Esteri

Ottant’anni da Hiroshima e Nagasaki: le ragioni di una scelta

Quanto sono fondate storicamente le due accuse mosse agli Usa? Il Giappone era davvero pronto alla resa? Cosa guidò la scelta di Truman?

atomica Hiroshima

Ottant’anni sono passati dal bombardamento di Hiroshima e dalla resa del Giappone e mai, come da allora, la possibilità che si possa giungere ad uno “sdoganamento” dell’utilizzo dell’arma nucleare è parso credibile. Nel dibattito intellettuale che circonda la magmatica situazione internazionale sempre più forti sono le voci che accusano gli Stati Uniti di aver scatenato il “mostro” e quindi di essere colpevoli di un peccato originale, che toglie legittimità alle critiche verso le recenti minacce dei sodali del Cremlino.

Mentre, per la prima volta ha preso corpo un dibattito pubblico, per così dire “pop”, sulla possibilità reale di un utilizzo dell’arma nucleare sull’attuale teatro di guerra europeo, ecco che si ricorda l’unico utilizzo dell’arma atomica in un evento bellico. In questi decenni è sempre stato vivo e fertile il confronto intellettuale sul passato uso della “bomba” – sia esso considerato una necessità, o una colpa, o un messaggio politico trasversale. La differenza con il dibattito attuale era la passata astrazione degli studi, mentre, adesso, sembra concentrarsi su una sterile – visto che la storia non si può cambiare – accusa verso le colpe morali e politiche degli Stati Uniti.

Le due accuse agli Usa

In questa revisione storica vi sono due ordini di idee, differenti ma comunicanti tra di loro, che avanzano una serrata critica al comportamento degli americani. Il primo, di natura strettamente storica ed empirica, vuole che il Giappone fosse già sul punto di arrendersi e che un’eventuale azione terrestre non avrebbe comportato perdite insopportabili per le forze americane. In quest’ottica il bombardamento atomico di due città industriali giapponesi non sarebbe stato altro che un atto dimostrativo contro l’Unione Sovietica, in altri termini, il primo episodio rilevante della contesa bipolare.

Il secondo ordine di giudizio, più teorico e, proprio per questo, dialetticamente più insidioso, fa risalire le “responsabilità” americane alla violazione dei principi dello jus in bello sostanziale, cioè di quei principi non formalizzati – come invece furono quelli fissati all’Aia o a Ginevra – che governano la conduzione di una guerra.

Giappone pronto alla resa?

È ben vero che nel giugno 1945 era chiaro che l’impero giapponese stava uscendo drammaticamente sconfitto dal confronto con gli Stati Uniti. Washington era, inoltre, consapevole che il governo giapponese stava chiedendo all’Unione Sovietica di aiutarlo a negoziare la pace ed appariva pronto alla resa purché l’istituzione imperiale fosse stata mantenuta. Non era solo una questione nominalistica, ma sostanziale. Per quanto le richieste degli alleati – rivolte ad una pace incondizionata – non fossero insostenibili nulla si diceva del futuro del Tennō.

Alle orecchie di un occidentale poteva sembrare una cosa da poco: non lo era. L’imperatore – per il Giappone di allora – aveva natura divina. Il metterne in discussione l’istituzione equivaleva ad una blasfemia. Non era possibile pensare ad una debellatio, senza scardinare ogni aspetto della vita sociale in Giappone. Prima dell’esplosione del “sole di Alamogordo” (16 luglio 1945) – visto che non era considerata ammissibile una resa che non fosse “incondizionata” – non restava a Truman – a guerra ormai vinta – che far mettere i boots on the ground ai soldati, ovvero invadere il territorio metropolitano giapponese. Sul tavolo della Casa Bianca da oltre un anno si affollarono progetti di sbarco in Giappone.

I piani e le stime delle vittime

Il 15 giugno 1945 il JWPC prese in considerazione tre differenti scenari e le relative perdite. Se i piani Olympic e Coronet (l’invasione della piana di Kanto) fossero stati svolti secondo le previsioni (a novembre 1945 sbarco a Kyushu, seguito alla metà del 1946 da un’operazione nella baia di Tokyo) le perdite in battaglia sarebbero state di 193.500 unità. Nel caso fossero stati sufficienti due sbarchi a Kyushu: uno a sud dell’isola e uno a nord-ovest, le perdite sarebbero ammontate a 132.500 uomini.

Il peggior scenario previsto, che prevedeva l’attuazione di tutti e tre gli sbarchi, contemporaneamente, portava alla stima di 220.000 perdite in battaglia. A questi dati si dovevano aggiungere le perdite derivate da malattie ed incidenti, le cosiddette nonbattle casualities. In questo caso le perdite totali, nello scenario che prevedeva la tripla invasione, avrebbero superato di gran lunga le 250.000 unità e si sarebbero potute avvicinare alle 500.000 unità.

Il calcolo di Tokyo e di Truman

Le perdite giapponesi sarebbero state ben maggiori, ma ciò era chiaro anche a Tokyo. Le prospettive strategiche giapponesi erano, in fondo, semplici: provocare la “stanchezza della guerra” negli alleati. In termini più semplici il Giappone riteneva di poter evitare la “resa incondizionata” se imponeva agli angloamericani perdite troppo alte da essere accettate, soprattutto in considerazione che quelle perdite avvenivano virtualmente a guerra vinta.

In questi termini si espresse lo stato Maggiore dell’Esercito nipponico in un messaggio – intercettato e decodificato dal Top Secret Ultra-Magic Effort – all’attaché militare giapponese a Lisbona, dopo la caduta della Germania. A Truman non restò altro che tentare il tutto per tutto: l’uso della sua wunderwaffe. D’altronde, se non fosse stato sufficiente avrebbe avuto sempre tempo per sbarcare nell’arcipelago.

