Esteri

Il ritorno di Maria Corina Machado: la transizione in Venezuela è reale

Accolta dalla folla dopo quasi un anno di esilio. Il percorso avviato dall'amministrazione Trump è graduale ma serio, un compromesso tra stabilità e promozione della democrazia

“Sono qua. Con voi”. Poche e lapidarie parole, affidate a X, poi le immagini dell’arrivo, in trionfo, nella notte, a Caracas, immersa in una folla in delirio. Maria Corina Machado, la leader liberale dell’opposizione venezuelana, è tornata in patria dopo quasi un anno di esilio.

L’esilio e il Nobel

Viveva in clandestinità dal 2024. Benché avesse stravinto le primarie dei partiti d’opposizione, la magistratura venezuelana l’aveva esclusa dalla candidatura nelle elezioni di quell’anno. Sostituita da Edmundo González Urrutia, aveva comunque vinto, ma il risultato è stato palesemente truccato: gli oppositori sono riusciti a salvare i registri elettorali e a dimostrare di aver vinto.

Nel dicembre 2025 era uscita dal Paese, in modo rocambolesco, per presentarsi ad Oslo in tempo per la cerimonia di assegnazione del Premio Nobel per la Pace. Non aveva ritirato lei, materialmente, l’onorificenza, ma si era affacciata al balcone del Grand Hotel della capitale norvegese, per mostrare alla folla che: era vera, era libera e fuggita dalle grinfie del regime.

Gran parte dei suoi assistenti e colleghi del partito Vente Venezuela era stata arrestata. Invece, anche grazie all’aiuto militare degli Usa (F-18 della Us Navy avevano sorvolato il tratto di mare attraversato dalla sua imbarcazione, quando lei stava raggiungendo un approdo sicuro a Curaçao), la Machado aveva aggirato tutti i controlli e attraversato un oceano, per tirare un simbolico schiaffo al regime bolivariano.

Venezuela nel limbo

La dittatura di Maduro aveva i mesi contati, ma nessuno allora poteva saperlo: il 3 gennaio successivo il presidente è stato catturato dalle forze speciali americane, con un blitz spettacolare nel cuore di Caracas.

La Machado non era rientrata nel Paese, in attesa che le circostanze lo permettessero. La cattura di Maduro, infatti, non aveva comportato lo smantellamento del suo apparato di regime. Al dittatore è succeduta la sua vice, Delcy Rodriguez: stesse idee, grandi responsabilità nella repressione e nell’impoverimento del Venezuela, ma una posizione ormai compromessa. La Rodriguez si è trovata con le mani legate, con un pezzo di apparato che già collaborava con gli Stati Uniti, a dirigere un governo di fatto commissariato.

Il Venezuela si trova tuttora in un limbo. Non è una democrazia, ma non è neppure più una dittatura socialista come era prima dell’intervento americano. Non è una colonia americana, ma non è neppure più uno Stato pienamente sovrano, considerando che tutte le decisioni che contano passano dagli Usa.

Chi era convinto che subito dopo la caduta di Maduro sarebbero stati confermati i veri risultati delle elezioni (rubate dai bolivariani) del 2024, è rimasto profondamente deluso. Una commentatrice estremamente critica nei confronti di Donald Trump, la storica Anne Applebaum, descrive la politica degli Usa nel Venezuela come un’operazione puramente coloniale: l’unico interesse dell’amministrazione Trump sarebbe quello di estrarre petrolio a beneficio degli interessi americani, ma a scapito della democrazia locale.

Transizione graduale

Non pochi, anche in Venezuela, temono i repentini cambi di idee di Donald Trump che nei confronti della Machado ha rivolto parole non troppo gratificanti: non “qualificata” per governare. Quando la Machado ha regalato la medaglia del Nobel appena vinto al presidente americano, i commentatori più critici l’hanno inteso come un atto di puro servilismo, per ingraziarsi di nuovo un presidente indispettito (il Nobel lo voleva vincere lui).

La prospettiva permette invece di leggere quelle vicende con una maggior serenità e coerenza. Anche senza indulgere troppo nell’ottimismo, però, il rientro della leader dell’opposizione e il suo ingresso trionfale a Caracas, dimostrano che la transizione del Venezuela verso la democrazia è un percorso serio.

Fin dal primo giorno dopo la caduta di Maduro, da Washington era arrivato un messaggio molto chiaro: i tempi per le elezioni multi-partitiche erano prematuri, prima si dovevano compiere dei passi preliminari, quali la stabilizzazione dell’economia, la scarcerazione dei prigionieri politici, il ripristino delle libertà e dei diritti fondamentali, il dialogo fra l’opposizione e il governo bolivariano e solo infine delle elezioni.

Questo approccio graduale segue la stessa agenda proposta da Washington per il Venezuela nel corso della prima amministrazione Trump, quando a capo dell’opposizione c’era Juan Guaidò e già nel 2019 pareva che Maduro avesse perso del tutto il favore del popolo.

E si tratta di un compromesso fra il principio di stabilità e la politica di esportazione della democrazia. Due idee opposte, la prima diffusa soprattutto nella Cia (che era contraria anche all’intervento armato di gennaio) e la seconda invece caldeggiata dal Dipartimento di Stato di Marco Rubio. La stabilità viene per ora garantita dall’apparato del vecchio regime, ma non alle sue condizioni. Prova ne è che i prigionieri politici sono stati scarcerati a centinaia, già a partire dall’8 gennaio.

Il dialogo fra i partiti dell’opposizione e i socialisti al potere è iniziato questa estate, con la mediazione della Chiesa. La Machado non era parte del tavolo negoziale e per questo si temeva che ne venisse esclusa, che la transizione potesse compiersi senza la figura ormai indispensabile della libertà venezuelana.

Il suo ritorno cambia tutto, potenzialmente. La rivoluzione ha la sua leader. Ed è questa la vera buona notizia, perché Maria Corina Machado è una liberale autentica, con una solida formazione economica e potrebbe avviare in Venezuela quella rivoluzione che Milei sta portando a termine in Argentina.

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