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Iran, attacco al regime in stand-by: il dilemma di Trump

Missione annullata all'ultimo minuto, ma la pausa potrebbe essere funzionale alla pianificazione di un attacco più potente ed efficace. I rischi di un nuovo regime change

trump khamenei iran Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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La fulminea operazione Usa che ha portato alla cattura di Maduro ha creato l’aspettativa che qualcosa di più o meno simile potesse essere replicato solo pochi giorni dopo, in Iran, per far cadere il regime degli ayatollah, sull’onda delle ultime proteste di massa in numerose città.

L’Iran non è il Venezuela

Ma come abbiamo osservato, l’Iran non è il Venezuela. Il blitz venezuelano è stato pianificato per mesi, ha richiesto il dispiegamento di forze consistenti al largo delle coste del Paese e non ultimo una interlocuzione con le seconde e terze linee del regime maduriano, per assicurarsi il controllo della transizione ed evitare di precipitare il Paese nel caos e nella guerra civile.

Questo modello a nostro avviso non è replicabile in Iran. Nei giorni in cui il popolo iraniano si sollevava contro il regime degli ayatollah, da mesi non era più presente nella regione il dispositivo militare Usa che ha permesso nel giugno scorso di colpire con successo i siti nucleari – e non dimentichiamo che il colpo decisivo Usa arrivò dopo giorni di attacchi israeliani contro le difese e i comandi iraniani.

Una campagna finalizzata alla caduta del regime iraniano si presenta estremamente più complicata, prolungata e incerta, rispetto sia alla distruzione di due impianti nucleari che al blitz in Venezuela.

Opzioni militari limitate

Dalle notizie che abbiamo, sembra che il presidente Trump abbia fermato l’attacco proprio all’ultimo minuto, nella notte tra mercoledì e giovedì, quando gli aerei cisterna erano già in volo. Per quali motivi? Trump avrebbe chiesto ai suoi generali e funzionari un’azione rapida e risolutiva, ma questi gli avrebbero risposto che un attacco con qualche chance di avere un impatto reale sul regime, e non solo simbolico, avrebbe richiesto più forze nella regione, anche per proteggere le truppe Usa e gli alleati, incluso Israele, da rappresaglie.

La massiccia presenza nei Caraibi, rafforzata per esercitare la massima pressione sul regime di Maduro, limita le opzioni militari dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Iran, ha confermato il Wall Street Journal sulla base delle valutazioni raccolte tra alcuni funzionari ed ex funzionari del Pentagono.

Al momento gli Usa schierano 12 navi da guerra nei Caraibi e appena sei in Medio Oriente. In particolare, la portaerei USS Gerald Ford lo scorso ottobre è stata spostata dal Mediterraneo ai Caraibi e senza una portaerei e il relativo stormo – che include caccia, elicotteri e velivoli per il disturbo delle frequenze – il numero di aerei nella regione è limitato a quelli schierati presso le basi di altre nazioni (Giordania, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti), le quali però sono state minacciate di rappresaglia da Teheran e si sarebbero opposte all’uso del loro spazio aereo.

Se il presidente decidesse di colpire Teheran, osservano le fonti, potrebbe comunque ricorrere ad un attacco con missili Tomahawk dai cacciatorpediniere dispiegati in Medio Oriente, o inviare caccia e bombardieri in grado di raggiungere la Repubblica Islamica dagli Stati Uniti, ma non sarebbe la stessa cosa.

“Non è importante da dove provengano gli aerei, ma cosa possano fare”. I bombardieri a lungo raggio “possono raggiungere qualsiasi parte del mondo in poche ore”, ma senza gli aerei al seguito di una portaerei, non ci sarebbe la flessibilità operativa necessaria a rispondere alle minacce, a proteggere i mezzi di attacco così come a garantire di respingere il tentativo di Teheran di chiudere lo Stretto di Hormuz, praticamente certo in caso di un attacco in grado di minacciare la sopravvivenza dal regime.

La decisione di inviare in Medio Oriente il gruppo della portaerei USS Abraham Lincoln dalla sua attuale posizione nel Mar Cinese Meridionale, indica che l’opzione di un attacco al regime iraniano non è del tutto tramontata – e che in ogni caso l’intenzione è quella di esercitare la massima pressione su Teheran. Nel frattempo, il segretario al Tesoro Scott Bessent afferma di vedere i “topi che abbandonano la nave”, la leadership iraniana starebbe spostando decine di milioni di dollari al di fuori del Paese.

