Yalda Hakim, di Sky News, intervista Tucker Carlson e ottiene una sua autocritica pubblica, praticamente in diretta Tv. Riguarda l’Islam: “Molte volte ho detto in televisione: ‘Il problema è l’Islam. Il problema sono i musulmani. Vogliono tutti ucciderci. Sono tutti pazzi. Fanno tutti parte di questa setta suicida folle creata da Maometto nel VII secolo’”, e poi l’ex opinionista di Fox, ora giornalista indipendente e podcaster da milioni di ascolti, aggiunge: “E ci credevo. Ero fuori di me. Ci credevo. Ora, non è vero. Niente di tutto ciò è vero, ma ci credevo”.
Cambio di narrazione
Per quanto riguarda il parere di Tucker Carlson sull’Islam, si può dire che sbagliasse allora e sbagli adesso? Sbagliava allora a definire tutti e due i miliardi di musulmani come una setta di assassini, compresi i dissidenti iraniani, compresi i dissidenti palestinesi che stanno morendo sotto la repressione di Hamas, compresi i musulmani bosniaci vittime del genocidio serbo e i caduti musulmani nell’esercito americano. Tucker sbagliava per generalizzazione.
E però sbaglia anche adesso, perché, non in questa intervista, ma in dichiarazioni rilasciate cinque mesi fa, arriva a negare l’esistenza della minaccia jihadista: “Negli ultimi 24 anni non conosco nessuno negli Stati Uniti che sia stato ucciso dall’Islam radicale”.
Appena un anno prima di quella finestra temporale, quasi 3.000 americani sono stati uccisi dai jihadisti nell’attacco dell’11 settembre alle Torri Gemelle e al Pentagono. Ma anche per quanto riguarda la storia degli Usa dopo il 2001, Tucker Carlson vuole farci dimenticare: l’attentato a Fort Hood (2009), l’attentato alla maratona di Boston (2013), la strage a San Bernardino (2015), l’attentato alla discoteca di Orlando (2016), il car ramming di New York (2017), l’attentato alla base navale di Pensacola (2019), l’attentato di Capodanno a New Orleans (2025).
Possibile che Tucker Carlson non ricordi questi episodi? Non è possibile, perché li commentava su Fox News mentre accadevano e non aveva dubbi sulla loro matrice islamica. Ha semplicemente cambiato narrazione. Che vuol dire, letteralmente: cambiare tutto il suo modo di descrivere la realtà. Probabilmente facendo credere di avere preso, nel frattempo, una sorta di “pillola rossa” che gli ha aperto gli occhi sulla realtà.
C’è chi ipotizza che questa “pillola rossa” arrivi dal Qatar e sia anche molto costosa. Carlson smentisce e comunque è innocente fino a prova contraria. Sta di fatto che sta veicolando a milioni di suoi ascoltatori, puntata dopo puntata, tutta la narrazione tipica dei Fratelli Musulmani, la stessa promossa da Al Jazeera.
Fine del sostegno a Trump
Per poi andare anche oltre: se il Qatar, se non altro per sopravvivenza, non ha fatto propaganda per l’Iran, Tucker ha sdoganato pure il regime di Teheran. Ha definito la guerra in Iran come “la fine di Trump” e del movimento MAGA. E comunque è la fine del suo sostegno a Trump, che ritiene un presidente “ricattato” da Israele, o addirittura al servizio dello Stato ebraico: “Stanno prendendo decisioni sulla base di altri criteri: cosa è meglio per questa azienda, cosa è meglio per Israele, cosa è meglio per i nostri donatori”.
La campagna anti-israeliana
Il problema di Tucker Carlson è grave ed è sia a monte che a valle. A monte: non stiamo parlando solo di un “ex opinionista di Fox News licenziato dalla sua televisione”, stiamo parlando di uno degli influencer più potenti e ascoltati d’America. Il suo sdoganamento dell’Islam è funzionale solo al suo odio per Israele e per la “lobby ebraica”.
Va ad aggiungersi, come seguito naturale, a due anni di serrata campagna anti-israeliana, in cui ha ospitato storici negazionisti dell’Olocausto, pastori protestanti palestinesi anti-sionisti, suore ortodosse pro-Hamas e un nazistoide come Nick Fuentes. Una “Zanzara”, ma senza umorismo, in cui era inevitabile che prima o poi sdoganasse anche l’Islam, in tutte le sue forme.
“Ho visto più antisemitismo nella destra negli ultimi 18 mesi che in tutta la mia vita e si sta diffondendo come un cancro – diceva il senatore repubblicano Ted Cruz, tre mesi fa – Carlson è il più pericoloso demagogo in America”.
Non tutto il male viene dall’influencer, che è una spugna. Per avere pubblico, deve comunque riposizionarsi dove tira il vento. E il vento antisionista tira fortissimo in questi anni. Per almeno tre motivi.
Primo: lo sdoganamento dell’antisemitismo classico che in America ha sempre avuto la fissazione del “controllo ebraico” sul governo federale. L’acronimo Zog (Zionist Occupation Government) era usato solo da un’estrema destra ghettizzata. Oggi l’idea che il governo agisca per ordine dei sionisti è sdoganata e quel che c’è di peggio è che, con la guerra in Iran, è una tesi che è stata ampiamente diffusa anche dai media mainstream.
Secondo: l’isolazionismo è tornato in auge. E l’isolazionismo contemporaneo, almeno a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, ha venature antisemite. È l’idea che siano gli ebrei sionisti a trascinare in guerra gli Usa, contro i loro veri interessi.
Questa corrente è anche culturalmente pericolosa se inizia a riscrivere la storia: tutti i nemici degli Usa, da Hitler a Bin Laden sarebbero “falsi avversari” creati dai sionisti per spingere gli americani a combattere guerre non loro. Nei casi più estremi si arriva anche al negazionismo della Shoah.
Infine c’è l’odio per Israele, a reti unificate, di tutti i media mainstream, del mondo accademico e del mondo internazionalista (dall’Onu alle Ong più ricche): un modo di leggere la questione mediorientale tutto e solo in una direzione, giustificando sempre il punto di vista palestinese e condannando sempre quello israeliano.
Questa corrente è responsabile dello sdoganamento dell’antisemitismo, nelle sue forme più grevi e pericolose. Finora la destra ne era quasi del tutto immune. Da due anni non lo è più, evidentemente.
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