Esteri

Dentro l’accordo Usa-UK che ridefinisce il commercio e rilancia l’Anglosfera

Un segnale di rinascita del legame angloamericano. Londra tra due mondi: dopo gli accordi con India e Usa la strategia britannica post-Brexit comincia ad acquisire profondità strategica

Trump Starmer

Global Britain doveva essere il grande progetto: la rinascita britannica post-Ue, una nazione libera e sovrana. Invece ci siamo ritrovati con una Brexit solo di nome: biro alla mano, a compilare moduli doganali con rabbia repressa.

Ora però, con l’accordo di libero scambio firmato con l’India il 6 maggio e l’Accordo di Prosperità Economica Usa–Regno Unito siglato con Washington l’8 maggio, la strategia britannica post-Brexit comincia ad acquisire profondità strategica.

L’Accordo Usa-Regno Unito

L’Economic Prosperity Agreement non è un trattato di libero scambio completo, ma è l’intesa commerciale più significativa tra Usa e UK da quando Londra ha lasciato l’Ue.

L’accordo elimina i dazi sulle esportazioni britanniche di acciaio e alluminio verso gli Stati Uniti, e riduce quelli sulle auto dal 27,5 al 10 per cento, fino a un tetto annuo di 100.000 veicoli. Inoltre, le esportazioni aerospaziali, vitali per il manifatturiero avanzato britannico, entreranno nel mercato Usa senza tariffe. Altre esportazioni industriali critiche – parti di aeromobili, metalli, componenti di precisione – beneficeranno di procedure di sdoganamento accelerato e di un trattamento legale semplificato.

In cambio, il Regno Unito ha aumentato i contingenti a dazio zero per la carne bovina americana, da 1.000 a 13.000 tonnellate, e ha ammorbidito alcuni standard di prodotto. I negoziatori britannici hanno resistito alle pressioni americane sulla digital tax, che resta al 2 per cento.

Londra ottiene di più

Washington ottiene benefici modesti ma mirati. Rafforza le proprie filiere transatlantiche senza passare da Bruxelles. Aumenta l’accesso al mercato per esportazioni americane politicamente sensibili come la carne. E consente al presidente Donald Trump di presentarsi non solo come castigatore dei rivali, ma anche come amico degli alleati. Il tutto, senza dover passare per la ratifica del Congresso.

Londra guadagna di più. Il Labour, che ha ereditato con riluttanza la Brexit, ottiene la sua prima vittoria concreta post-Ue. I tagli tariffari proteggono posti di lavoro industriali ad alto valore, soprattutto in settori esposti al malcontento dell’opinione pubblica. L’aerospazio britannico, spesso trascurato nelle analisi internazionali, riceve una spinta notevole e va a combinarsi con l’ecosistema edificato da Elon Musk.

Strategicamente, l’accordo dimostra che il bilateralismo non equivale all’isolamento. Economicamente, prova che Londra può ancora siglare intese con superpotenze, senza dover replicare il modello di Bruxelles.

La caratteristica più importante è la struttura incrementale e rivedibile dell’accordo: l’Economic Prosperity Agreement evita la rigidità che ha affondato il TTIP e altri mega-trattati. Si fonda sui principi del common law, privilegiando flessibilità e contrattazione anziché impalcature sovranazionali codificate. È una rottura netta con il modello statico e normativo dell’Ue, e propone una liberalizzazione più adattiva, coerente con la volatilità del XXI secolo.

Trump e la rinascita dell’Anglosfera

Rimasto in sospeso durante i quattro anni di presidenza Biden, l’accordo Usa–UK si è concretizzato velocemente con il presidente Trump. La sua intenzione di ricostruire e rafforzare l’Anglosfera – un blocco di nazioni anglofone e democratiche – ha fornito l’impulso decisivo. La sua politica estera, improntata a intese bilaterali anziché strutture multilaterali, ha spezzato l’impasse.

Con un focus su rapporti solidi e autonomi con gli alleati, invece di dipendere da istituzioni come Ue o Onu, il presidente Trump ha trovato Londra come partner chiave per ridefinire il commercio globale. Il suo “America First” si è allineato con la strategia post-Brexit britannica, rendendo l’accordo economicamente vantaggioso e politicamente simbolico: un segnale di rinascita del legame angloamericano e di una visione condivisa d’influenza globale.

L’accordo di libero scambio UK–India

L’intesa con l’India rappresenta il ritorno britannico nell’Indo-Pacifico. L’accordo di libero scambio con New Delhi riduce o elimina dazi su una vasta gamma di prodotti – whisky scozzese, auto, macchinari – settori dove Londra ha vantaggi comparativi. In cambio, l’India ottiene maggiore accesso per tessili, riso e farmaceutica. L’accordo include regole d’origine flessibili e il mutuo riconoscimento delle qualifiche professionali, con benefici attesi per i servizi legali e, in prospettiva, finanziari britannici.

Per Londra è anche una mossa politica: avvicinarsi alla maggiore economia in crescita del pianeta. Per New Delhi, l’accordo ne rafforza il ruolo di alternativa manifatturiera alla Cina e approfondisce i legami con un partner G7, senza vincoli regolamentari. A differenza degli accordi in stile Ue, le due parti conservano l’autonomia normativa pur abbattendo barriere e incentivando investimenti.

L’India si smarca dai BRICS

L’accordo ha preso forma dopo anni di negoziati, con la City di Londra in prima linea per aprire i mercati ai servizi finanziari britannici. I nodi principali erano i visti per professionisti indiani e la protezione di alcuni settori locali. Il compromesso è arrivato con aperture sull’IT e tessile per l’India e protezione della proprietà intellettuale e dei servizi finanziari per il Regno Unito, oltre a meccanismi per facilitare la mobilità dei lavoratori qualificati.

Sullo sfondo, un interesse strategico comune: l’India vuole affrancarsi dai BRICS, sempre più a trazione cinese e zavorrati dalla Russia, per rafforzare i legami con l’Occidente e riaffermare la propria autonomia strategica.

L’accordo con l’India rispecchia la strategia globale riplasmata da Trump, ora affidata all’esecuzione del vicepresidente J.D. Vance. La sua visita a New Delhi ad aprile, una vera offensiva diplomatica, ha coinciso con gli sforzi Usa per sottrarre le filiere occidentali all’influenza cinese. Subito dopo Apple ha spostato le linee di assemblaggio degli iPhone in India, evidenziando il cambio di rotta.

Il Regno Unito, deciso a fungere da ponte post-Brexit tra Usa e Indo-Pacifico, si è inserito perfettamente in questa nuova architettura.

Tra due mondi

Presi insieme, gli accordi con India e Stati Uniti hanno implicazioni tanto geopolitiche quanto economiche. Londra ora si ritrova con una relazione speciale in Occidente (gli Usa), ancorata a difesa, tecnologia e capitali, e un’altra in Oriente (India), fondata su crescita, demografia ed espansione dei mercati. Le due direttrici non si escludono, anzi. Formano l’ossatura di una politica commerciale britannica più snella ma strategica, meno dipendente dai blocchi, più centrata sull’interesse nazionale.

In sostanza, il Regno Unito ha smesso di fare audizioni per cercare negoziatori con Bruxelles e ha cominciato a ricostruirsi un impero commerciale. Per quanto criticata dagli eurofili, la Brexit può essere ora vista non come divorzio dall’Europa, ma come una scommessa sull’Anglosfera. I trattati commerciali stanno cominciando a mettere i pezzi al loro posto.

Il merito, in larga parte, va al presidente Trump, che ha ridefinito le condizioni strategiche per rendere tutto questo possibile a Londra.

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