Un altro round di attacchi tra Israele e Iran si è appena concluso. Mentre i missili iraniani, una ventina, sono stati intercettati o sono caduti in zone aperte senza causare feriti, l’Idf ha colpito una quindicina di obiettivi, tra cui un centro petrolchimico strategico, agendo ancora una volta indisturbata nei cieli del nemico, a conferma degli attuali rapporti di forza sfavorevoli a Teheran.
Calcolo sbagliato
Il regime iraniano ha lanciato il suo attacco per dare il segnale, sebbene assai flebile, ai suoi proxy nella regione che ha ancora volontà e capacità di difenderli dagli attacchi israeliani e per tentare nuovamente di includere Hezbollah e il Libano nell’equazione del più ampio negoziato con gli Usa, testando così la solidità del rapporto Trump-Netanyahu.
Obiettivi falliti: se i Pasdaran pensavano che Trump avrebbe fermato Israele per salvaguardare qualunque cosa sia sul tavolo del nucleare, si sono sbagliati di grosso.
Non bisogna attribuire eccessivo peso ai retroscena dei media, americani o israeliani, che per ostilità a Netanyahu o a Trump, o a entrambi, drammatizzano i disaccordi tattici e i toni delle telefonate tra i due leader.
La risposta israeliana
Il presidente Trump sapeva bene che una reazione era inevitabile, il suo non è stato un “don’t”. La risposta israeliana è la dimostrazione che quando è in gioco la sua sicurezza, Israele agisce in totale indipendenza e che è finito per sempre il tempo in cui l’Iran poteva azionare i suoi proxy a piacimento senza pagare un conto salato e diretto. Questa è la nuova normalità.
Ed è anche la conferma che Hezbollah, e il Libano, non rientrano nel negoziato in corso sul nucleare. Stati Uniti e Israele sono concordi nel ritenerle due partite separate. Che Trump abbia effettivamente provato a fermare Netanyahu, o piuttosto a moderare la reazione israeliana, o che i suoi interventi pubblici rientrassero in un gioco delle parti, il messaggio a Teheran è che Israele agisce in autonomia e gli Usa non vogliono né potrebbero negargli il diritto all’autodifesa.
L’ambiguità di Trump
Certo, che Trump abbia voluto a parole distanziarsi dai raid israeliani è un segno di debolezza, lo fa apparire ansioso di raggiungere un accordo, ma nel momento in cui i raid vengono comunque lanciati, il dato di fatto è che il presidente Usa non vuole davvero costringere Israele a smettere di distruggere Hezbollah.
Come concordato con Washington, Israele si astiene dal colpire Beirut fintanto che Hezbollah si astiene dal lanciare i suoi razzi e droni sul nord del Paese, ma la sua operazione terrestre nel Libano meridionale continua e ogni catena di reazioni è destinata a concludersi con raid sull’Iran.
Gli stessi iraniani, secondo quanto filtra dai media ufficiali, non credono all’estraneità degli Stati Uniti alla rappresaglia israeliana, ma questa ambiguità consente a Trump di mantenere una negabilità plausibile e allo stesso tempo una porta aperta agli iraniani, secondo lo schema poliziotto buono/cattivo.
Non secondario, chiedendo a Israele prima di non reagire e, dopo, di fermare gli attacchi, Trump mostra agli alleati arabi, sauditi in primis, che gli Usa non vogliono una escalation, che si tratta di una questione tra Iran e Israele, ed evita di offrire agli iraniani pretesti per sparare contro i Paesi del Golfo.
Insomma, nei fatti fallisce il tentativo iraniano di limitare la libertà d’azione israeliana contro Hezbollah, mentre il principale disaccordo tra il premier israeliano e il presidente Trump è che quest’ultimo è fermamente convinto dell’efficacia del blocco navale Usa e quindi che non siano necessari ulteriori raid per mettere all’angolo il regime iraniano.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


