C’è un elemento che accomuna commentatori, diplomatici europei e leader politici occidentali nelle ultime settimane: lo spaesamento.
Il nuovo approccio degli Stati Uniti guidati da Donald Trump appare più duro, diretto, persino brutale rispetto al suo primo mandato. E soprattutto: radicalmente diverso da ciò che l’Europa si aspettava. Non è solo una questione di stile. È un cambio di fase.
Dal Trump 45 al Trump della “sopravvivenza”
Nel primo mandato, Trump arrivò alla Casa Bianca come un outsider imprevisto. Un costruttore prestato alla politica, un uomo di spettacolo catapultato nel cuore del potere imperiale americano. Per necessità e per inesperienza istituzionale finì per riutilizzare gran parte dell’establishment: repubblicano, militare, diplomatico e burocratico.
Quella fase ebbe molto di “grillino” nel metodo: rottura verbale, ma continuità strutturale. Lo Stato profondo rimase in piedi. Le linee rosse non furono davvero superate. Oggi no.
La “camminata nel deserto” che ha cambiato tutto
Tra il 2021 e il ritorno alla presidenza, Trump e il suo mondo hanno attraversato una delle più dure prove di selezione politica della storia americana recente:
- accusa di ribellione per l’assalto al Campidoglio
- indagini federali e statali
- sequestro di fondi
- inchieste sui rapporti con la Russia
- multe miliardarie
- isolamento mediatico
- fino al tentato omicidio
Non è un elenco retorico. È una biografia politica di sopravvivenza. Chi è rimasto accanto a Trump in questa fase non è un opportunista. È qualcuno che ha fatto un all-in ed è sopravvissuto per circostanze fortunate e determinazione feroce.
Questo spiega perché oggi lo staff trumpiano appare come un monolite: stessa linea, stessa visione, nessuna ambiguità. Non è più un presidente che media. È un presidente che decide.
L’establishment economico ha scelto il campo
Altro errore di lettura europeo: pensare Trump isolato. In realtà, una parte crescente dell’establishment industriale, tecnologico e finanziario americano è con lui. Il motivo è semplice e brutale: a Washington si percepisce un bivio storico.
O gli Stati Uniti riescono a invertire il trend di decadenza industriale, tecnologica e strategica,
oppure sanno di essere destinati a essere superati dalla Cina. Non è ideologia. È aritmetica geopolitica.
Niente Maggioriano, semmai Costantino
Trump non ha alcuna intenzione di fare la fine di Maggioriano. Pochi oggi lo ricordano, ma Maggioriano fu uno degli ultimi imperatori romani d’Occidente a tentare una vera riforma dello Stato: provò a risanare le finanze, a rimettere ordine nell’esercito, a fermare il declino dell’Impero.
Era però solo. L’aristocrazia romana, che viveva di rendite e privilegi, lo ostacolò apertamente. Fu tradito dai suoi stessi generali ed eliminato prima di poter completare il progetto. Il risultato? L’Impero d’Occidente crollò pochi anni dopo.
Trump ha ben presente questo precedente storico: chi prova a cambiare un sistema in declino senza spezzare i centri di potere che lo controllano, viene travolto. Se proprio si vuole cercare un parallelo storico più calzante, allora il riferimento è Costantino.
Costantino capì che Roma non poteva più essere semplicemente “gestita” come prima. Cambiò le alleanze, spostò il baricentro del potere, riorganizzò l’esercito e l’amministrazione, e soprattutto accettò lo scontro con l’ordine precedente. Non cercò compromessi di superficie: rifondò l’Impero su nuove basi.
Con tutte le enormi differenze di epoca e contesto, la logica che guida oggi Trump sembra più vicina a questa: non conservare un sistema che sta perdendo forza, ma riscriverne le regole, anche a costo di conflitti duri con élite interne e alleati storici. In sintesi: non gestione dell’esistente, ma rifondazione del potere.
L’Europa non ha capito la posta in gioco
Molti leader europei continuano a ragionare come se fossimo ancora nel mondo della diplomazia rituale. Non lo siamo più. Dal punto di vista americano, la scelta è binaria: o con il blocco Usa, o, prima o poi, dentro l’orbita cinese.
Ogni ambiguità europea viene letta come oggettiva ostilità strategica. In questo quadro, la superiorità informativa americana è schiacciante: sistemi predittivi, integrazione dati, capacità di anticipare mosse politiche ed economiche, anche grazie a strumenti come Palantir, rendono molte decisioni europee note ancora prima che vengano annunciate pubblicamente. Il dado, per Washington, è già tratto.
Tre scenari possibili
Da qui in avanti, gli scenari sono sostanzialmente tre:
- Rimodulazione tattica di Trump
Un approccio più soft su dossier simbolici (Groenlandia, pressione diretta su alcuni alleati), senza cambiare la linea strategica di fondo. - Scontro aperto con il blocco nord-europeo franco-tedesco
Con rischi enormi per l’economia europea e l’attivazione di tutti gli strumenti americani di contenimento e pressione verso soggetti considerati ostili agli interessi Usa. - Blocco europeo compatto contro Washington
Scenario più radicale e, nel medio periodo, più pericoloso: progressivo slittamento dell’Europa verso l’influenza cinese non solo tecnologica, ma anche politica, secondo modelli di controllo e governance più vicini a Pechino che a Washington.
Conclusioni
Trump non sta negoziando. Sta ridisegnando il campo. L’errore europeo è pensare di essere ancora un interlocutore indispensabile. Per Washington, oggi, l’Europa è una variabile da disciplinare, non un partner da convincere. Chi non lo capisce rischia di svegliarsi troppo tardi, quando le alternative saranno già state decise da altri.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


