Esteri

Cop28, sempre colpa nostra: ora sotto accusa anche per le emissioni “coloniali”

Un nuovo studio addebita all’Europa anche la CO2 prodotta nelle colonie e lievitano le richieste di risarcimento dei Paesi presunte “vittime” del climate change

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Guterres Cop28 Onu Il segretario generale Onu Guterres interviene alla Cop28 a Dubai

Anche se migliaia di scienziati in tutto il mondo sostengono che il global warming di origine antropica è una mera congettura, l’IPCC, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico istituito dall’Onu nel 1988, continua ad affermare che esistono prove “inequivocabili” del fatto che è l’attività umana a far aumentare la temperatura del pianeta. È sulla base di questa convinzione che la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici da 28 anni continua ad organizzare una riunione annuale dei suoi Paesi membri, la COP, acronimo di Conference of Parties.

A Dubai, il 30 novembre, è iniziata la Cop28. Fino al 12 dicembre, come nelle edizioni precedenti, migliaia di delegati discuteranno di come impedire che la temperatura sulla Terra aumenti più di 1,5 gradi, valuteranno i passi già intrapresi e definiranno il nuovo piano d’azione al quale i governi dei Paesi membri dovrebbero attenersi.

Colpa dell’Occidente

Sarà anche senza dubbio l’ennesima occasione per ricordare al mondo che non tutta l’umanità ha colpa del global warming antropico, ma solo l’Occidente, responsabile di aver adottato e diffuso un modo di produzione e uno stile di vita che secondo l’IPCC richiedono l’emissione di eccessive quantità di gas inquinanti, oltre che un insostenibile consumo di risorse e di energia.

Le rilevazioni delle emissioni di gas serra indicano ovviamente i Paesi industrializzati come i maggiori produttori di CO2, la Cina più di tutti che da sola nel 2022 ne ha prodotta il 27 per cento, più del totale emesso dalle quattro economie che la seguono, molto distaccate: Stati Uniti, Unione europea, India e Russia. I Paesi in via di sviluppo sono quelli che ne producono meno, ultimi quelli africani che, salvo la Libia e il Sudafrica, registrano valori molto bassi, in gran parte inferiori all’1 per cento.

I calcoli sono sorprendentemente precisi, se si pensa alla quantità di dati e alla complessità delle operazioni necessari per realizzarli. Ma dei ricercatori alcuni anni fa sono riusciti nell’ancor più difficile impresa di stimare, globalmente e Paese per Paese, la quantità di gas inquinanti prodotti dal 1850 a oggi. In tutto pare siano stati emessi 2.558 miliardi di tonnellate di CO2 che avrebbero causato un aumento della temperatura di 1,15° rispetto all’epoca preindustriale.

Secondo questa prospettiva storica, globale, a produrre più emissioni di CO2 sono stati gli Stati Uniti (20 per cento) seguiti da Cina, Russia, Brasile e Indonesia, mentre molto minori sono state le emissioni dei Paesi oggi membri dell’Unione europea: le più consistenti, quelle della Germania, 4 per cento, e del Regno Unito, 3 per cento.

Emissioni coloniali

Ma una nuova ricerca, appena pubblicata, ha portato a rivedere ulteriormente dati e percentuali. Si intitola “Revealed: How colonial rule radically shifts historical responsibility for climate change” ed è stata pubblicata su CarbonBrief il 26 novembre, alla vigilia della Cop28. Gli autori hanno corretto le ricerche precedenti che, secondo loro, avevano commesso il grave errore di non considerare, nel calcolo delle emissioni di ogni Paese, la quantità di CO2 che le potenze coloniali europee hanno prodotto nei territori da loro colonizzati.

È stato un errore, dicono, perché nel periodo in cui sono stati colonie europee la produzione di CO2 di quei territori è aumentata, in molti casi in maniera esponenziale, a causa dei cambiamenti introdotti dai colonizzatori – avvio di attività industriali, minerarie, agricole, creazione di infrastrutture e servizi partendo in molti casi praticamente da zero, moltiplicazione e sviluppo dei centri urbani, maggiori risorse a disposizione e quindi più consumi… – e di conseguenza è alla madrepatria che va addebitata e non ai loro abitanti.

In base alle ricerche precedentemente effettuale, il Regno Unito, ad esempio, risultava aver rilasciato circa 76,4 miliardi di tonnellate di CO2, dal 1850 a oggi, ma, aggiungendo le emissioni delle sue colonie, il totale sale a 130,2 tonnellate, con un aumento del 70 per cento, il che lo colloca quarto per percentuale di CO2 prodotta. Analogamente, la percentuale di emissioni dal 1850 cresce per la Francia del 51 per cento, per l’Olanda del 181 per cento, per il Portogallo del 234 per cento, per il Belgio del 33 per cento, per la Spagna del 12 per cento. Diminuiscono quindi le emissioni percentuali dei Paesi colonizzati e di quelli, come il Giappone e soprattutto la Cina, la cui produzione di CO2 è stata quasi interamente interna.

Europa sotto accusa

Il contributo totale dell’Europa all’aumento della temperatura del pianeta, aggiungendo le emissioni dei territori colonizzati, cresce del 28 per cento. Di conseguenza, la quota europea di emissioni dal 1850 a oggi, rispetto al totale mondiale, cresce del 4 per cento, passando dal 14,7 al 18,7 per cento.

Dunque l’Europa, proprio in queste settimane sotto accusa e minacciata di richieste astronomiche di risarcimenti per i danni che si dice abbia causato la tratta transatlantica degli schiavi africani, dovrà fare i conti anche con l’aggravarsi delle sue responsabilità nel determinare il global warming, che la nuova ricerca vuole dimostrare.

Si faranno ancora più insistenti le accuse e le richieste di risarcimenti già avanzate negli anni scorsi soprattutto da parte degli africani ritenuti le principali vittime, per di più del tutto prive di colpe, del cambiamento climatico che si presume antropico e dei fenomeni atmosferici avversi che si afferma ne siano la conseguenza. Il “fardello dell’uomo bianco” diventa ogni giorno più pesante, quello di noi europei ancora di più.

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