Esteri

In che senso la guerra è finita e l’accordo è una vittoria di Israele (e di Trump)

Ora inizia la parte più difficile: vincere la pace. Il disarmo di Hamas è tutt'altro che scontato, ma Israele mantiene il pieno controllo del nuovo status quo in un contesto regionale profondamente mutato

Trump leader Sharm (WH official)
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Nelle parole di ieri di Donald Trump sia alla Knesset che al vertice di Sharm el-Sheikh c’è sia il trionfalismo per un risultato largamente insperato fino a poche settimane fa, sia il realismo e la consapevolezza di una strada ancora lunga e piena di ostacoli da percorrere, anche se ai media piace vedere solo il primo aspetto, per poterlo ridicolizzare e smentire.

Una giornata da celebrare quella di ieri, non foss’altro per venti persone tenute barbaramente in ostaggio per 738 giorni, nelle condizioni che sappiamo, che hanno potuto riabbracciare i propri cari. Alzi la mano chi avrebbe scommesso qualche settimana fa che quei venti ostaggi ne sarebbero usciti vivi. Sembra solo ieri quando ci spiegavano che l’operazione di terra decisa da Netanyahu a Gaza City, nonostante il parere contrario persino dei suoi vertici militari, li avrebbe condannati a morte.

Con il solito sprezzo del pudore, improvvisamente, ieri, una buona metà della politica italiana e dei media si è ricordata degli ostaggi israeliani, dopo averli ignorati per mesi. Schlein, Landini, ma anche leader come Macron e Starmer, e compagnia cantante, dovrebbero imparare a memoria le parole del leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid, ieri alla Knesset:

Chi ha manifestato contro Israele nel mondo è stato ingannato dalla propaganda. Ora che la guerra è finita, scopriamo i fatti: non c’è stato alcun genocidio, nessuna carestia intenzionale a Gaza.

Parole confermate per altro dalle immagini che ci sono giunte da Gaza nelle ultime ore.

La liberazione degli ostaggi, dicevamo, è di per sé un risultato enorme, ma non casuale. È il risultato della massima pressione militare e politica su Hamas, Qatar e Iran, messa in atto in questi mesi da Donald Trump e Benjamin Netanyahu, contro tutti o quasi, mentre altri (governi europei, Onu e flottiglie varie) si esercitavano in senso opposto, mettendo pressione su Israele.

Il merito del piano Trump

Ma l’accordo non è da celebrare solo per le vite innocenti salvate. Non si tratta infatti di uno scambio tra ostaggi israeliani da una parte, cessate il fuoco e detenuti palestinesi dall’altra, come si sono visti nei mesi passati. Questa volta c’è una differenza fondamentale: Hamas è stato costretto a rilasciare tutti gli ostaggi in un’unica soluzione, privato così della sua unica leva negoziale e polizza di assicurazione, senza ottenere il completo ritiro israeliano dalla Striscia. L’Idf è arretrato fino alla linea gialla concordata ma occupa ancora circa il 50 per cento del territorio.

Come abbiamo già sottolineato in un precedente articolo, questo è il principale merito del piano Trump: aver separato la questione della liberazione degli ostaggi dal negoziato per la fine della guerra e il futuro di Gaza. Prima Hamas viene privato degli ostaggi come arma negoziale, poi si discute il resto. Una condizione posta dal presidente Trump (e ovviamente da Israele) fin dal suo insediamento alla Casa Bianca, ma fino ad oggi respinta dal gruppo terroristico.

Cosa è cambiato

Cosa è cambiato? Come riportato dal Wall Street Journal, a cambiare non è stato l’accordo, è stata la pressione su Hamas. Significativo infatti il “come” si è giunti a questo risultato. Qatar e Turchia hanno avvertito la leadership di Hamas che se non avesse accettato l’accordo, non avrebbe avuto più copertura politica e diplomatica, i suoi leader non sarebbero più stati ospitati. E dietro questo shift c’è sia la pressione dell’amministrazione Trump sia il raid israeliano su Doha.

Se è vero che Hamas ha accettato l’accordo con molte riserve, è anche vero che si è privata della sua principale leva negoziale.

