Anche dopo il recente attentato avvenuto nei pressi di Beit She’an, nel nord d’Israele, in cui un palestinese ha ucciso due israeliani (investendo il primo, un uomo di 68 anni, e accoltellando la seconda, una ragazza di 19 anni) e ne ha feriti altri due prima di essere fermato, non sono mancati gli esempi di faziosità nel riportare i fatti da parte della Rai, come era già successo in passato.
Distorti i fatti
Nell’edizione serale del Tg1 del 26 dicembre, la corrispondente da Gerusalemme Maria Gianniti ha più volte distorto i fatti: innanzitutto, ha detto che questo “avviene, purtroppo, ciclicamente soprattutto nelle zone dove ci sono degli insediamenti”. Peccato che l’attentato sia avvenuto in Israele, non in Cisgiordania, per cui è inappropriato associare gli insediamenti ai fatti di Beit She’an.
Subito dopo, la Gianniti ha fatto riferimento alle “violenze dei coloni” che “aumentano ogni giorno”. Tuttavia, nel parlare di un loro aumento non ha fornito numeri o statistiche.
Falsa equivalenza
Certi servizi non sono una novità nella carriera della Gianniti: il 13 maggio 2025, ospite del programma Radio anch’io su Rai Radio 1, ha annunciato la morte del fotoreporter palestinese Hassan Aslih, colpito da un drone israeliano a Khan Yunis. Tuttavia, ha minimizzato il fatto che Aslih era in realtà un terrorista di Hamas, che il 7 ottobre 2023 ha partecipato all’irruzione dei terroristi in territorio israeliano. Come erano affiliati a Hamas anche altri “giornalisti” a Gaza.
Il problema non riguarda solo la singola emittente o il singolo inviato: nei media italiani, è sempre più diffusa l’equiparazione tra il terrorismo palestinese e i soprusi commessi da israeliani, e talvolta viene posta maggiore attenzione nel secondo caso.
Quello che viene spesso omesso, è che mentre in Israele la giustizia può punire gli israeliani che commettono violenze ingiustificate, al contrario nei territori palestinesi i terroristi non solo vengono celebrati come eroi, ma in più l’Anp (Autorità nazionale palestinese) offre ingenti sussidi alle famiglie dei cosiddetti “martiri”.
Il fondo per le famiglie dei terroristi
Sin dagli anni ’60, il movimento Fatah che oggi guida l’Anp ha pagato ingenti somme di denaro alle famiglie di palestinesi che, per aver compiuto atti di terrorismo contro gli israeliani, sono stati uccisi o incarcerati, arrivando nel corso degli anni ad istituire il Palestinian Authority Martyrs Fund.
Sebbene venga presentato come un sistema di welfare per aiutare famiglie bisognose, secondo un report del Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs esso in realtà rappresenta un incentivo anche economico per commettere attentati per uccidere gli israeliani. Le ultime stime indicavano che il Martyrs Fund aveva un budget annuale superiore ai 300 milioni di dollari, rappresentando almeno il 7 per cento di tutto il budget annuale dell’Anp.
In seguito alle numerose pressioni giunte da Israele e dagli Stati Uniti, il 10 febbraio 2025 il presidente dell’Anp Mahmoud Abbas ha annunciato lo smantellamento di questo sistema di sussidi. In precedenza, proprio per giungere a questo risultato la prima amministrazione Trump aveva tagliato già nel 2018 i fondi per l’Autorità nazionale palestinese con il Taylor Force Act (che prende nome da un militare americano ucciso da un terrorista palestinese a Tel Aviv nel 2016).
Tuttavia, a novembre l’Anp è stata accusata di aver continuato a portare avanti questo sistema, aggirando i controlli attraverso altri canali.
Più di recente, Abbas ha annunciato che le famiglie dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane dovranno rivolgersi per eventuali sussidi ad un nuovo ente, il PNEEI (Palestinian National Economic Empowerment Institution). In un comunicato, il PNEEI ha affermato che i suoi pagamenti saranno conformi agli “standard internazionali” e concessi “esclusivamente sulla base di necessità sociali ed economiche”, senza alcuna considerazione per il retroterra politico del soggetto in questione. Tuttavia, questa decisione ha portato numerosi palestinesi a protestare per le strade in varie città e villaggi della Cisgiordania, nonché a proteste interne alla stessa Fatah.
Estremisti israeliani perseguiti
Mentre prima l’Olp e poi l’Anp hanno di fatto premiato per decenni i terroristi mantenendo le loro famiglie, in Israele chi viene colto a commettere atti illegali nei confronti dei palestinesi può essere processato: è quello che è successo di recente a un riservista dell’IDF, colto in flagrante mentre investiva intenzionalmente con un trattore un palestinese.
Il fatto è successo vicino al villaggio di Deir Jarir, in Cisgiordania. Il colpevole è stato beccato in un video, ed è stato subito preso in custodia dalla polizia e messo agli arresti domiciliari. Inoltre, l’IDF ha confiscato l’arma del riservista e ne ha sospeso il servizio.
Ci sono stati anche casi in cui dei soldati israeliani hanno salvato dei palestinesi dalla violenza degli israeliani che vivono negli insediamenti nella West Bank: nel giugno 2020, un militare della Brigata Golani dell’IDF ha salvato un palestinese che era stato aggredito da un gruppo di estremisti a Hebron. Nel novembre 2024, invece, erano state due soldatesse dell’esercito israeliano ad essere aggredite dai coloni, nei pressi dell’insediamento di Giv’at Asaf.
Conclusioni
Tutti questi fatti dimostrano che è solo una generalizzazione dire che vi sia una “complicità” tra l’esercito israeliano e coloro che commettono atti violenti nei territori palestinesi, come qualcuno vorrebbe far credere. E soprattutto, dimostra come, per quanto le istituzioni israeliane presentino margini di miglioramento, rimangono comunque più attendibili delle controparti palestinesi, sia di Fatah che di Hamas. È la differenza che c’è tra un sistema democratico, fondato sullo Stato di diritto, e un sistema autoritario che appoggia il terrorismo.
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