Qui si pone un dilemma. Fece bene? Il primo compito di un comandante in capo è quello di risparmiare le vite dei propri uomini. Truman non poteva giudicare accettabile la perdita di un così grande numero di vite americane per portare a termine una guerra, già praticamente vinta, contro un nemico che non era disposto ad accettare le condizioni di resa che già erano state offerte alla Germania.

Monito a Mosca?

D’altronde è un postulato affermare che nessuno stratega rinuncerà mai ad utilizzare un’arma o, se ne possedesse il monopolio a mantenerlo, fino a quando questa stessa arma avrà una sua utilità. Sul piano dell’analisi storica – già alla fine degli anni ’40 – vi fu chi sostenne che le due bombe atomiche (gli Usa ne possedevano solo due) e la successiva resa del Giappone furono una azione dimostrativa contro Mosca.

Ne siamo sicuri? Che stesse iniziando la Guerra fredda è un fatto noto, ma quale sicurezza poteva avere l’America che il Giappone si sarebbe arreso? Nel caso che il governo del Tennō avesse continuato nella sua politica di resistenza – solo la volontà di Hirohito pose fine al conflitto – la suasione sarebbe de facto fallita. In quel caso quale messaggio sarebbe arrivato a Mosca? “Abbiamo un’arma che fa tanto, tanto male, ma che non è in grado di piegare un Paese, prostrato e già sconfitto”. La regola aurea della deterrenza è che questa sopravvive finché dimostra la sua efficacia, nel momento in cui fallisce non può essere riconosciuta se non ad un diverso e più elevato grado di potenza.

La giusta causa

Vi sono, poi, contestazioni di carattere etico. Filosofi come Rawls e Walzer sostennero che l’America non aveva la iusta causa, anche se il Giappone non intendeva arrendersi. Il punto nodale è che l’arma atomica – studiata per sconfiggere Hitler – non doveva essere utilizzata contro una minaccia “inferiore”.

Ecco, l’ennesimo pregiudizio. Anche l’impero del Sol Levante aveva dato vita ad una politica espansionistica ed aggressiva tesa a creare un “nuovo ordine” nel continente. Il progetto della “Grande Asia” non era poi molto dissimile dalla teoria del Lebensraum come venne riletta dai nazisti. Gli eccidi di massa compiuti in Cina, in Corea e nelle zone occupate dalle forze del Tennō non ebbero nulla da invidiare a quelli dei tedeschi.

Gli esperimenti medici su cavie umane, i campi di concentramento, la reiterata “offesa” al principio stesso della vita, l’annichilimento dell’individuo triturato nella macchina dello sterminio, alimentata dalla convinzione di appartenere ad una razza superiore. Eppure, per molti studiosi Hitler ed il nazismo erano, intimamente e radicalmente, qualcosa di peggiore. Anche se non vi sono prove per dimostrare ciò, questo è un leitmotiv ampiamente sfruttato.

L’odiosità di Hitler è indiscutibile, ma identificare l'”imbianchino austriaco” nell’Anticristo assoluto, oltre a essere consolatorio, è frutto di un doppio pregiudizio eurocenterico. In altri termini, quali sono le prove che possono dimostrare che Hitler è stato, e resterà sempre, il peggior flagello capitato alla razza umana? La storia ha conosciuto molti anti-cristi: Attila, Bonaparte, etc.. Di tanto in tanto sorge dal turbinio della storia un personaggio destabilizzante, in modo catastrofico, il vecchio ordine. La percezione che di lui avverte la sua generazione è di vivere l’Apocalisse.

Hitler ha rappresentato, senza dubbio, l’ultima Apocalisse del continente europeo; ma nessuno può dire che il futuro non riservi altri momenti altrettanto drammatici, che la madre dei “mostri” non genererà una creatura peggiore del Führer.

Il male teorizzato

La supposta superiorità della minaccia nazista rispetto a quella giapponese affonda, per ultimo, le sue radici nel primato che viene conferito dalla cultura occidentale all’ideologia. L’Occidente è malato di dottrine e di ideologie. Con la crisi culturale delle religioni tradizionali l’homo europaeus creò un reticolo formale di teorie e dottrine che gli consentirono di agire nel sociale con determinate prospettive per il presente ed il futuro. La forma aveva, così, il sopravvento sulla sostanza.

Ciò non accadde in Oriente dove ad un atteggiamento laicamente religioso si preferì una visione religiosamente laica. Ciò che ad un occidentale fa impressione del nazismo è che i crimini che commise vennero prima teorizzati. Ciò che terrorizza le menti occidentali non è la vista della morte e delle violenze, ma la loro teorizzazione. I giapponesi si mossero più liberamente in un environment deideologizzato.

Conclusioni

Se si vuole affrontare il giusto discorso delle responsabilità giapponesi nell’ultimo conflitto mondiale lo si deve fare accettando i presupposti storici e culturali che sono alla base di questi atti. Nel loro specifico le responsabilità dei giapponesi non furono inferiori a quelle dei tedeschi e come tali vanno giudicate.

Tornando alla domanda primigenia che non ha risposta definitiva da ottant’anni: “gli Stati Uniti fecero bene a lanciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki?”, la risposta, per quanto sofferta, è affermativa, anche tenendo solo conto del fatto che la decisione di Truman si basava su un puro calcolo utilitaristico delle vite americane che si potevano risparmiare.

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