Esteri

Istituzioni democratiche e posizione strategica: occhio al Somaliland

Mentre la Somalia è a tutti gli effetti uno stato fallito in gran parte controllato da al Shabaab. Ecco perché il riconoscimento da parte di Israele dà fastidio a molti

Somaliland map (France24)

“Il nostro non è un atto ostile nei confronti della Somalia né preclude un dialogo futuro. Il riconoscimento non è un atto di sfida. È una opportunità”. Con queste parole il 29 dicembre il vice ambasciatore israeliano all’Onu, Jonathan Miller, ha difeso di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la decisione del suo Paese di riconoscere il Somaliland, un territorio che ha fatto parte della Somalia dal 1960 al 1991, anno in cui i suoi abitanti hanno scelto di autoproclamarsi Stato autonomo.

Anche se diversi Paesi nel corso degli anni hanno stretto rapporti con il Somaliland, Israele è il primo e unico stato membro dell’Onu ad aver intrapreso questo passo.

Le reazioni

Le reazioni alla notizia sono state in gran parte di segno negativo, motivate ufficialmente dal fatto che il governo somalo non ha mai accettato la secessione e continua a considerare il Somaliland territorio nazionale.

L’Unione africana, senza citare Israele, è intervenuta dicendo di “rifiutare fermamente qualsiasi iniziativa o azione che miri al riconoscimento del Somaliland come entità indipendente”. L’Unione europea, tramite il suo servizio diplomatico, ha diffuso un comunicato in cui “ribadisce l’importanza di rispettare l’unità, la sovranità e l’integrità territoriale della Repubblica Federale di Somalia. Ciò è fondamentale per la pace e la stabilità dell’intera regione del Corno d’Africa”.

Gli Stati Uniti hanno dichiarato di continuare a riconoscere l’integrità territoriale della Somalia “che include il territorio del Somaliland”. Per la Cina ha parlato il Ministero degli esteri dicendo che “nessun Paese dovrebbe incoraggiare o sostenere le forse separatiste interne di altri Paesi per i propri egoistici interessi” e rivolgendo alle autorità del Somaliland l’esortazione a mettere fine alle “attività separatiste e alla collusione con forze esterne”.

Un gruppo di 21 Paesi, per lo più a maggioranza islamica, ha rilasciato una dichiarazione congiunta di condanna del riconoscimento del Somaliland definendolo “una violazione dell’integrità territoriale della Somalia”. La dichiarazione è stata condivisa dall’Organizzazione della Cooperazione Islamica che, con i suoi 57 membri, è la seconda più grande organizzazione internazionale dopo l’Onu. Tra i Paesi sottoscrittori figurano Egitto, Turchia, Iran, Giordania e Arabia Saudita. Non hanno aderito all’iniziativa, tra gli altri, il Marocco, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein.

A congratularsi con Israele e il Somaliland è stato invece Taiwan che da tempo è in stretti rapporti con il Paese africano. Con un comunicato il Ministero degli esteri di Taiwan ha detto che Israele, Somaliland e Taiwan “sono partner democratici che condividono i valori della democrazia, della libertà e dello stato di diritto”.

L’origine del Somaliland

L’insistenza dei comunicati è sulla integrità territoriale che tutto il mondo si dice deciso a salvaguardare. Ma il Somaliland ha fatto parte della Somalia soltanto per 30 anni. Scelse l’indipendenza nel 1991 quando il dittatore Siad Barre era appena stato costretto all’esilio dai clan che, alleatisi, dal 1987 avevano combattuto contro di lui.

Subito dopo la vittoria sul dittatore era però scoppiata la guerra tra clan che ha lasciato il Paese senza un governo fino al 2004, ne ha determinato la frantumazione e ha portato alla costituzione del gruppo jihadista al Shabaab, uno dei più pericolosi. Dopo il Somaliland, nel 1998, si era costituito come entità autonoma anche il Puntland che però nel 2012 è entrato a far parte della Repubblica federale somala, costituita quell’anno, che comprende sei stati federati, sette includendo il Somaliland.

Somalia stato fallito

In realtà però vaste estensioni di territorio somalo sono controllate saldamente da al Shabaab, altre ne subiscono l’influenza e la stessa capitale Mogadiscio è costantemente sotto la minaccia di attentati.

