Esteri

Il fattore democratico e l’errore fondamentale degli Accordi di Oslo

Nathan Sharansky: promozione della democrazia unica politica realista per la pace a lungo termine. Ecco perché non poteva funzionare affidarsi ad Arafat

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accordi Oslo (Cnn)

La vita di Natan Sharansky si confonde con la storia del popolo ebraico. Per decenni fu la voce degli “ebrei del silenzio”, come li chiamò Elie Wiesel dopo un viaggio in Urss, ovverosia i tre milioni di cittadini sovietici che portavano sulla carta d’identità la menzione “nazionalità ebraica” e che per questo venivano discriminati e oppressi.

Il carcere

Dopo la vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni, quando la repressione antiebraica si fece più forte, Sharansky ritornò all’ebraismo, alla fede dei suoi padri, e in breve tempo divenne il rappresentante più carismatico dei mesoravei aliyah, ossia di quegli ebrei ai quali era rifiutato il “diritto al ritorno”, meglio noti come refusniks, i “rifiutati”.

Il KGB lo arrestò nel 1975. Al giudice disse “il mondo non ha ancora accettato il fatto che il popolo ebraico non scomparirà dalla faccia della terra”. Gli comminarono tredici anni di carcere. Di Shabbath, quando agli ebrei è proibito svolgere qualsiasi lavoro, veniva costretto a pulire le latrine. A ogni festa di Channuqqah accendeva le candele per dire al mondo che c’era ancora luce, ancora speranza. Le guardie le spegnevano e lo picchiavano. Lui le riaccendeva. Edward Teller, il fisico ebreo-ungherese che partecipò al Progetto Manhattan, lo definì un “martire” del Novecento.

Nel 1986, Sharansky venne scambiato con alcune spie sovietiche in mano americana sul ponte Glinicke, a Berlino. La vicenda avrebbe ispirato a Steven Spielberg il film “Il ponte delle spie”.

Attività politica in Israele

Giunto in Israele, dove da anni lo attendeva la moglie Avital, si getta a capofitto nell’attività politica. Fonda il partito Yisrael BaAliyah, per promuovere l’integrazione degli ebrei russi nella società israeliana, e viene eletto alla Knesset. Ricopre più volte la carica di ministro d’Israele sotto Sharon e Netanyahu.

Nel 2004, insieme all’amico Ron Dermer, diplomatico israeliano di alto livello, pubblica “The Case for Democracy. The Power of Freedom to Overcome Tyranny and Terror”, che diventerà un testo di riferimento per George W. Bush e Condoleeza Rice. Nel libro, la cui versione italiana è di difficile reperibilità, Sharansky sostiene che l’obiettivo primario della politica estera americana, così come di quella del mondo libero, dovrebbe essere la promozione della democrazia e, inoltre, analizza il fallimento del cosiddetto “processo di pace” tra israeliani e palestinesi.

Il fattore democratico

Al centro della sua riflessione colloca la distinzione tra “società libere”, rispettose dei diritti umani fondamentali, alla quali è connaturata la ricerca della pace, e “società della paura”, dominate dal risentimento e caratterizzate da una intrinseca bellicosità. Le prime sono assolutamente incompatibili con le seconde.

Gli scettici della libertà devono capire che la democrazia che odia è meno pericolosa del dittatore che ama. È infatti la mancanza di democrazia a costituire l’autentica minaccia alla pace. Il concetto di dittatore amico è una finzione creata dalla nostra fantasia, perché le dinamiche interne del governo autoritario esigeranno sempre nemici esterni.

Muovendo da queste considerazioni, Sharansky condanna ogni “politica della stabilità” o “realpolitik” proprio per la loro mancanza di realismo, ossia per la loro incapacità di comprendere i meccanismi che reggono i regimi totalitari e autoritari.

La tolleranza nei confronti dei regimi violatori seriali di diritti umani in nome di una malintesa nozione di “stabilità” internazionale o di una dubbia idea di “coabitazione” ha come esito il rafforzamento di partner imprevedibili e pericolosi. Come sottolinea l’ex dissidente: “Oggi il nemico del dittatore può essere vostro nemico, ma domani il suo nemico potreste essere voi”.

A sostegno della sua tesi porta l’esempio magistrale dell’Unione Sovietica. I leader del blocco comunista alternavano momenti di distensione, necessari a strappare all’Occidente concessioni economiche ed “evitare una gara per cui erano male equipaggiati”, ad altri di tensione, essenziali per consolidare il potere interno e legittimare gli apparati del terrore. Per le dittature, come ben spiega Sharansky, “pace e guerra non sono altro che strumenti di governo puramente intercambiabili: un giorno mantenersi al potere richiede di stare in pace, il giorno dopo sarà necessaria la guerra. Per questa ragione una pace genuina e duratura può essere fatta solo con le democrazie”.

