Grazie al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, adesso tutti si interessano ai cristiani perseguitati in Nigeria. Ma c’è quasi da rimpiangere il silenzio distratto di prima perché molti, che sono ansiosi di parlarne, non conoscono la Nigeria, non sanno che cosa sta succedendo in quel Paese e si affidano a frettolose, superficiali ricerche.
La Nigeria ha 239 milioni di abitanti. I cristiani sono un po’ meno di cento milioni e la maggior parte di loro vivono nella metà meridionale del Paese, quella più ricca grazie alle attività agricole e perché vi si trovano tutti i giacimenti di petrolio che fanno del Paese il primo produttore di greggio e la prima economia del continente africano.
L’offensiva dei jihadisti
I musulmani sono poco più di cento milioni, concentrati negli stati del nord. Nel 1999, violando la costituzione, 12 stati settentrionali hanno adottato la sharia, la legge islamica. Poi, nel 2002, nello stato nord orientale del Borno si è formato un gruppo jihadista legato ad al Qaeda, Boko Haram, e nel 2016 una parte dei suoi militanti ha dato origine a una nuova formazione affiliata all’Isis, l’Iswap, Provincia dell’Africa occidentale dello Stato Islamico.
La Nigeria ha vissuto il suo periodo peggiore tra il 2006 e il 2015, quando i jihadisti sono stati in grado di conquistare, anche se per brevi periodi, delle intere città. Boko Haram metteva continuamente a segno attentati dinamitardi a chiese e moschee. Erano tanto frequenti che in tre stati del nord est, quelli più a rischio, si circondavano le chiese con blocchi di cemento e altri ostacoli per impedire che i terroristi raggiungessero i sagrati in auto e in motocicletta e la domenica si perquisivano tutti i fedeli prima di lasciarli entrare. Anche molte moschee facevano altrettanto.
Qualche volta, in quel periodo, Boko Haram è riuscito a colpire persino alcune chiese della capitale Abuja. Inoltre, soprattutto nel Borno, faceva strage di civili costringendo donne e bambine a indossare cinture esplosive che facevano detonare nei mercati e nelle stazioni di autobus, i luoghi pubblici più affollati.
Nel 2015 un’offensiva militare alla quale parteciparono anche i paesi confinanti – Chad, Camerun, Benin e Niger – anch’essi minacciati dai jihadisti nigeriani, diede i suoi frutti. L’allora presidente Muhammadu Buhari dichiarò che Boko Haram era stato “tecnicamente sconfitto”. Si rivelò falso, ma in effetti il raggio d’azione dei jihadisti e la frequenza degli attentati messi a segno si sono drasticamente ridotti da allora.
Gli attacchi ai cristiani
Nel frattempo sono invece aumentati gli attacchi ai cristiani nella fascia centrale del Paese. Gli abitanti del nord, musulmani, molti di etnia Fulani, sono tradizionalmente dediti soprattutto alla pastorizia. Al sud Igbo, Yoruba e altre etnie cristiane e animiste praticano l’agricoltura. Nelle regioni centrali vivono sia comunità di pastori che di agricoltori e sono in perenne conflitto per il controllo di terre coltivabili, sorgenti, pascoli.
In tutta l’Africa pastori e agricoltori si scontrano duramente, da sempre. I pastori transumanti fanno sconfinare le loro mandrie nelle terre degli agricoltori, ne rubano il bestiame e i raccolti. Gli agricoltori organizzano rappresaglie e attaccano gli insediamenti dei pastori per cercare di recuperare il bestiame sottratto.
Ma in Nigeria il fattore religioso li rende più ostili e aggressivi e negli ultimi anni i Fulani si organizzano in bande, bene armati, attaccano comunità inermi. Mentre però nel caso di Boko Haram e Iswap sottomettere all’islam l’umanità è chiaramente la motivazione decisiva – liberare il nord dalla presenza della minoranza cristiana, gli infedeli, e imporre ai musulmani l’osservanza assoluta della sharia – nel loro caso è difficile dire se e quando prevalgono i fattori religiosi oppure quelli etnici.
Questa in sintesi è la difficile, critica situazione di una parte dei cristiani nigeriani: quelli che vivono nel nord musulmano e quelli della “Middle Belt”, la fascia centrale dove entrano in contatto con gli islamici del nord. Tutti gli altri, almeno i tre quarti se non di più, abitano negli stati meridionali, vi sono nati o vi si sono trasferiti per sottrarsi a Boko Haram e all’Iswap.
Intento genocida
Adesso quasi tutti sono convinti che in Nigeria sia in atto il genocidio dei cristiani. Citano cifre sempre più grandi: 52.000 (o 60.000 o 100.000) fedeli uccisi dal 2009, 3 milioni, ma addirittura 15 milioni sfollati, 18.000 (o 19.000 o più di 20.000) chiese incendiate, centinaia di sacerdoti rapiti, molti dei quali uccisi. “In Nigeria la fede è ormai diventata, quasi in automatico, motivo di morte”, si legge sulla stampa italiana; 40 milioni di cristiani nigeriani “sono costretti a praticare la loro fede nel totale nascondimento, addirittura di notte, per non essere accusati di blasfemia e rischiare la condanna a morte”.
