Esteri

Vertice di Ankara: agli europei l’onere di dimostrare che la Nato ha ancora senso

... e di non essere alleati "solo di nome". Trump ribadisce la sua delusione e chiarisce il motivo dello strappo con Meloni: Hormuz. Missione nello Stretto ultimo test per l'Alleanza

Nato Ankara leader (screenshot Ytube)
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L’ultimo vertice è sempre quello cruciale, decisivo, ma forse nel caso del vertice Nato di Ankara non è solo retorica. Un riequilibrio degli oneri tra gli alleati, un maggiore contributo degli europei, che tradotto significherebbe un’Europa più capace di difendere se stessa, non proprio una richiesta così stravagante, è necessario. Nessuno lo nega, almeno non apertamente.

Alleati solo di nome?

La difficoltà è passare dalle parole, dagli impegni sulla carta, ai fatti. L’esito del vertice dipenderà da questo. Dal punto di vista americano, sono gli europei a dover dimostrare che la Nato è ancora un’Alleanza vitale, che non è una “tigre di carta” (parole di Trump), né una “strada a senso unico” (parole di Rubio), e di non essere alleati “solo di nome”.

L’amministrazione Usa lo ha scritto nella sua ultima strategia di sicurezza nazionale. L’obiettivo è che gli europei si assumano la responsabilità primaria della difesa del proprio continente, che l’Europa diventi un pilastro credibile dell’Alleanza. “Non abbiamo alcun interesse a essere custodi ordinati ed educati del declino controllato dell’Occidente”, ha spiegato il segretario di Stato Marco Rubio alla conferenza di Monaco.

Il test su Hormuz

Sotto esame non c’è solo il rispetto su un piano ragionieristico degli impegni sulla spesa militare, ma la concreta volontà politica (e le capacità militari) di dare una mano, almeno quando sono in gioco interessi comuni, come a Hormuz.

Come preannunciato più volte dal segretario Rubio, il mancato aiuto europeo con l’Iran – il diniego delle basi, in alcuni casi persino del sorvolo, e di un minimo supporto navale per tenere aperto lo Stretto di Hormuz – è tra i temi di discussione ad Ankara.

Ieri lo stesso Trump è tornato a ribadire che questo è il principale motivo della sua delusione: “Non avevamo bisogno di alcun aiuto, li stavo mettendo alla prova, stavo verificando se sarebbero stati lì per noi o meno”. Ma “ci hanno voltato le spalle”, ha osservato citando Francia, Germania, Italia e Gran Bretagna. “Spendiamo centinaia di miliardi di dollari e loro non ci sostengono”.

Se di questo si tratta da parte Usa, spingere gli europei ad un maggiore impegno, a partire da Hormuz, allora si può, e si deve, scongiurare il disastro, ovvero uno svuotamento di fatto dell’Alleanza. Qualche “Sì” dall’Europa dovrà arrivare. Se invece gli alleati falliranno anche questo test, se dal vertice non uscirà una missione per Hormuz, allora come anticipato da Rubio, uno dei maggiori sostenitori del legame transatlantico nell’amministrazione Trump, si imporrà una “rivalutazione dell’utilità” dell’Alleanza per gli Stati Uniti.

Il motivo della rottura Trump-Meloni

La delusione del presidente Usa per il mancato aiuto nello Stretto di Hormuz è anche alla base dei suoi scomposti attacchi alla nostra premier Giorgia Meloni, come emerge dalle sue stesse parole:

Penso che in realtà sia una brava persona. Abbiamo avuto un buon rapporto, poi un cattivo rapporto. O meglio, è diventato un po’ cattivo perché si è rifiutata di aiutarci. Ma, di nuovo, non le ho messo alcuna pressione. Si è rifiutata di farsi coinvolgere nello Stretto di Hormuz. Questo ha guastato un po’ il mio rapporto con lei, ma mi piace. Penso davvero che sia una brava persona. Però credo che abbia commesso un errore. Loro prendono molto del loro petrolio da lì, noi niente del nostro, ne abbiamo molto… Non abbiamo bisogno dello Stretto. Lo facciamo perché pensiamo che sia una cosa importante da fare, ma lei non era lì per noi e non ne sono stato felice.

Hormuz, dunque, più che l’uso delle basi. In particolare quei Paesi, come l’Italia, che hanno oggettivamente ristrettissimi margini di bilancio, avrebbero tutto l’interesse a impegnarsi in una missione a Hormuz piuttosto che rischiare uno scrutinio puntiglioso del rispetto del 5 per cento di spesa militare sul Pil, che vale almeno 30 miliardi in più l’anno.

Non un capriccio di Trump

La tentazione di ridurre tutta la questione ad un capriccio di Trump può essere consolatoria, ma si tratta di una via di fuga psicologica dalle proprie responsabilità, vorrebbe dire perseverare nell’errore strategico, mettendo a serio rischio la tenuta dell’Alleanza.

Nel merito, la critica Usa agli europei è sostanziale, fondata e bipartisan a Washington. L’attuale squilibrio non è sostenibile politicamente, perché i cittadini americani sono sempre meno disposti a “pagare il conto” per tutti e anche i successori di Trump alla Casa Bianca ne terranno conto, né dal punto di vista geopolitico, perché sono molti i quadranti che richiedono l’impegno militare Usa, a partire dall’Emisfero occidentale, passando per l’Indo-pacifico e, come si è visto, il Medio Oriente. Le leadership Dem hanno cercato di convincere gli europei con le buone, Trump ci sta provando con le cattive, ma i modi, con o senza guanti, non spostano i termini della questione.

Gli americani sono stanchi di aspettare, la loro richiesta è chiara: un’Europa culturalmente europea, militarmente autosufficiente in termini di forze convenzionali, non ostile dal punto di vista economico e commerciale, e allineata agli interessi strategici Usa nel confronto con la Cina.

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L'inferno è pieno di buone intenzioni