Esteri

Messaggio a Putin: non provare ad attaccare la Nato

Cosa c'era dietro la visita del direttore della CIA a Mosca. Secondo l'agenzia è concreto il rischio di una provocazione russa per testare l'unità dell'Alleanza

Donald Trump e Vladimir Putin
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Che cosa ci faceva il direttore della Cia, John Ratcliffe, a Mosca, il 25 agosto, arrivato a bordo di un aereo cargo militare? Ce lo stiamo chiedendo tutti da tre giorni. Un viaggio molto segreto, di cui non era stato anticipato nulla, effettuato con un volo militare destinato all’aeroporto di Vnukovo, Mosca: nemmeno il presidente Donald Trump ha rivelato alla stampa il contenuto degli incontri nella capitale russa, ha minimizzato parlando di “routine”.

Il messaggio a Putin

Beh, tutto può essere, meno che routine. L’ultimo viaggio simile, di un direttore della Cia a Mosca, era quello del novembre 2021. Il predecessore di Ratcliffe, Joseph Burns, aveva avvertito Putin che un’invasione dell’Ucraina, che allora era in piena fase di preparativi, non sarebbe rimasta impunita. Tre mesi dopo, i russi passavano il confine ucraino.

Quando è il servizio segreto che incontra i vertici russi, come ai tempi dell’Urss incontrava quelli sovietici, vuol dire che la situazione è tesa e la diplomazia ordinaria, pubblica, alla luce del giorno, non basta più.

Non è chiaro se Ratcliffe abbia incontrato Vladimir Putin, oppure solo “alti funzionari dell’intelligence russa”, come affermato dal portavoce del Cremlino Dmitri Peskov. Il contenuto dei colloqui è riservato. Ma fonti informate dei fatti hanno dichiarato al Wall Street Journal che il messaggio di Ratcliffe non consiste nella ennesima offerta di pace per l’Ucraina e neppure per qualche accordo sul dossier Iran, cose per cui sarebbe bastata una normale azione diplomatica. Ratcliffe sarebbe andato a Mosca a portare un avvertimento: non provate ad attaccare la Nato.

La Russia, ufficialmente, nega che sia stato questo il messaggio del direttore della Cia. Come tutti i giornalisti sanno, una smentita è una notizia data due volte (specialmente se la fonte della smentita è il Cremlino).

La minaccia russa

Ma siamo già a questo punto? In Italia siamo soliti pensare che una minaccia militare russa sia solo uno scenario ipotetico, quanto mai remoto. E nella maggior parte dei casi, viene tirato in ballo nel dibattito politico solo per motivi di polemica interna. Dai russofili, di destra e di sinistra, per accusare gli europeisti di strumentalizzare l’ennesima emergenza basata sulla paranoia, ma anche dagli europeisti per accusare “le destre” (tutte) di essere complici del piano russo. In realtà, la minaccia russa è una questione seria, che dovrebbe essere considerata al di sopra delle divisioni partitiche.

Prima della visita di Ratcliffe, la Cia, dall’inizio di agosto, aveva avvertito della possibilità di una provocazione militare russa per “testare la determinazione della Nato”. Di che tipo di provocazione si potrebbe trattare? Gli analisti americani ipotizzano “un attacco limitato contro un Paese alleato nei prossimi anni”, con un ventaglio di opzioni che vanno dall’attacco informatico (il caso meno drammatico) alla piccola incursione terrestre (il più drammatico e difficile da affrontare).

Se fino all’inizio del 2026 la Cia escludeva l’ipotesi di un attacco (anche limitato) russo in territorio Nato, questa valutazione è cambiata da pochi mesi. Ora valutano che sia possibile un atto di aggressione di Mosca, anche con il conflitto ucraino ancora in corso. È uno scenario preso in considerazione dagli analisti Nato almeno dal 2014: quello del “escalate to de-escalate”.

Non c’è alcuna vittoria in vista in Ucraina e non c’è alcun accordo all’orizzonte, Putin potrebbe essere tentato di alzare improvvisamente la posta in gioco (escalate) per giungere ad una conclusione brusca del conflitto e sedersi a un tavolo negoziale alle sue condizioni (de-escalate).

