La Turchia è capace di sfruttare crisi e vuoti di potere per estendere la propria influenza: centrale nei negoziati internazionali su Ucraina, Gaza, Siria e Nagorno-Karabakh ed ha trasformato l’industria dei droni in uno strumento diplomatico.
La strategia turca in Africa
Mentre in Africa l’influenza militare è in rapida espansione con circa 6.000 militari dispiegati in Somalia, Niger e Libia, nel Sahel ha avviato una strategia che combina accordi di difesa, impegni diplomatici e progetti economici con i governi di giunta in Mali, Burkina Faso e Niger, dove Ankara opera nello stesso spazio di Mosca, ma a differenza del modello russo, spesso limitato a mercenari ed a operazioni dirette, offre diplomazia, cooperazione bilaterale, intelligence, tecnologia e supporto economico.
Inoltre, la guerra in Ucraina ha rallentato le operazioni del Cremlino nella regione e nel 2024 il 51 per cento delle morti legate al terrorismo è avvenuto nel Sahel, tra insurrezioni e istituzioni fragili. La compagnia militare privata Afrikansky Korpus (ex Wagner) delude, mentre la Turchia fornisce equipaggiamenti economici e rapidamente dispiegabili, conquistando il continente vendendo droni utilizzati per rafforzare sorveglianza e capacità aerea.
Inoltre la Fratellanza Musulmana rappresenta un’ulteriore leva di influenza ideologica, rafforzando legami con governi locali e movimenti islamici.
La cooperazione turca si basa su vent’anni di politica africana: dalla “Profondità Strategica” del 2003 all’“Anno dell’Africa” del 2005 (Ankara ottenne lo status di osservatore nell’Unione africana). Il soft power iniziale basato su diplomazia culturale, eredità ottomana e aiuti allo sviluppo è evoluto in una strategia più concreta con addestramento militare, infrastrutture e consulenza strategica. Le delegazioni turche hanno visitato più volte le capitali saheliane firmando intese su forniture belliche e cooperazione.
La Sadat
Chiave della strategia turca è Sadat, la Società internazionale di consulenza per la difesa: i pretoriani di Erdogan, in pratica. Fondata dall’ex generale Adnan Tanrıverdi, nominato capo consigliere militare dopo il tentato colpo di Stato del 2016, e guidata dal 2024 dal figlio Melih, Sadat opera come braccio informale di Ankara in Africa, Afghanistan, Caucaso e Balcani.
La società offre addestramento, protezione di infrastrutture e consulenze, ma anche programmi di riorganizzazione delle forze armate locali modellati sugli standard turchi. Molti suoi uomini arrivano dall’Esercito nazionale siriano, soprattutto dalla divisione Sultan Murad, gruppo turkmeno sostenuto da Ankara e considerato affidabile per affinità etniche e disciplinari.
Nel 2024, ad esempio, ha inviato oltre mille contractors in Niger e Burkina Faso per proteggere miniere, infrastrutture petrolifere e installazioni militari. Diversi rapporti internazionali indicano che Sadat addestra anche unità speciali locali e mette a disposizione capacità di intelligence tattica, integrandosi di fatto nei programmi del Ministero della difesa turco pur restando formalmente un attore privato.
Sadat gestisce anche Assam, un think tank che fornisce giustificazione ideologica al dispiegamento turco, teorizza una cooperazione islamica sovranazionale e promuove una visione politica islamica e anti-occidentale funzionale agli obiettivi di Ankara.
Modello Somalia
E poi c’è la Somalia. Un laboratorio fondamentale al di fuori del Sahel, dove Ankara ha creato una sovranità parallela con una base militare in grado di addestrare migliaia di soldati, porto e aeroporto gestiti tramite concessioni turche, un ospedale intitolato a Erdogan e la prima filiale di banca statale turca dal 2023. È qui che Sadat ha potuto sperimentare modelli di addestramento, protezione delle élite e organizzazione delle forze di sicurezza oggi replicati nel Sahel.
Nonostante i successi esterni la situazione interna mostra segnali di fragilità. I recenti dati sulla criminalità dicono che nei primi dieci mesi del 2025 il Ministero dell’interno ha smantellato 552 gruppi criminali, con 6.788 arresti e miliardi di lire di beni confiscati. Le autorità presentano questi numeri come prova dell’efficacia repressiva, ma la scala delle operazioni evidenzia come le reti criminali si siano consolidate dopo oltre vent’anni di sultanato.
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