Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulle trattative di Sharm El-Sheikh, in molti si interrogano sulle prospettive post-conflitto. Abbiamo intervistato l’ambasciatore Gabriele Checchia, già ambasciatore in Libano, alla Nato e nelle principali organizzazioni multilaterali, ora presidente del comitato strategico del Comitato Atlantico Italiano e responsabile esteri della Fondazione FareFuturo.
Il primo passo
FRANCESCO SUBIACO: Ambasciatore, come valuta i risultati delle trattative di pace di Sharm El-Sheikh?
GABRIELE CHECCHIA: La valutazione non può che essere positiva. Per la prima volta dopo mesi si torna a parlare di pace e di un orizzonte politico possibile. Non a caso figure di primo piano, dalla presidente Meloni al cardinale Pizzaballa, fino al ministro Tajani, hanno espresso soddisfazione per questo risultato. E con loro i principali attori internazionali. Tanto che anche il Patriarca latino di Gerusalemme ha dichiarato di nutrire ora “nuova speranza per i popoli israeliano e palestinese”. Un orizzonte fino a poco tempo fa insperato.
FS: Quindi un punto di svolta?
GC: È un primo passo, non una svolta perché le questioni aperte restano enormi: la Cisgiordania, gli insediamenti, il disarmo di Hamas, il futuro di Gaza, la governance palestinese. Ma, come dice un antico proverbio cinese, “anche un viaggio di mille miglia comincia con un passo”. Staremo quindi a vedere, ma certamente ci sono le condizioni per affermare che si tratta di un risultato allo stato attuale estremamente promettente.
Il futuro di Gaza
FS: Uno scenario di rinascita di Gaza post-Hamas è possibile o è un’illusione?
GC: È un obiettivo realistico solo se sarà accompagnato da tre condizioni: pressione politica e finanziaria dei Paesi arabi, incentivi per la legittimazione di una nuova leadership palestinese, e una forza internazionale di stabilizzazione che ne garantisca la sicurezza. L’Italia, insieme a Francia e Regno Unito, lavora, infatti, per rendere questa forza legittima, credibile e operativa.
FS: E lo Stato di Palestina?
GC: L’obiettivo è costruire un’Autorità palestinese riformata e legittimata, capace di governare Gaza e la Cisgiordania. E su questo Abu Mazen resta un interlocutore imprescindibile, almeno finché non emergerà una leadership nuova.
Ruolo dell’Italia
FS: A tal proposito come valuta la visita di Abu Mazen a Roma prevista per il 7 novembre?
GC: È un passaggio importante. Tanto che il leader palestinese incontrerà il presidente Mattarella, la premier Meloni e il ministro Tajani. Si tratta, quindi, di un’occasione per fare il punto sulla riforma dell’Autorità palestinese e sulla prospettiva del cosiddetto secondo Stato. Roma è da sempre un interlocutore e mediatore privilegiato per la parte palestinese: abbiamo relazioni consolidate, una tradizione di dialogo e una credibilità riconosciuta anche alla luce del nostro eccellente rapporto con Israele. E quindi non è da escludere che Meloni sfrutti la propria visita negli Usa per cercare di favorire il dialogo e la pace tra questi due popoli.
FS: L’Italia può svolgere una mediazione credibile?
GC: Certamente. Anzi le dirò di più: ritengo che Meloni potrà essere, oggi, il vero ponte tra l’Occidente e il mondo arabo, oltre che tra israeliani e palestinesi. Ciò anche per il suo rapporto privilegiato col presidente statunitense a cui si deve la paternità di questo importante risultato.
FS: Come si sta muovendo l’Italia?
GC: Con equilibrio e lucidità. Meloni e Tajani hanno mantenuto rapporti di dialogo e mediazione eccellenti con tutti gli attori in campo: Israele, Stati Uniti, Autorità palestinese e Paesi arabi. Senza però concedere ambiguità o sconti al fanatismo di Hamas. L’Italia è rimasta vicina ai civili palestinesi – basti pensare ai programmi “Food for Gaza” e “Health for Gaza” – ma ha ribadito saldamente il sostegno alle ragioni e alla sicurezza di Israele, pur nella critica di alcune risposte israeliane più sproporzionate.
È una linea coerente: fermezza verso il terrorismo, empatia verso le vittime, apertura verso il dialogo e sostegno alla democrazia israeliana (la più solida in una regione in cui certo le democrazie non abbondano). Il nostro governo si muove, quindi, a mio avviso in maniera impeccabile e speriamo potrà continuare a svolgere un ruolo coerente di mediazione e sintesi.
FS: E cosa ne pensa delle parole di Mattarella sull’orrore del 7 ottobre?
GC: Si tratta di un monito essenziale. Mattarella ha ricordato la necessità di non dimenticare la tragedia di quell’orribile massacro e la condotta terroristica di Hamas. Ribadendo con fermezza il sostegno dell’Italia alle istanze e alla sicurezza di Israele.
I meriti di Trump
FS: Possiamo in questo caso definire Trump un pacificatore?
GC: Mi sembra una definizione corretta. Trump ha agito con determinazione e ha ottenuto risultati concreti, come il cessate il fuoco e le aperture sugli ostaggi. Dei risultati positivi confermati anche dalla lettera di apprezzamento delle famiglie degli ostaggi al presidente. Sicuramente poi Trump è un leader atipico, pragmatico, anche spigoloso, ma in questo caso la sua visione transactional si è rivelata essenziale. Con una logica mercantile, ispirata al principio per cui “dove passano i commerci, non passano le armi”, che si è dimostrata estremamente efficace in questo contesto.
Tanto da permettere al presidente Usa di dimostrare che oltre ad essere un capace uomo d’affari è anche un efficace uomo di pace.
FS: Un altro risultato significativo per la sua bussola business oriented…
GC: Esattamente. Come nel caso del conflitto tra Armenia e Azerbaijan, l’approccio mercantile trumpiano con il suo pragmatismo spregiudicato sembra aver raggiunto un ulteriore successo in uno scenario insidioso e complesso.
Le visite di Papa Leone XIV in Libano e Turchia
FS: In questa cornice come valuta il futuro viaggio del Papa in Libano?
GC: È il segno di un’attenzione forte della Santa Sede al Medio Oriente. Papa Leone XIV vuole ricordare che il Libano è un “Paese messaggio”: il luogo dove le varie fedi possono convivere. Un’ulteriore messaggio di apertura per superare le conflittualità religiose ed etniche nella regione. Lanciando con la sua visita un gesto che conforta le comunità cristiane orientali ma parla a tutto il mondo arabo.
FS: E la Turchia, con la commemorazione di Nicea?
GC: Sarà un momento storico. Il Papa e il Patriarca Bartolomeo celebreranno insieme il primo concilio ecumenico: un segnale di riconciliazione tra cattolici e ortodossi, ma anche di dialogo con l’Islam. È diplomazia spirituale, ma con effetti concreti: dove il dialogo religioso riprende, spesso la politica trova strade nuove.
FS: Quindi, ambasciatore, possiamo dire che da Sharm inizia una stagione di speranza?
GC: Si riapre uno spiraglio. La storia del Medio Oriente ci insegna che nulla è definitivo. Ma per la prima volta, dopo molto tempo, il mondo torna a parlare di pace. E il piano Trump sembra costruire le condizioni per non parlarne a sproposito. Un risultato che mostra gli indubbi meriti dell’azione dell’amministrazione Usa su questo dossier.
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