Una prova pratica di questa intenzione consiste nel moltiplicarsi di piccoli incidenti militari. A fine maggio un drone russo ha colpito un condominio rumeno nella città di Galati, vicina al confine ucraino. Questo mese sono aumentati sorvoli di droni in territorio Nato, intercettati anche da caccia italiani e spagnoli e sono sospette anche azioni da guerra ibrida in cui Mosca può celare facilmente la sua responsabilità.

Secondo la Cia sarebbero tutti precursori di un’azione più grande e soprattutto più plateale, sono test per verificare come la Nato reagisca militarmente e politicamente. Un attacco russo non mirerebbe a conquistare territori, ma a spaccare definitivamente l’Alleanza Atlantica.

Cosa dicono le Intelligence europee

Le intelligence europee condividono? Contrariamente al 2022, quando la Cia era praticamente l’unica (assieme all’MI6 britannico) a ritenere imminente un attacco russo all’Ucraina, questa volta il parere delle intelligence europee è più allineato con quella statunitense.

Il capo di Stato Maggiore tedesco, il generale Christian Freuding, indica anche una data-limite: ritiene che dobbiamo attenderci un attacco russo entro il 2029. “Il 2029 non è una scadenza imposta dalla Germania. Si tratta di un dato di intelligence concordato dalla Nato – ha affermato FreudingTutti i 32 partner della Nato concordano sul fatto che la Russia potrebbe avere la capacità di invadere un Paese membro dell’Alleanza nel 2029” (corsivo nostro).

L’intelligence della Svezia, nuovo membro della Nato, giunge a conclusioni simili, pur senza ipotizzare date: all’inizio di giugno, la Commissione di Difesa svedese aveva avvertito che la Russia potrebbe tentare di mettere alla prova l’unità dell’Alleanza Atlantica e gli impegni di difesa collettiva in un “futuro relativamente prossimo”.

La Lettonia parla più esplicitamente di “attacchi ibridi”: “Vediamo segnali che indicano che la Russia si sta preparando a provocazioni militari contro i Paesi Baltici o la Polonia, non una guerra convenzionale, perché la Russia al momento non ne è capace, ma attacchi ibridi, come missili, droni o altre azioni volte a mandare un segnale: smettete di sostenere l’Ucraina, altrimenti avrete i vostri problemi”, ha dichiarato una fonte dell’intelligence lettone a Fox News.

L’obiettivo di Mosca: testare la Nato

Il primo obiettivo della Russia è quello di spaccare la Nato lungo l’Atlantico: dividere gli Usa dall’Europa. Era lo stesso fine dell’Urss durante tutta la Guerra Fredda. Il primo anno di presidenza Trump è stato caratterizzato da un notevole sforzo di appeasement: parole di incoraggiamento a Putin per porre fine alla guerra in Ucraina (culminato con l’incontro di Anchorage, un anno fa), parole dure rivolte solo contro Zelensky e contro i suoi sostenitori europei, se non erano sufficientemente disposti ad accettare le condizioni di pace proposte dagli Usa. Ciò può aver creato la pericolosa illusione, a Mosca, di un sostanziale allineamento di Usa e Russia contro l’Europa.

La visita di Ratcliffe a Mosca, tuttavia, se è confermato il suo scopo, sarebbe un’altra doccia fredda per Putin. L’ultima in ordine di tempo, dopo le sanzioni, approvate il mese scorso dal Senato, che penalizzano i Paesi che comprano ancora petrolio e gas russi. E dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il 26 agosto, ha conferito a Elon Musk l’Ordine della Libertà, una delle massime onorificenze ucraine, per i suoi “eccezionali meriti personali” nella protezione della vita umana e della libertà e nel rafforzamento dei legami con gli Stati Uniti. Vuol dire che il sistema satellitare Starlink “combatte” ancora al fianco dell’Ucraina.

Non è affatto detto che Trump abbia cambiato idea. Semplicemente all’appeasement politico, non segue automaticamente un disimpegno militare. Nonostante tutti i cambiamenti in corso, fra cui la nuova dottrina strategica Usa (che declassa il nostro continente a un ruolo secondario) e il maggior impegno preso dagli europei per la loro stessa difesa, gli Usa sono per ora ancora responsabili della protezione militare dell’Europa.

Se Putin pensa di lanciare una provocazione militare contro paesi Nato, pensando di avere il tacito consenso americano, rischia di fare l’errore più grande di un dittatore dai tempi dell’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein.

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