Il dramma di Gaza e quello ucraino hanno posto in luce, una volta di più, l’estrema debolezza – e anche un certo infantilismo – dell’Unione europea in materia di politica estera e di strategia geopolitica. Quando accadono eventi drammatici che, tra l’altro, sono assai più vicini ai confini dell’Unione che a quelli americani, i superburocrati di Bruxelles altro non sanno fare se non lanciare appelli agli Stati Uniti affinché intervengano.
Dalla capitale Ue vengono emanati bollettini asettici e appelli umanitari, senza che ad essi si accompagnino atti decisivi a livello pratico. “Ci devono pensare gli Usa”, questo è il ritornello che da decenni sentiamo ripetere e che, francamente ha stancato.
L’insofferenza Usa
E ha stancato pure gli americani. I tempi sono cambiati e la loro opinione pubblica dà crescenti segni di insofferenza di fronte al ruolo di “gendarme del mondo” che per decenni gli Stati Uniti hanno svolto, a volte con successo altre meno.
Tale ruolo è estremamente costoso in ogni senso. Sul piano economico poiché devono mantenere un apparato militare enorme che copre ogni angolo del pianeta. Sul piano umano perché gli Usa da sempre sopportano le perdite di soldati e di materiale di gran lunga maggiori. E infine sul piano politico dal momento che sono il bersaglio preferito dei terroristi di ogni tipo.
Ora si critica Donald Trump per i limiti imposti all’intervento militare in Ucraina. Le critiche in linea teorica sono giustificate ma, nel frattempo, la Ue che ha fatto? Alcuni Paesi membri inviano soprattutto aiuti umanitari e, per quanto riguarda l’Italia, si parla di attivare i nostri enti per la cooperazione internazionale.
C’è qualcosa che stona in questo quadro. Per quale motivo gli Usa dovrebbero inviare marines e GI ad affrontare i russi sul loro terreno, mentre altre nazioni si limitano ai soccorsi umanitari? Soprattutto rammentando che molte di tali nazioni sono ricche e in grado, volendo, di dotarsi di mezzi militari adeguati.
E qui sta il punto. L’Unione europea è cresciuta come organismo che, all’atto pratico, si è occupato in modo quasi esclusivo di questioni economiche e finanziarie. Hanno contato solo la salvaguardia della moneta unica e l’equilibrio di bilancio. La difesa comune è stato finora un tema che ha suscitato ben poco entusiasmo. Se ne sentiva in sottofondo l’urgente necessità, ma si rispondeva che lo scudo Usa era tutto sommato sufficiente a garantire la tranquillità e l’integrità dei confini.
Segnali di risveglio
Purtroppo non è più così. Il Giappone, per esempio, s’è accorto da un pezzo che gli Stati Uniti stanno ridisegnando il loro ruolo mondiale. Ha cessato quindi di fare affidamento soltanto sullo scudo americano e ha inaugurato una nuova politica della difesa per essere in grado, qualora se ne manifesti la necessità, di rispondere autonomamente a sfide militari.
Solo adesso, a Bruxelles, si notano segni di risveglio analoghi. E le conseguenze si vedono. Gli eventi che stanno incendiando Ucraina e Medio Oriente sono distanti da New York, Washington e Los Angeles, ma vicinissimi a Roma, Parigi e Berlino. Per non parlare, ovviamente della Polonia e dell’Europa dell’Est in genere.
Ci si chiede pertanto fino a quando l’Unione europea potrà permettersi il ruolo della Bella Addormentata soddisfatta del successo economico (peraltro calante) e delle interminabili discussioni su Pil e pareggio di bilancio. Il successo americano nel secondo conflitto mondiale è ormai lontano, e non è detto che ci sia ancora un Principe disposto a salvarla in nome dei comuni principi democratici.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


