Esteri

Un “Ministero per la Pace”? Perché anche no

La proposta di Stefano Zamagni elude diverse questioni, prima fra tutte il significato del termine "pace". Il pacifismo astratto del mondo cattolico che rischia di spianare la strada all'oppressione

bandiera pace (Tg2000)

La deflagrazione è stata accompagnata da un cascame di speranze, di dubbi, di consapevoli illusioni e da una scia di morti, a favore di telecamera, che sono nella logica di ogni regolamento di conti che interviene alla fine (definitiva o provvisoria che sia) di una guerra civile. Come che sia, dopo anni ecco che si riaffaccia, claudicante ed incerta la pace.

La proposta di Zamagni

È bello credere che questa “piccola” pace – nulla più che un cessate il fuoco in Medio Oriente – possa essere il primo tassello di un domino che porterà alla risoluzioni dei conflitti. Il 13 ottobre Stefano Zamagni sulle colonne di “Paradoxa forum” ha lanciato il cuore oltre l’ostacolo con il contributo “Perché è urgente dare vita al Ministero della Pace”.

L’illustre intellettuale, di formazione radicalmente cattolica, consultore del “Pontificio consiglio della giustizia e della pace”, esordisce con l’intento “di portare ragioni a sostegno del progetto mirante a dare vita, nel nostro Paese, al Ministero della Pace”. Questo impegno parte dal ricordo che già don Oreste Benzi, negli anni Ottanta, aveva avanzato l’idea quando scrisse: “Gli uomini hanno sempre organizzato la guerra; è ora di organizzare la pace”.

La proposta di Zamagni, in modo sicuramente più colto ed argomentato, pare riprendere le parole del cardinale Matteo Maria Zuppi, che nella prefazione de “Combattere la guerra” (2023) scrisse “la pace non è mai per sempre, perché il suo nemico la combatte sempre”. Purtroppo è evidente che l’astrattezza e l’irrazionalità insita nella stessa idea di “fede”, fa sì che quello di matrice religiosa sia forse il pacifismo più astratto e, quindi, inutile.

A sostegno della sua tesi, Zamagni porta un rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SISPRI) che ricorda come nel 2024 le spese militari a livello mondiale sono state di 2.718 miliardi di dollari mentre, nel 2001, queste furono di 1.290 miliardi. A questo punto l’intellettuale romagnolo lancia il suo guanto di sfida affermando – senza prova – che le spese in armamenti sono una delle principali cause incentivanti la guerra.

La trappola di Tucidide

Fin troppo facile rifugiarsi nella teoria della “Trappola di Tucidide”, simpatica espressione coniata dal politologo di Harvard Graham Allison, in un articolo per il Financial Times del 2012, venendo poi ripresa nel suo libro “Destined for war: can America and China escape Thucydides’s trap?” (2017). Vi è da dire che l’immagine di Allison nesce da una interpretazione parziale della frase tucididea: “gli Ateniesi, diventando una grande potenza ed incutendo timore ai Lacedemoni li costrinsero a fare la guerra” (Le Storie, I, 23, 6).

La parzialità della teoria di Allison, che mal consiglia Zamagni, risiede nel fatto che se è vero che la crescente potenza ateniese intimoriva gli Spartani, è altresì vero che la talassocrazia fu l’inevitabile conseguenza della crescita di una città totalmente priva di entroterra fertile ed utile, come l’autore greco palesa più volte.

La contraddizione – tutta ideologica – di Zamagni risiede nel fatto che reputa legittimo il desiderio di modificare lo status quo ante internazionale di Mosca e Pechino, che perseguono l’obiettivo di “dare vita ad un ordine multilaterale (da non confondere con multipolare)”, anche con una corsa agli armamenti, sfociata anche nel primo vero conflitto europeo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, così come aveva fatto Atene, oltre 2400 anni fa, con la velata critica di Tucidide, sopra riportata.

Nel contempo Usa e Nato non avrebbero il diritto di mantenere – senza scatenare guerre, peraltro – una loro egemonia, ottenuta, occorre ricordarlo per onestà, con il collasso del sistema di potere sovietico.

Il punto debole

Quali ragioni l’autore porta a sostegno dell’idea di creare un “Ministero della Pace”? Si ricorda che Johan Galtung, uno dei padri dei Peace Studies, coniando, nel 1975, l’evocatrice parola peace-building introdusse la distinzione tra pace negativa e pace positiva. La prima indica l’assenza della violenza diretta – il cessate il fuoco; la seconda invece è quella che mira a disinnescare le cause generatrici della guerra.

Ecco che appare un forte punto debole nell’architettura di questo “Picasso della Pace” (come venne chiamato da Kenneth Boulding): puntare sulla “creatività” come chiave per la trasformazione del conflitto. Galtung (Zamagni sostiene in pieno la posizione del norvegese) impone – sulla pace e la nonviolenza – una weltanshauung fortemente ispirata da Gandhi e dal Buddismo il quale sarebbe, secondo il sociologo norvegese, l’unica religione in grado di spiegare pienamente l’essenza della pace.