Una vittoria strategica

Quella di Israele non è una vittoria “totale”. Come è stato osservato, Hamas esiste ancora, anche se il suo potere nella Striscia viene sfidato da altre bande e il suo potenziale militare non è ad oggi tale da poter ripetere un 7 Ottobre, Ma soprattutto la sua ideologia non è sconfitta, vi aderisce la maggioranza della popolazione sia a Gaza che in Cisgiordania e sarà ancora così a lungo. Così come il regime iraniano è ancora in piedi, sebbene indebolito e isolato.

Se Hamas non è cambiata, però è radicalmente cambiato il contesto militare e politico nell’intera regione, gli equilibri di potere si sono spostati nettamente a favore di Israele, che ora ha la supremazia militare e politica, su Gaza come sugli altri fronti da cui prima del 7 Ottobre era minacciato.

Quella di Israele è dunque una vittoria strategica. I principali Stati arabi e islamici si sono schierati a favore del piano Trump, che prevede la realizzazione di tutti gli obiettivi di guerra israeliani: non solo la liberazione degli ostaggi ma anche il disarmo di Hamas, la deradicalizzazione di Gaza, un mandato internazionale mentre l’Anp viene profondamente riformata. L’Iran non è più vicino a dotarsi dell’arma nucleare e ha perso i suoi proxy, il cosiddetto “Asse della Resistenza”.

Ora il disarmo di Hamas

Come abbiamo già avuto modo di osservare, la parte difficile inizia ora. “Se Hamas rifiuta di disarmarsi e di rinunciare al controllo su Gaza, oggi non è altro che un cessate il fuoco temporaneo”, ha spiegato alla Cnn Jonathan Conricus, ex portavoce dell’Idf. In Israele c’è la massima consapevolezza di questo. Ma anche nel presidente Trump, che lo ha ricordato ai leader riuniti a Sharm El Sheikh:

Abbiamo tutti concordato che sostenere Gaza è necessario, ma non vogliamo finanziare nulla che abbia a che fare con spargimenti di sangue, odio e terrore… Per lo stesso motivo, abbiamo anche concordato che la ricostruzione di Gaza richiede che sia demilitarizzata.

Così il presidente americano, giustamente celebrato sia in Israele che in Egitto, ha aperto la fase successiva del piano di pace. Che prevede appunto il disarmo di Hamas.

Certo, Hamas non disarmerà volontariamente, né sarà facile obbligarlo. Ma l’accordo di cessate il fuoco non obbliga nemmeno l’Idf a ritirarsi dalla Striscia fintanto che Hamas è al potere e armato. Israele quindi non lascerà che Hamas possa riprendere il pieno controllo su Gaza, riorganizzarsi e preparare un nuovo 7 Ottobre, né l’accordo pretende che si ritiri. E i Paesi arabi non cominceranno a riversare miliardi dollari per la ricostruzione senza garanzie e precise condizioni, ovvero fintanto che Hamas sarà al potere.

Il nuovo status quo

Ovviamente il presidente Trump parla di “pace”, di “fine della guerra”, per rivendicare il suo successo, mentre gli stessi politici, commentatori e analisti che chiedevano che Netanyahu venisse fermato, oggi negano la vittoria israeliana e minimizzano la portata dell’accordo, insinuando che Israele sia stato costretto a fermarsi e abbia perso il controllo su ciò che accadrà nel prossimo futuro nella Striscia di Gaza. Ma questo è falso.

Probabilmente è finita la fase intensiva della guerra, ma questo non significa che l’Idf non potrà effettuare raid e operazioni mirate nella Striscia (come d’altronde avviene in Libano e in Siria) perché “Trump non lo permetterà”.

Insomma, l’accordo determina uno status quo, una “hudna” finalmente favorevole a Israele, in cui ciò che resta di Hamas può anche formalmente continuare a governare Gaza, ma su un territorio ridotto e devastato, sotto scacco dell’Idf, finché appunto non si determineranno – con le buone o con le cattive – le condizioni per la ricostruzione.

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