La spallata all’Urss

L’Urss, infatti, iniziò a sfarinarsi in seguito all’abbandono della politica “realista” da parte degli Stati Uniti d’America. Innanzitutto, con l’approvazione dell’emendamento Jackson-Vanik, che legava il rispetto dei dritti umani, in particolare il diritto degli ebrei sovietici a emigrare in Israele, al buon andamento delle relazioni commerciali col blocco comunista. Poi, con gli Accordi di Helsinki del 1975 che, sulla scia del sopracitato emendamento, recepivano e legittimavano il nesso tra diritti umani e relazioni internazionali. Infine, con l’azione politica risoluta e combattiva di Ronald Reagan negli anni ’80.

Tre elementi che “si erano combinati per creare una situazione in cui la politica dell’Unione Sovietica era subordinata alle sue riforme interne”. Le riforme gorbacioviane, indotte dalla pressione esterna di politici come Jackson e Reagan produssero, in breve tempo, il rapido e rovinoso crollo del totalitarismo leninista.

Gli Accordi di Oslo

A pochi chilometri da Helsinki, più precisamente a Oslo, nel 1993, sarebbero stati firmati degli accordi sensibilmente diversi, che avrebbero scatenato una campagna terroristica senza precedenti e condannato i palestinesi a vivere sotto la tirannia di Arafat.

A differenza degli accordi sottoscritti nella capitale finlandese, quelli di Oslo non stabilivano alcun nesso tra rispetto dei diritti umani e “processo di pace” tra ebrei e arabi. Anzi, Israele, di fatto, affidava la sua sicurezza e le sue speranze di pace al regime antidemocratico di Arafat, nell’errata convinzione che, nella lotta al terrorismo, sarebbe stato persino più efficace delle forze armate israeliane.

L’inganno di Arafat

Il capo dell’OLP, come tutti i dittatori, non aveva a cuore né la pace con lo Stato ebraico né il miglioramento delle condizioni di vita dei palestinesi. Arafat blandiva l’Occidente e Israele per ricevere finanziamenti milionari ma, parallelamente, continuava a fomentare l’odio antiebraico per legittimare il suo potere. Uno sfacciato inganno che i presunti “realisti” finsero di non vedere, come spiega Sharansky.

Con il doppio gioco cui un tempo era ricorso il regime sovietico l’ANP di Arafat celava il suo vero volto parlando di pace nelle capitali occidentali, mentre nelle stesso tempo aizzava i palestinesi nei Territori Occupati. Mentre Arafat firmata accordi e accettava il premio Nobel per la pace, i media controllati dall’ANP inculcavano in una generazione di palestinesi l’odio per lo Stato ebraico.

Più la violenza terroristica aumentava, più si dava colpa alla debolezza del leader palestinese, alla scarsità di mezzi a sua disposizione, e allora venivano predisposte nuove concessioni economiche (denaro) e politiche (terra). Un autoconvincimento rasentante la demenza. Un’illusione derivante dall’incapacità di comprendere la natura della tirannia. La leadership palestinese “non avrebbe mai rinunciato al nemico che rendeva stabile il suo controllo sui palestinesi, né messo fine al conflitto, poiché era prima di tutto la sua ragion d’essere”.

L’unico realismo

Natan Sharansky, con il suo libro, dimostra quanto la difesa e la promozione della democrazia e dei diritti umani sia strategica per l’edificazione di un ordine internazionale stabile ed equo. “Anche la cultura della morte e della violenza che ha inghiottito la società palestinese può cambiare”, scrive ancora l’ex dissidente, ma solo se “il mondo libero abbandonerà i falsi presupposti che per decenni hanno guidato la diplomazia nell’area”.

La storia insegna che una democrazia, per quanto mercuriale e imperfetta, è più affidabile di qualunque società-caserma. Incoraggiare la liberalizzazione dei regimi autoritari e totalitari non è solo moralmente doveroso, ma anche politicamente conveniente. È la tesi di Sharansky: ricostruire il legame tra il “campo dei diritti umani” e quello dei “falchi” della sicurezza. Superare le più o meno risibili divisioni del mondo libero per favorire un sforzo congiunto contro le tirannie che lo minacciano.

Al termine del suo bellissimo “Terrore e liberalismo”, il saggista Paul Berman scrive: “la libertà degli altri significa la nostra sicurezza. E allora sosteniamo la libertà degli altri”. Proprio ciò in cui crede Sharansky. Questa è l’unica via per condurre una politica autenticamente realista.

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