Esteri

Sotto i missili iraniani: le voci degli italiani in Israele

In buona parte (ma non solo) ebrei, emigrati per ragioni economiche o per motivazioni ideologiche, ma tutti accomunati da un forte legame con la loro doppia identità italiana e israeliana

Dimona Israele (France24)
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Quando si parla delle guerre in cui è coinvolta Israele, non sempre ci si ricorda che a doversi riparare dai missili sparati da Hamas, Hezbollah, Houthi e Iran contro lo Stato ebraico ci sono anche diversi italiani, il cui numero all’indomani del 7 ottobre 2023 ammontava a circa 18.000 persone. In buona parte (ma non solo) ebrei, emigrati per ragioni economiche o per motivazioni ideologiche, ma tutti accomunati da un forte legame con la loro doppia identità italiana e israeliana.

Paura e solidarietà

“Sono arrivato in Israele con mia moglie nel 2014, e già allora c’era un’operazione militare a Gaza. In un certo senso, sono stato accolto con i fuochi d’artificio”, racconta Alberto Corcos: nato a Firenze e cresciuto a Milano, studi universitari a Gerusalemme e a Padova, oggi risiede a Herzliya. È stato presidente dell’Irgun Olei Italia, associazione che per decenni ha rappresentato gli immigrati italiani in Israele, ma “con il passare del tempo, questa organizzazione ha perso rilevanza; sia perché il numero dei nuovi immigrati dall’Italia è diminuito considerevolmente, sia perché quelli che arrivano lo fanno avendo già molte informazioni trovate su internet, e quindi hanno meno bisogno di un’associazione che li guidi”.

Parlando a proposito di come è cambiata la vita dopo il 7 ottobre, Corcos afferma che “è stato un trauma per tutti, perché è successo qualcosa che in Israele si pensava che non sarebbe mai successo. Quello che lascia basiti è l’assenza morale e materiale del governo, non solo per la debacle dell’intelligence, ma anche perché continuano a mantenere gli ultraortodossi che non lavorano né si arruolano nell’esercito”.

E sulla situazione dallo scoppio dell’attuale guerra con l’Iran, dice: “Siamo tutti rintanati negli appartamenti vicino al Mamad, la camera blindata dove rifugiarci in caso di bombardamenti o se cadono frammenti di missili abbattuti”.

Quando lui e la moglie vanno a trovare i figli, che vivono anch’essi in Israele, “corriamo in autostrada per evitare di essere beccati dall’allarme mentre siamo in viaggio, cosa che però ci è già successa. Siccome facciamo percorsi che attraversano centri abitati, una volta che è suonata la sirena siamo corsi dentro un condominio a caso, abbiamo suonato al primo campanello e una famiglia di cinque persone ci ha accolti in modo amichevole, e così abbiamo aspettato con loro la fine dell’allarme. Questo per dire come in certe situazioni di guerra, vi è una maggiore solidarietà tra le persone”.

Disinformazione

Leggendo spesso i giornali italiani, Corcos sostiene che dopo il 7 ottobre “non è stata riconosciuta la gravità di quello che è successo dal punto di vista israeliano”. E pur dichiarando che alle prossime elezioni israeliane (previste per il 27 ottobre 2026) voterà contro l’attuale governo, denuncia la disinformazione che in Italia viene veicolata dai media:

Ci sono testate come Il Giornale e giornalisti come Nicola Porro e Giulia Sorrentino che fanno un lavoro obiettivo su Israele, ma purtroppo sono minoritari. Per gli altri, la libertà di stampa viene interpretata come libertà di diffamazione. Qui abbiamo una piccola rete di avvocati che cerca di fare causa alle varie testate, ma una parte della magistratura è schierata e insabbia tutti i ricorsi e le querele.

Alla ricerca di un rifugio

Non tutti hanno la fortuna di avere una camera blindata in casa: “Quando suona una sirena, devo andare nel rifugio più vicino”, racconta Micol Radzik, originaria di Castelfranco Veneto (in provincia di Treviso), che vive a Tel Aviv dal 2022.