In fondo tutto il metodo Transcend, frutto di Galtung, si basa su premesse attinte dalle religioni induista, buddista, cristiana, taoista, islamica, ebraica, obliando, volutamente, tutti i dettami e le proposizioni presenti in queste religioni – ad iniziare da quelle del libro – che vogliono imporre una ben precisa pace, imposta a tutti i costi.

Il significato di “pace”

Ecco il nocciolo del problema, che Zamagni vuole sfuggire: quale è il significato della pace?

Le difficoltà che si affrontano nella definizione del termine è che – nell’approccio filosofico occidentale – si devono affrontare le due differenti chiave interpretative che discendono dalle lingue greca e latina: Eἰρήνη e Pax.

Nel mondo greco la “pace”, l’Eἰρήνη non poteva non essere il traguardo di un faticoso percorso che si concludeva con una raggiunta “armonia”, per quanto imposta allo sconfitto. L’armonia era la “pace”. Per i romani, usi ad avere un approccio concreto ai problemi, la Pax era una condizione giuridica; che essa mettesse in armonia le parti o prevedesse il genocidio degli sconfitti (come in Dacia ed in Giudea), era secondario.

La mente non può non andare alla rilettura della locuzione contenuta nel “De vita et morbus Iulii Agricolae” dove Tacito riporta l’invettiva pronunciata dal capo del popolo caledone Calgaco di fronte al proprio esasperato esercito, prima della battaglia del monte Graupio, nell’84 d.C. – l’ultima e definitiva della campagna triennale di Gneo Giulio Agricola – dove il Caledone da una sua interpretazione alla pax romana: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”.

La pace come oppressione

Anzi, nella definizione weberiana di pace come strumento di contesa e non vi è nul­la che permetta di distinguere una pace giusta da una pace ingiu­sta. Anzi è dimostrato che la pace può diventare strumento d’oppressione. Nel Memo­rial, Napoleone affermò che era sua intenzione realizzare la pace perpetua per mezzo di quello che ora viene chiamato “lo Stato u­nico” e permettere così all’industria e al commercio di svilup­parsi pienamente.

Clausewitz, in un passo tanto lucido e deci­sivo quanto poco conosciuto, scrive, sotto il ricordo dell’epopea napoleonica, che “l’aggressore ama sempre la pace; egli sarebbe ben lieto di fare il suo ingresso nel nostro stato senza incon­trare alcuna opposizione […]”. Quasi sulle stesse corde vibra la retorica del presidente Vladimir Putin e di tutto il governo russo – all’inizio dell’invasione dell’Ucraina – che da un lato negava l’esistenza di una guerra, sostituita semanticamente dalla espressione, di sapore bizantineggiante, “operazione militare speciale” e dall’altro si dichiarava pronto a sedersi ad un tavolo di trattative solo quando, non l’“aggredito”, ma il “provocatore” ucraino avesse accettato aprioristicamente le condizioni del Cremlino.

Il pacifismo costituzionale

Nonostante tutte queste incertezze interpretative Zamagni – anche chiamando in causa De Gasperi ed alcuni sforzi effettuati nel 1947 – richiama la necessità e l’urgenza di un “Ministero della Pace” perché “la pace è un progetto di democrazia, che in quanto tale ha bisogno di un luogo istituzionale a ciò dedicato”. Queste parole stridono con il fatto, noto a tutti e ben studiato da Mario Losano (Le tre costituzioni pacifiste, 2020), che il pacifismo costituzionale espresso in modo palese sia stata una prescrizione, quasi un marchio d’infamia, imposto da vincitori alle potenze sconfitte nel secondo conflitto mondiale, come una Deminutio capitis delle prerogative statuali.

Agli sconfitti non si poteva concedere piena agibilità politica e la sensazione che potessero essere – per molto tempo – protagonisti della storia. Non è un caso che il senso di appartenenza e di “patria” sia stato spesso osteggiato sia in Italia, sia in Germania. Queste entità statali, soprattutto l’Italia, già di per sé mai veramente dotata di un sincero senso patrio, dovevano baloccarsi nell’idea che il “superamento” della storia fosse una fortuna.

Eppure, Zamagni chiude il suo intervento appassionato con l’auspicio che l’Italia – spesso ignorata nei principali consessi internazionali – diventi, grazie al suo “Ministero della Pace”, le cui funzioni non sono assolutamente chiarite dall’autore, promotrice di una rivoluzione in senso diplomatico, al fine di portare le teorie di Galtung ed il suo metodo Trascendent a sovrapporsi e sostituire quella “linea di pensiero che parte da Eraclito, passa per Hobbes e giunge fino a Schmitt, von Clausewitz e altri”. De Gaulle avrebbe detto: “Vaste programme!”

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