Come i Paesi arabi, anche l’Iran ha ospitato per migliaia di anni una minoranza ebraica consistente, presente sul territorio da molto prima che arrivasse la religione islamica, ma che oggi è molto più ridotta: secondo un rapporto presentato nel settembre 2025 al Consiglio Onu per i Diritti Umani, nel 1948 si stima che fossero più di 100.000 gli ebrei che ci vivevano, ma nel 2025 erano rimasti poco più di 8.700.
Nonostante molti di loro siano arrivati a Milano già negli anni ’50 e ’60 da Mashhad, nel nordest dell’Iran, e in misura minore a ridosso dell’ascesa di Khomeini nel 1979, le loro storie sono poco conosciute in Italia. Ma oggi, con quello che sta succedendo in Iran, molti di loro sperano che questa volta venga rovesciato il regime, il che consentirebbe a quelli che l’hanno lasciato di tornarci e a quelli di seconda e terza generazione di vedere il Paese dei loro antenati.
Una comunità solidale
Nato a Teheran nel 1960 e residente a Milano da quando aveva solo nove anni, Kambiz Ebrani ci racconta come è arrivato in Italia:
Mio padre ha lavorato in vari posti in Iran e in Pakistan. Poi, ad un certo punto, gli riferirono che c’era lavoro a Milano nel commercio dei tappeti orientali. Così, nel ’65 ha preso e se né andato da solo per cominciare il suo lavoro. Dopo quattro anni in cui ha avuto successo, ha deciso di portare la famiglia. Così, nel ’69 sono arrivato qui con mia madre e le mie sorelle.
Parlando degli ebrei persiani “mashhadi” (come si definiscono loro, dalla città di Mashhad) che vivono a Milano, Ebrani afferma che “è una comunità molto solidale. Siamo sempre stati molto uniti, sia in Iran, quando da Mashhad si sono trasferiti tutti insieme a Teheran, e poi quando quasi tutta la comunità si è trasferita nel ’78, prima della rivoluzione. La meta principale era New York, mentre a Milano ne sono andati pochi ma molti mashhadi vi erano presenti già da prima”.
Parlando di come hanno vissuto la situazione post-7 Ottobre, spiega che “per noi è stato uno shock. Essendo ebrei, siamo molto legati a Israele, e quello che abbiamo visto il 7 Ottobre ci ha fatti inorridire. Poi, quando c’è stata la guerra, a nostro avviso era giustissimo distruggere Hamas. Ma non ci aspettavamo che durasse due anni, e nel frattempo ci siamo preoccupati per quello che stava succedendo in Italia, perché abbiamo visto salire l’odio verso gli ebrei. Non capivamo perché devono odiare noi ebrei, che abbiamo subito il torto. Per un po’ eravamo angosciati da questa storia, ma forse adesso l’odio non si manifesta più in modo così violento”.
Ricordi d’infanzia
“Mio padre era nato a Mashhad, mia madre era di Teheran, ma tutti e due erano di origine mashhadi”, ci racconta Afshin Kaboli, anch’egli esponente della componente persiana della comunità ebraica milanese.
Io sono nato a Teheran nel 1971, e nel 1978 cominciò la rivoluzione islamica. Io ero un bambino, facevo la seconda elementare, e ricordo che c’erano giorni in cui la scuola restava chiusa. Avevo degli zii che abitavano già da un po’ di anni a Milano, e vedendo ogni sera al telegiornale le immagini di rivolte e uccisioni, tutte le sere ci chiamavano per chiederci di venire a stare a Milano, almeno finché la situazione non si fosse calmata.
Giunto in Italia nell’estate 1979 con la madre, Kaboli spiega che “mio padre per quasi un anno non aveva visto suo figlio, perché non poteva lasciare l’Iran. Quando siamo partiti doveva essere una specie di vacanza, pensavamo di stare un po’ e poi tornare, ma dopo tre giorni ero già iscritto alla scuola ebraica di Milano, dove mi sono subito integrato. Dopo un po’, capii che non saremmo tornati in Iran: i tre mesi di attesa divennero sei mesi, e i sei mesi un anno, e non c’era una data di ritorno. Quando mio padre arrivò a Milano, era ovvio che non si sarebbe più tornati indietro”.
Passando dal passato al presente, racconta un aneddoto legato alla guerra dei dodici giorni, avvenuta nel giugno 2025 tra Israele e Iran: “Due giorni dopo l’inizio della guerra, mi chiamò un amico iraniano musulmano e mi disse: ‘Guarda, noi siamo con voi. Se questo serve a far cadere il governo, ben venga questa guerra’”.
Aggiunge che “in Iran la gente non è antisemita, il regime lo è. Non c’è bisogno della sicurezza fuori dalle sinagoghe, non ci sono stati pogrom come quelli che avvennero in Libia (nel 1967, ndr), ma gli ebrei tengono un profilo molto basso verso Israele”.
Kaboli conclude dicendo che visitare nuovamente l’Iran “è il mio più grande sogno”.
Ormai sono italiano da tanti anni, ma una parte di me è rimasta iraniana. È dove sono nato e dove sono nati i miei genitori. Era un Paese bellissimo, e probabilmente tornerà ad esserlo. Anche quando è cominciata la guerra, facevamo la battuta che stavamo già cercando un albergo a Teheran per questa estate. È una battuta, ma fino ad un certo punto.
Le nuove generazioni
“Entrambi i miei genitori sono persiani: mio padre è nato a Teheran nel 1945, e suo padre lavorava come commerciante, per cui dopo aver viaggiato per l’Europa si è stabilito in Italia quando mio padre aveva 4 anni”, spiega Sharon Anvar, che è italiana di nascita: 32 anni, cresciuta a Valenza, in provincia di Alessandria, oggi vive in Israele.
Negli anni, mia nonna è sempre voluta tornare, facendo su è giù per andare a trovare i parenti. Ma prima ancora della vera e propria rivoluzione nel ’79, c’erano tante situazioni sconvenienti per gli ebrei persiani, e così si sono stabiliti qui. Mentre mia madre, che è del 1958, ha fatto i primi anni delle elementari a Teheran, poi ha vissuto anche in Israele e negli Stati Uniti, e a 20 anni ha conosciuto mio padre e si è trasferita in Italia.
Pur non avendo mai visitato l’Iran ed essendo cresciuta in Piemonte, Anvar ci racconta che “io mi definisco persiana, nel senso che i miei nonni e i miei genitori parlano persiano in casa, per cui lo capisco quasi perfettamente. I piatti che si mangiano dai nonni sono sempre stati della cucina tradizionale persiana, come il pollo khoresh”.
Per quanto riguarda la situazione attuale, afferma che “in questi ultimi tre anni, ho vissuto la guerra sulla mia pelle. Sia perché sono andata in Israele a fare volontariato subito dopo il 7 Ottobre, sia perché nell’ultimo anno ho vissuto più di là che di qua. Tra l’altro, ho ancora parenti a Teheran, e ogni tanto cerco di sentire mia cugina. Adesso continuo a provare a sentirla ma purtroppo senza ricevere risposta, perché non c’è linea né internet”.
Nonostante tutto, Anvar dichiara che “appoggio tutto quello che sta succedendo. Noi persiani cerchiamo da anni di attirare l’attenzione sulla situazione di chi vive in Iran ma non sostiene il regime. Per cui, quello che sta succedendo è una speranza per tutti noi per poter un giorno visitare il nostro Paese”.
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