testimonial. Ha chiesto embarghi, promosso l’esecuzione dei mandati della CPI, e scritto report che sembrano usciti da un centro sociale con accesso a una stampante laser. E quando qualcuno chiede chi paga i suoi voli e soggiorni, la risposta è sempre la stessa: indignazione. Non può parlare. Troppa trasparenza le nuocerebbe.
Che l’Onu la tolleri non stupisce. Che ci sia voluto tutto questo tempo per una risposta decisa da un governo occidentale è ciò che sorprende. Il problema non è Albanese in sé, ma il meccanismo che la protegge: un’istituzione che affida la moralità a funzionari scollegati da ogni dovere di responsabilità. In fondo, il Consiglio per i Diritti Umani è sempre stato affetto da deficit di credibilità. Con Albanese ha raggiunto il tracollo sistemico.
Ora lei porterà le sanzioni come se fossero le insegne al merito di un’accademia immaginaria. I fan parleranno di censura, martirio, con la stessa serietà con cui si gioca a Risiko. Ma non è censura. È igiene istituzionale. Gli Stati Uniti hanno posto un limite che l’Onu non ha mai avuto il coraggio di tracciare. Albanese lo ha superato, con entusiasmo, trasformando un ruolo tecnico in un megafono ideologico.
Il soccorso Pd
E mentre tutto questo accade, in Italia il Partito democratico sente il bisogno di difendere l’indifendibile. Elly Schlein ha dichiarato che le sanzioni contro Albanese sono “l’ennesimo attacco al multilateralismo da parte di Trump”. Il Pd ha perfino presentato un’interrogazione parlamentare urgente. Pare sia più urgente difendere Francesca Albanese che rispondere alle famiglie israeliane ancora in lutto.
Federico Punzi ha notato, con sobrietà da stand-up, che nella difesa di Albanese il Pd si trova in ottima compagnia: Hamas. Non è finita. Il sindaco di Bari, Vito Leccese, ha annunciato “con orgoglio” che conferirà ad Albanese le chiavi della città. Le stesse chiavi già assegnate a Wael Al-Dahdouh, capo di Al Jazeera a Gaza e membro della Jihad islamica. Se qualcuno trovasse anche il codice del portone, si prega di avvisare.
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