La prima notte, non sapendo quante sirene ci sarebbero state, il mio primo pensiero è stato quello di tornare in metropolitana, dove avevo anche dormito durante la guerra con l’Iran a giugno dell’anno scorso. Anche se è scomodo dormire lì, era il posto dove mi sentivo più sicura, essendo sottoterra.

Dopo quella soluzione la prima notte dall’inizio dell’attuale guerra, “le notti successive mi sono organizzata diversamente. Avendo un amico che abita vicino a me che ha un rifugio, di giorno torno a casa e la sera vado a dormire da lui”, afferma. “Spesso veniamo svegliati la notte, ma almeno siamo sullo stesso piano del rifugio”. Per recuperare una parvenza di normalità, spiega che “ogni tanto vado a lavorare in un bar. E quando c’è un allarme, vado nei rifugi vicini, dove ho anche avuto occasione di conoscere persone nuove”.

Parlando di come è cambiata la situazione rispetto a prima della guerra con l’Iran, Radzik spiega che già “dopo il 7 ottobre ci sono state molte sirene, ma mai con l’intensità di questi giorni. C’erano molti missili degli Houthi, ma era più gestibile dal punto di vista logistico. Rispetto a prima, ora non posso più andare in ufficio perché ci metterei troppo ad arrivare con i mezzi pubblici. Cerco sempre di non allontanarmi troppo da casa, per restare dove ci sono rifugi nelle vicinanze”.

Ignoranza

“Fortunatamente, abbiamo il Mamad in casa, purtroppo la maggior parte degli israeliani non c’è l’ha”, dichiara Michele Lakunishok, che vive in Israele con la sua famiglia dal 2017: nato a Milano e cresciuto in provincia a Corsico, da una famiglia di ebrei lituani e bukhari (ebrei che per millenni hanno vissuto nella città di Bukhara, in Uzbekistan), oggi risiede a Holon.

La nostra routine è cambiata a tal punto che non abbiamo più notte e giorno, nel senso che ci sono delle notti in cui fai fatica a dormire perché le sirene possono svegliarti anche sei volte, e ogni volta dobbiamo andare nel rifugio per il rischio che un missile cada nelle vicinanze o addirittura sul nostro palazzo.

Prima di emigrare in Israele, negli anni 2010 Lakunishok ha cantato in diverse discoteche milanesi come membro del duo musicale Mike & Carax, che faceva musica rap e reggae e ha affiancato nel capoluogo lombardo cantanti famosi come Marracash e Fedez. Vedendo come il mondo della musica in Italia si sia schierato contro Israele, afferma che “è sempre doloroso vedere persone che apprezzi dimostrare una completa mancanza di comprensione e di conoscenza del contesto che criticano. Ho sentito dei rapper dire che il sionismo sarebbe un progetto coloniale per distruggere gli arabi, quando se cercassero su internet il significato della parola ‘sionismo’ si renderebbero conto che gli ebrei sono indigeni della terra d’Israele da molto prima che arrivassero gli arabi”.

Resilienza

Michele Lakunishok non è l’unico della sua famiglia a lavorare in ambito artistico: suo fratello Gabriele, che vive a Herzliya, racconta come è cambiata la vita dall’inizio della guerra: “Siccome lavoro come produttore musicale, ho due studi, uno in casa mia e l’altro da degli amici che abitano vicino. Non avendo il Mamad in casa, io e la mia ragazza viviamo dai miei amici, e lavoro nel loro studio che è anche un bunker”.

Nei casi in cui invece scoppia l’allarme mentre lui e la sua fidanzata sono altrove, “prendiamo il cane e andiamo in un rifugio pubblico nelle vicinanze, e ci restiamo per 10-15 minuti, a volte dormendo seduti sulla sedia”. Nonostante il clima teso, afferma che in certe situazioni cercano di “ricordare che siamo un popolo resiliente, e che non è la prima guerra con l’Iran. Può sembrare strano, ma ormai siamo abituati alla guerra: nel frattempo si lavora, la vita continua e quando c’è un’emergenza si va nel rifugio”.

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