Insomma, la de-escalation potrebbe essere momentanea, funzionale alla pianificazione di un attacco più potente ed efficace. Va ricordato che nel giugno scorso, poco prima di lanciare l’attacco ai siti nucleari, il presidente Trump aveva affermato di voler concedere una possibilità alla diplomazia e che avrebbe deciso entro due settimane se colpire.

Le pressioni dal Golfo e dalla Turchia

Da valutare quanto abbiano contribuito alla decisione del presidente Trump le pressioni di alcuni Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Qatar, Oman), oltre alla Turchia, che secondo quanto riporta il Financial Times, avrebbero sollecitato l’amministrazione Usa a soprassedere, mettendo in guardia dalle conseguenze di un eventuale attacco, in particolare per i Paesi vicini e per l’impatto sui prezzi globali di petrolio e gas, e che avrebbero trasmesso a Washington le assicurazioni del regime iraniano, citate mercoledì sera da Trump, secondo cui non ci sarebbero esecuzioni dei manifestanti e che il bilancio delle vittime non sarebbe così elevato come riportato.

Siamo stati informati da fonti molto importanti dall’altra parte, e hanno detto che le uccisioni si sono fermate, e che le esecuzioni non avranno luogo. Erano previste molte esecuzioni oggi, e non avranno luogo, lo scopriremo… Osserveremo e vedremo cosa succede dopo.

Secondo il New York Times, il premier israeliano Netanyahu avrebbe chiesto a Trump di rinviare l’attacco. Una fonte israeliana ha riferito ad Axios che oltre alle preoccupazioni per una rappresaglia, anche agli occhi di Israele il piano d’attacco non era ritenuto abbastanza forte o efficace da destabilizzare in modo significativo il regime iraniano.

Il prezzo politico dello stop

Resta il fatto però che il presidente Usa si è spinto molto in là con la retorica, tracciando una precisa “linea rossa”, quando ha minacciato un nuovo attacco se il regime di Teheran avesse continuato a “uccidere manifestanti pacifici”, ed esortando i “patrioti iraniani” a non mollare perché “l’aiuto è in arrivo“.

Mettere in pausa i piani di attacco ha quindi un prezzo politico: un segnale di incertezza e debolezza, che contrasta e in qualche misura depotenzia il messaggio di forza del blitz in Venezuela, anche se il presidente Usa conserva la sua imprevedibilità; e il tradimento della promessa di aiuto ai “patrioti iraniani”, anche se la pressione su Teheran resta alta e un attacco non è da escludere una volta rafforzato il dispositivo militare Usa nella regione.

Il dilemma di Trump

Il dilemma è chiaro. Trump ha già dato prova di essere determinato a usare la forza militare per promuovere gli interessi degli Stati Uniti, ma non vuole farsi coinvolgere in una nuova guerra prolungata, una di quelle “guerre infinite” rimproverate ai predecessori, tanto meno in Medio Oriente, quindi predilige attacchi brevi, limitati e risolutivi, che producano una vittoria chiara e immediata e non scatenino un conflitto più ampio.

Ma l’Iran, come abbiamo già osservato, non rientra in questo schema, la garanzia di un successo rapido, di un blitz come in Venezuela, non può esserci. Certo, non si può escludere che anche un attacco di breve durata ma intenso possa provocare un ulteriore indebolimento del regime, aprire crepe al suo interno e spingere alcuni centri di potere ad appoggiare le proteste, o almeno a rifiutarsi di reprimerle, aprendo una fase “controrivoluzionaria”.

D’altra parte, non va dimenticato che con gli attacchi del giugno scorso, americani e israeliani hanno già demolito alcuni dei pilastri su cui si reggeva il regime degli ayatollah: la cosiddetta mezzaluna sciita, la sua proiezione di potenza egemone nella regione e il programma nucleare. E pochi giorni fa è stato privato anche della preziosa partnership con il Venezuela di Maduro.

Tuttavia, non ci sarebbe alcuna garanzia di un successo immediato – anche considerando che l’opposizione iraniana appare ancora impreparata a capitalizzare una spallata esterna – a fronte di rischi non trascurabili di escalation e instabilità – attacchi alle forze Usa e ad altri Paesi della regione, shock sui mercati energetici. Queste le dure riflessioni in queste ore alla Casa Bianca.

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