Inoltre dal 2004, quando si è formato il primo governo di transizione grazie a un accordo tra i maggiori clan raggiunto centellinando cariche ministeriali e parlamentari, il Paese non è mai andato alle urne: è impossibile con tanta parte del suo territorio fuori controllo o troppo insicura e senza un censimento della popolazione. Le ultime elezioni in Somalia risalgono addirittura al 1969, poco prima che Siad Barre prendesse il potere con un colpo di stato.

Persino la costituzione, adottata dall’Assemblea costituente nel 2013, in ritardo di due anni, benché salutata come una “conquista storica”, è stata stilata copiando, sulla base di un canovaccio fornito dall’Onu e avrebbe dovuto essere sottoposta a un referendum popolare che non ha mai avuto luogo.

Solo il 25 dicembre, per la prima volta, si sono aperti i seggi per alcuni somali, ma solo a Mogadiscio, per eleggere i consigli distrettuali della capitale, resa relativamente sicura da misure eccezionali di sicurezza. Nelle intenzioni dovrebbe essere il primo passo per il ripristino del suffragio universale, il prossimo anno, ma nessuno al momento ci crede davvero.

La Somalia è a tutti gli effetti uno stato fallito. Non soltanto il governo non controlla gran parte del territorio nazionale. Esiste e può avere sede nella capitale perché è difeso da forze militari internazionali, senza le quali Mogadiscio sarebbe ancora in mano ad al Shabaab, e perché è finanziariamente assistito dalla cosiddetta comunità internazionale, con miliardi di dollari molti dei quali elargiti a titolo di dono.

E dire che anni fa un rapporto redatto dal Gruppo di monitoraggio sulla Somalia delle Nazioni Unite aveva rivelato che il 70 per cento del denaro affidato al governo di Mogadiscio negli ultimi anni non era mai arrivato nelle casse dello stato: “nulla viene fatto dalle istituzioni somale – si leggeva nel rapporto – senza che qualcuno pronunci la frase che cosa ci guadagno io?

Istituzioni democratiche e posizione strategica

Per contro, il Somaliland nel frattempo si è dato istituzioni democratiche, una costituzione, strutture statali funzionanti ed è andato al voto più di una volta. È un piccolo Paese, solo circa sei milioni di abitanti, con discrete risorse naturali, incluso il petrolio, discretamente stabile e sicuro.

Dopo l’annuncio, il 26 dicembre, Israele ha spiegato che intende iniziare subito a collaborare con il suo governo in vari settori: agricoltura, tecnologia, economia, sanità.

Tutti però pensano che sia soprattutto la posizione strategica del Paese a interessare ad Israele perché il Somaliland si affaccia sul Golfo di Aden. Sulla riva opposta si trova lo Yemen da cui i terroristi islamici Houthi dopo il 7 ottobre 2023 hanno lanciato su Israele migliaia di missili. Poco più a nord, a Gibuti, Stati Uniti e Cina hanno le loro basi militari. La Russia mira a stabilirne una ancora più a nord, nel Mar Rosso, a Port Sudan.

La Lega Araba pensava a questo quando, intervenendo al Consiglio di Sicurezza, ha affermato di respingere “qualsiasi misura derivante da questo illegittimo riconoscimento volta a facilitare l’espatrio forzato dei palestinesi o a sfruttare i porti del Somaliland per stabilire delle basi militari”.

Anche l’Etiopia, che non ha accesso al mare, lo scorso anno ha negoziato con il Somaliland la creazione di un porto sulle sue coste provocando la reazione risentita del governo somalo. Per un lungo momento si è temuto lo scoppio di una guerra tra i due Paesi.

“La Somalia appartiene ai somali – aveva giurato il presidente Hassan Sheikh Mohamud – proteggeremo ogni centimetro della nostra sacra terra”. Il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele – ha dichiarato Mohamud il 28 dicembre, parlando al parlamento riunito in sessione d’emergenza – è “un deliberato attacco alla nostra sovranità ed è una minaccia alla sicurezza e alla stabilità della regione e del mondo”.

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