Tanti giornalisti hanno ripreso la dichiarazione di Emeka Umeagbalasi, direttore dell’associazione nigeriana Intersociety, che lascia sgomenti: a causa dei sistematici stermini dei cristiani nel Paese “se non si presta attenzione entro i prossimi 50 anni, nel 2075, non ci sarà più il cristianesimo in Nigeria”.
Non si muore “in automatico” in Nigeria, se si è cristiani. Forse è superfluo osservare che un cristiano che prega non commette blasfemia – in alcune parti della Nigeria in effetti può essere ucciso, ma non condannato a morte – e che in un Paese dove vivono quasi 100 milioni di cristiani e dove ogni giorno nascono decine di migliaia di bambini, quasi la metà dei quali da famiglie cristiane, sradicare il cristianesimo richiederebbe livelli di violenza spaventosi, finora mai visti.
Ma soprattutto si fa torto ai cristiani nigeriani dicendo che si nascondono quando invece sono una testimonianza di fede straordinaria, disposti a gremire le chiese anche quando come si è detto andare a messa costituiva un rischio concreto.
Tuttavia secondo Open Doors, la più attendibile e accreditata associazione quando si tratta di cristiani perseguitati nel mondo, la Nigeria continua a detenere il primato mondiale del maggior numero di cristiani uccisi in odium fidei: 5.014 su un totale globale di 5.621 nel 2022; 4.118 su 4.998 nel 2023; e 3.100 su 4.476 nel 2024.
Però, più che di genocidio, si dovrebbe parlare di intento genocida da parte dei musulmani jihadisti nigeriani. O, piuttosto, i jihadisti nigeriani stanno attuando con il terrore un piano di pulizia etnica per liberare le regioni del nord dalla presenza di infedeli. Tutti, musulmani e cristiani, scappano per sottrarsi alla minaccia jihadista, raggiungono i campi profughi allestiti per loro o cercano rifugio altrove. Poi però, appena possono i musulmani tornano al loro villaggio, a casa. La maggior parte dei cristiani non torna più.
Boko Haram, Iswap, i Fulani agiscono pressoché incontrastati, come d’altra parte le bande e le organizzazioni criminali che imperversano quasi in tutto il Paese. Gli Stati Uniti hanno inserito la Nigeria nell’elenco dei “Paesi di particolare preoccupazione” per le violazioni della libertà religiosa che vi si commettono.
Criminalità diffusa
Oltre alla persecuzione dei cristiani il Paese merita “particolare preoccupazione” per questo: per il numero incredibilmente alto di cittadini uccisi ogni anno, decine di migliaia, e per le centinaia di migliaia che subiscono violenze, abusi. Da qualche anno uno dei problemi più seri è diventato il sequestro a scopo di estorsione, con centinaia di migliaia di casi.
Anche dei religiosi cristiani ne fanno le spese: rapiti non in odium fidei, ma per il riscatto che Chiesa e famiglie sono disposti a pagare. A volte si tratta addirittura di rapimenti di massa: ad esempio, intere scolaresche, nei campus, di notte, e persino di giorno, durante le lezioni. Il caso più clamoroso risale al 2022 quando fu attaccato il treno che collega Abuja a Kaduna, la capitale dell’omonimo stato, e decine di passeggeri furono rapiti, alcuni dei quali non sono mai stati liberati.
Tre ostacoli
Il presidente Trump ha dichiarato di essere determinato a intervenire militarmente per difendere i cristiani nigeriani. “Se attaccheremo – pare abbia detto – sarà veloce e feroce”. A prescindere dal fatto scontato che la Nigeria è uno stato sovrano e che è di concerto con il suo governo che dovrà stabilire se e come intervenire, Trump si deve rendere conto che liberare la Nigeria dal jihad è difficile, più di quanto non sia stato sconfiggere l’Isis in Iraq.
Il primo ostacolo è la corruzione eretta a sistema, in ogni settore e a ogni livello, anche nell’esercito. Milioni di dollari destinati nel corso degli anni ad armare le truppe mandate nel nord est contro Boko Haram e Iswap sono svaniti nel nulla lasciando i militari male equipaggiati e demotivati.
Il secondo è il radicamento del jihad, le sue basi sparse sul territorio e il sostegno, anche su base etnica, di parte della popolazione. Inevitabilmente comporta colpire dei civili. L’esercito nigeriano non si è mai fatto molti scrupoli a questo proposito, disposto a dar fuoco a interi villaggi, ucciderne gli abitanti per stanare dei terroristi e distruggerne le basi.
Il terzo ostacolo è l’attrazione che il jihad esercita su tanti giovani che si arruolano, non tutti perché convinti della missione santa di sottomettere popoli e territori all’islam, ma per il salario che ne ricavano, per il diritto di razzia quando attaccano una comunità e per il potere che deriva dal possedere delle armi.
Il governo nigeriano e tutti i governi dei Paesi africani afflitti dai jihadisti hanno risposto svogliatamente, maldestramente alla minaccia, li hanno lasciati infierire sulla popolazione, infestare estesi territori, creare reti transnazionali, collegarsi ai trafficanti di droga, armi, materie prime, esseri umani.
Peggio ancora, corruzione e malgoverno, e le loro conseguenze, alimentano il jihad, creano il terreno fertile sul quale può proliferare. Contro questo nessun intervento militare esterno, per quanto organizzato, possente e determinato finora ha mai avuto successo.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


