In Iran è un inferno, un mattatoio, con migliaia di corpi senza vita accatastati lungo le strade. Scene inenarrabili che giungono a noi malgrado il black out di Internet imposto dai macellai del regime degli ayatollah.
La partita geopolitica
C’è una tentazione ricorrente, quando da noi in Occidente si parla dell’Iran, che consiste nel ridurre tutto a una partita di scacchi regionale: Israele contro gli ayatollah, Netanyahu contro Teheran, la solita guerra a bassa intensità combattuta per procura. È una tentazione comprensibile ma, quantomeno nel caso specifico, profondamente fuorviante.
Che il governo israeliano abbia un interesse strategico nel crollo della Repubblica Islamica è un dato di fatto, non una rivelazione. Che per le strade di Teheran siano in azione apparati israeliani sotto mentite spoglie è un fatto noto e ammesso da più parti. Ma fermarsi a questi dati di fatto significa adottare lo sguardo dei governi e delle cancellerie, non quello della realtà iraniana.
Crisi di legittimità
Perché la crisi che attraversa oggi l’Iran non nasce a Tel Aviv, né a Washington: nasce nelle sue città, nelle sue università, nelle sue famiglie, in un conflitto sempre più aperto tra il regime e la società che pretende di governare.
Da anni, e con un’accelerazione evidente nell’ultimo biennio, la Repubblica Islamica vive una frattura strutturale con la propria popolazione. Le proteste non sono un fenomeno episodico né il prodotto di agitazioni eterodirette dall’estero, come sostiene la propaganda ufficiale, ma l’espressione ricorrente di una crisi di legittimità profonda.
Arresti arbitrari, repressione violenta delle manifestazioni, condanne capitali, blackout informativi e persecuzione sistematica di attivisti, giornalisti e minoranze hanno accompagnato ogni ondata di dissenso. Organizzazioni internazionali per i diritti umani e osservatori indipendenti concordano su un punto essenziale: lo Stato iraniano non si limita a governare in modo autoritario, ma considera una parte crescente della propria società come un nemico interno da neutralizzare. È su questo terreno, prima che su quello geopolitico, che si gioca la partita iraniana.
Ipocrisia dell’Occidente
Ed è proprio qui che l’Occidente mostra tutta la sua ambiguità, quando non la sua ipocrisia. Di fronte a un regime che reprime, uccide e terrorizza una parte consistente della propria popolazione, le capitali europee continuano a rifugiarsi in un linguaggio burocratico fatto di “preoccupazione”, “monitoraggio” e “inviti alla moderazione”.
Una neutralità apparente che, nei fatti, finisce sempre per avvantaggiare chi detiene il potere e non chi lo subisce. Perché tra uno Stato armato fino ai denti e cittadini disarmati che scendono in piazza, l’equidistanza non è equilibrio: è rinuncia a giudicare.
Le piazze iraniane non chiedono interventi militari stranieri né invocano governi fantoccio imposti dall’esterno. Chiedono, in modo ostinato e sempre più disperato, ciò che il regime nega da decenni: libertà personali, dignità civile, fine della repressione. A guidare la protesta sono soprattutto giovani e donne, ma il dissenso attraversa classi sociali, territori e generazioni. È una mobilitazione che nasce dal basso e che parla un linguaggio universale, non ideologico.
Ridurla a una manovra orchestrata da potenze straniere, o anche soltanto strizzare l’occhio a tesi minimaliste di questa fatta, significa fare il gioco degli ayatollah e negare agli iraniani persino la titolarità della propria rivolta.
Sostenere il popolo iraniano non significa sposare l’agenda di Israele, degli Stati Uniti o di qualsiasi altro attore regionale. Significa, molto più semplicemente, riconoscere che esiste una linea di demarcazione netta tra un regime teocratico che governa attraverso la paura e una società che chiede diritti fondamentali.
Confondere le due cose, o fingere che siano inseparabili, è una comoda scorciatoia per non prendere posizione. Ma è anche il modo più sicuro per tradire quei valori che l’Occidente continua a proclamare come universali.
Il conto della storia
Ad un certo punto, la storia presenta il conto. E costringe a scegliere. Non tra Israele e Iran, non tra Oriente e Occidente, non tra stabilità e caos, ma tra un regime che governa attraverso la violenza e un popolo che chiede di vivere libero. Tutto il resto – la diplomazia attendista, le analisi prudenti, le equidistanze di comodo – è solo un modo elegante per rimandare una decisione che è prima di tutto morale.
Schierarsi con il popolo iraniano non significa invocare guerre, né benedire cambi di regime eterodiretti. Significa smettere di fingere che la repressione sia una “questione interna”, che la teocrazia degli ayatollah sia un interlocutore come gli altri, che la stabilità valga più della vita e della dignità di milioni di persone. Significa riconoscere che esistono regimi con cui non si può essere neutrali senza diventare complici.
L’Iran di oggi è una prova di verità anche per l’Occidente. Se davanti a un mattatoio umano ci rifugiamo ancora una volta nel linguaggio delle cancellerie, allora il problema non sono solo gli ayatollah. È l’idea stessa di valori universali che abbiamo smesso di difendere quando hanno smesso di essere convenienti.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi seguire Nicolaporro.it su Google visitando questa pagina e cliccando ‘Segui su Google“


