Esteri

Contrordine da Mosca: nessun incontro con Zelensky né garanzie di sicurezza

Le parole di Lavrov sembrano smentire i "progressi" del vertice in Alaska. Obiettivo russo era soltanto stemperare la frustrazione di Trump ed evitare ulteriori sanzioni Usa?

Lavrov (Tass)
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Avevamo osservato qualche giorno fa, su X, troppa eccitazione da una parte, troppo panico e isteria dall’altra, a seguito del vertice in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin. Gli incontri, lunedì a Washington, del presidente americano prima con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, poi con i leader europei, in cui i protagonisti erano entrati nel vivo delle discussioni sulle garanzie sicurezza per l’Ucraina, avevano avvalorato l’idea che si fosse aperto uno spiraglio. Tanto da far ipotizzare che l’annunciato trilaterale Putin-Zelensky-Trump potesse tenersi già tra un paio di settimane, entro la fine di agosto.

Come una doccia fredda sono arrivate ieri le parole del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov, che in pratica hanno smontato i due “progressi” di cui si è parlato per tutta la settimana di Ferragosto.

L’incontro Putin-Zelensky

Se il tema del cosiddetto “land swap”, degli scambi territoriali, avrebbe dovuto essere trattato personalmente dai due presidenti, russo e ucraino, ecco che invece Lavrov ribadisce che Putin è disponibile a incontrare Zelensky solo alla conclusione del processo negoziale, ovvero ad accordo raggiunto. Ad Anchorage, Putin avrebbe semplicemente “confermato la sua disponibilità a continuare i negoziati diretti russo-ucraini che si sono svolti a Istanbul” e accettato di “elevare il livello delle delegazioni”, estendendo l’ambito dei colloqui agli “aspetti politici di un accordo”, oltre che agli aspetti militari.

Qualsiasi vertice tra Zelensky e Putin richiederà una “preparazione approfondita”, in modo da sigillare un “punto finale”, ha spiegato Lavrov, ribadendo né più né meno la posizione già utilizzata da Mosca per eludere le precedenti richieste di un incontro diretto tra i due leader.

Non a caso avevamo osservato che il successo del vertice in Alaska si sarebbe misurato sul se, e quando, si sarebbe tenuto l’annunciato vertice trilaterale. Perché per il presidente russo, incontrare Zelensky per negoziare anziché riceverne la capitolazione, significherebbe contraddire ragioni e obiettivi della guerra agli occhi dei russi.

Le (non) garanzie di sicurezza

Ancora più significativo, Lavrov ha affermato che qualsiasi garanzia di sicurezza per l’Ucraina potrebbe essere attuata solo con l’approvazione di Mosca, rendendole sostanzialmente inutili contro una eventuale nuova invasione russa.

Proprio questo era invece il passo avanti emerso dal vertice in Alaska, secondo esponenti dell’amministrazione Trump ma anche secondo resoconti di media indipendenti come Axios e Bloomberg, ovvero che il presidente russo avesse in linea di principio accettato garanzie di sicurezza occidentali – europee e americane – per l’Ucraina, sebbene escludendo esplicitamente l’ingresso nella Nato. Tanto che il tema è stato al centro dei colloqui di lunedì a Washington e che i leader occidentali hanno cominciato a lavorarci molto concretamente.

Gli Stati Uniti avrebbero avuto un ruolo nelle garanzie di sicurezza per Kiev e il presidente Trump aveva incaricato il segretario di Stato Marco Rubio di formalizzarlo, guidando una cabina di regia Usa-Europa-Ucraina.

Lo stesso inviato speciale Usa Steve Witkoff aveva fatto riferimento a garanzie sul modello dell’articolo 5 della Nato, più volte evocato dalla premier italiana Giorgia Meloni.

Martedì, dopo gli incontri a Washington, il presidente Trump aveva espresso anche la disponibilità a offrire il supporto aereo Usa ad una forza di sicurezza europea in Ucraina. Alti funzionari militari americani ed europei si sono incontrati negli ultimi giorni per preparare i piani per tale missione. “Quando si tratta di sicurezza, sono disposti a inviare personale a terra”, aveva detto Trump in un’intervista a Fox & Friends, riferendosi agli europei. “Siamo disposti ad aiutarli, soprattutto probabilmente se si parla di aerei, perché nessuno ha il tipo di equipaggiamento che abbiamo noi”.

Se nella breve conferenza stampa tenuta al termine dei colloqui ad Anchorage Putin aveva parlato genericamente di garanzie di sicurezza per l’Ucraina, ieri Lavrov ha chiarito che la posizione russa non si è mossa di un millimetro dal fallito accordo del marzo 2022: Mosca pretende un potere di veto su qualsiasi azione degli altri garanti della sicurezza ucraina, rendendo di fatto inutili tali garanzie. Ieri ha aggiunto che anche la Cina dovrebbe avere pari poteri tra i garanti.

“Discutere seriamente di questioni relative alla sicurezza senza la Federazione Russa è un’utopia e una strada senza uscita… La sicurezza di tutte le parti interessate, compresi i vicini dell’Ucraina, dovrebbe essere garantita su base paritaria e indivisibile“, ha detto.

Come noto, la Russia, insieme agli Stati Uniti e al Regno Unito, era già garante del rispetto dell’integrità territoriale e dell’indipendenza dell’Ucraina nel Memorandum di Budapest del 1994, in base al quale Kiev aveva ceduto a Mosca l’arsenale nucleare ereditato dall’Unione Sovietica. Sappiamo com’è finita.

Solide e credibili garanzie di sicurezza sono ovviamente, come sosteniamo dall’inizio, condizioni imprescindibili perché qualsiasi accordo di pace regga e perché Kiev possa accettare dei sacrifici territoriali.

L’obiettivo russo in Alaska

Ora, mentre aspettiamo reazioni da Washington alle dichiarazioni di ieri di Lavrov, non sappiamo se Mosca stia facendo marcia indietro rispetto ai colloqui in Alaska, o se l’amministrazione Trump abbia frainteso le parole di Putin. Una cosa però è certa: la posizione russa appare immutata. Putin continua a rifiutare un cessate il fuoco e non è disposto a incontrare Zelensky. La sua richiesta è il ritiro delle forze ucraine dal Donbass, praticamente incondizionato, senza offrire in cambio né sicurezza a lungo termine né la restituzione di territori occupati.

A questo punto è bene ricordare come nasce il vertice in Alaska. L’irritazione del presidente Trump nei confronti di Putin per il mancato cessate il fuoco e per l’assenza di progressi nei negoziati aveva raggiunto i livelli di guardia, al punto che il presidente Usa aveva annunciato sanzioni secondarie nei confronti dei Paesi acquirenti di petrolio e gas russo, incluso un prezioso partner asiatico come l’India. In questo contesto, mentre a Mosca atterrava il consigliere per la sicurezza nazionale del governo indiano, Ajit Doval, il presidente Putin consegnava all’inviato Usa Witkoff la sua disponibilità a incontrare il presidente Trump.

Alla luce delle parole di Lavrov, bisogna concludere che l’obiettivo russo in Alaska fosse meramente tattico: restare dentro il processo negoziale per prolungarlo sine die, mentre nel frattempo continuare a perseguire gli obiettivi militari in Ucraina senza patirne le conseguenze; quindi stemperare la frustrazione del presidente Trump e rassicurare i propri partner commerciali. Insomma, un’azione di alleggerimento della pressione, che sembra aver funzionato. Ma per quanto?

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