Lo scambio di colpi, breve ma importante, fra Iran e Israele, non è solo la dimostrazione di quanto sia fragile la tregua nel Golfo. È anche e soprattutto la prova che la guerra del Libano non riguarda affatto il Libano.
Il “no” di Hezbollah
Grazie alla mediazione statunitense, a Washington, lo scorso 4 giugno, era stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco fra Israele e Libano. Cosa mancava? Hezbollah, che non ha affatto accettato la tregua. Il movimento terrorista sciita, per bocca del suo leader Naim Qassem, si è impuntato: se non c’è il ritiro di Israele da tutti i territori che ha occupato nel sud del Libano, Hezbollah continuerà la sua guerra.
Israele occupa parte del Libano meridionale, non certo perché lo vuole conquistare (come sostiene la propaganda di Hezbollah), ma proprio per tenere il “partito di Dio” lontano dai suoi confini. E lo terrà sotto occupazione militare finché non sarà smantellata l’infrastruttura militare di quello che è il più armato e addestrato (benché fortemente indebolito dal 2024) gruppo terrorista internazionale.
È solo per questo motivo che la guerra nel Libano non è finita. Ma di Libano si parla, appunto, non di Iran. Che c’entra la Repubblica Islamica? Teoricamente nulla, ma in pratica tutto. Hezbollah ha continuato ad attaccare Israele e le truppe israeliane.
E non solo. Il 4 giugno stesso, mentre si discuteva di pace, un casco blu serbo della missione Unifil2, Milovan Jovanovic, veniva ucciso da un colpo di mortaio. Dopo che, per riflesso pavloviano, già parte della stampa accusava Israele, una prima ricostruzione delle traiettorie ha dimostrato che il colpo fosse partito da Hezbollah. L’Onu sta ancora investigando sull’incidente, mentre questo articolo va online.
Dall’1 al 7 ottobre Hezbollah ha lanciato 198 attacchi contro gli israeliani, di cui 168 contro le forze israeliane nel sud del Libano e 30 contro il territorio israeliano. Il 6 giugno, il capitano dell’esercito israeliano Shahar Gamla è morto per le ferite riportate in un attacco di droni di Hezbollah. Lo Stato ebraico ha continuato a colpire depositi di armi, lanciatori e centri di comando di Hezbollah in Libano.
Libano merce di scambio
A questo punto è intervenuto l’Iran, il 7 giugno, con un primo lancio di missili balistici su Israele (a cui lo Stato ebraico ha prontamente risposto con raid aerei sul suolo iraniano). Quindi: l’Iran reagisce militarmente per quel che Israele fa in Libano, come se il Libano fosse territorio iraniano.
Per chi è abituato a scrivere di Medio Oriente, non c’è nulla di strano: è risaputo che Hezbollah sia un’emanazione, in Libano, del regime iraniano e agisca conformemente agli interessi di Teheran e non di quelli di Beirut. Risaputo, sì, ma da un punto di vista politico e legale, non c’è veramente nulla di normale.
Se anche a Beirut si giunge a un cessate il fuoco con Israele, a Teheran serve tenere un fronte acceso, come pedina di scambio per le trattative con gli Usa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, il programma nucleare e quello missilistico.
Anche prima dello scambio diretto fra Iran e Israele, la condizione del Libano era chiara a tutti, a partire dal presidente libanese Joseph Aoun. Il 5 giugno, il giorno dopo che Hezbollah aveva respinto la tregua, il capo di Stato libanese dichiarava, infatti, che “il popolo libanese sta pagando il prezzo (…) degli interessi iraniani”, aggiungendo che i cittadini sono “stufi” della guerra tra Israele e Hezbollah. “Stanno usando il Libano come merce di scambio nella loro negoziazione con gli Stati Uniti”, ha detto chiaro e tondo il presidente Aoun. Rivolgendosi a Qassem, Aoun ha affermato: “Il popolo libanese non è il tuo popolo”. Più chiaro di così.
Il senso di Unifil
Eppure la politica europea continua a far orecchie da mercante. Che senso ha, in queste condizioni, parlare di rinnovo, sotto altra forma, dell’ormai scaduta missione Unifil2? Eppure è quello che abbiamo sentito dal nostro ministro degli esteri Antonio Tajani: “Il lavoro fatto in Libano è importante, ma dobbiamo già pensare a cosa verrà dopo la fine della missione Unifil e a un nuovo impegno europeo”.
Che senso ha, appunto? Una missione di peacekeeping diventa possibile solo a guerra finita, ma qui, come abbiamo visto in questo fine settimana, l’Iran non ha affatto intenzione di concluderla.
Pensare alla guerra nel Paese dei Cedri come ad un conflitto, ricomponibile, fra due Stati sovrani (Libano e Israele) darebbe senso a una forza di interposizione sul confine. Ma in queste circostanze, no. L’Onu, o un contingente internazionale europeo, potrebbe essere utile per disarmare Hezbollah, in collaborazione con l’esercito regolare libanese.
Ma a questo punto sarebbe una missione di guerra, con regole di ingaggio da guerra, almeno finché l’Iran non decida di gettare la spugna. Vorrebbe dire prendersi un impegno serio di combattere contro la Repubblica Islamica. Ma è quel che l’Onu, l’Ue e nel suo piccolo l’Italia hanno sempre cercato di evitare.
Il conflitto in Libano è un fronte di guerra dell’Iran. Non ci sono altri modi di intenderlo. E come in ogni conflitto, si deve scegliere una parte: o con Israele o con la Repubblica Islamica dell’Iran. Tertium non datur.
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