Il fine settimana di Ognissanti ha restituito un’immagine dell’Europa dal simbolismo quasi perfetto. A Colonia, all’ombra della sua imponente cattedrale gotica, uno dei grandi simboli della cristianità europea, centinaia di manifestanti e gruppi di giovani hanno impegnato la polizia in violenti scontri. Bottiglie, petardi, uomini incappucciati, agenti in tenuta antisommossa. Sullo sfondo, le guglie del Duomo, immobili da secoli.
La forza simbolica della scena resta difficile da ignorare. Da una parte un edificio che rappresenta secoli di storia, di fede e di civiltà europea; dall’altra, una piazza nella quale rivendicazioni sociali, radicalismo politico e violenza finiscono per sovrapporsi.
A Parigi, nelle stesse ore, il governo francese aveva mobilitato 70 mila poliziotti e gendarmi sull’intero territorio nazionale. Le manifestazioni, sono state accompagnate da episodi di guerriglia urbana, con agenti feriti e centinaia di arresti. Anche nella capitale francese, città di Notre-Dame, l’immagine di un imponente apparato di sicurezza schierato per garantire l’ordine pubblico racconta qualcosa del momento storico che stiamo attraversando.
Identità e convivenza
La questione non è soltanto l’ordine pubblico. Quello è il problema immediato, al quale ogni Stato deve rispondere. La questione più profonda riguarda la capacità delle società europee di conservare una propria identità e, contemporaneamente, garantire la convivenza tra persone di origini, religioni e culture differenti.
In Italia il fine settimana è stato meno incandescente. Dopo lo sciopero generale del 30 ottobre, il governo aveva predisposto un rafforzamento dei presidi di sicurezza, con una mobilitazione delle forze dell’ordine coordinata dal Viminale. Una scelta che risponde alla necessità di tutelare contemporaneamente due diritti: quello di manifestare pacificamente e quello dei cittadini di vivere in sicurezza.
Ma sarebbe un errore considerare queste tensioni come una semplice parentesi. Il fenomeno attraversa le democrazie occidentali e non nasce soltanto nelle periferie europee.
La lezione americana che l’Europa non può ignorare
Dall’altra parte dell’Atlantico, le elezioni di metà mandato hanno inflitto a Donald Trump una sconfitta di proporzioni storiche. I Democratici hanno conquistato il controllo della Camera e del Senato, ridimensionando profondamente il potere politico del presidente per la seconda parte del mandato.
Al netto della comunicazione sovrabbondante della Casa Bianca, sarebbe tuttavia riduttivo interpretare il risultato esclusivamente come il rifiuto di una personalità politica. C’è una questione molto più concreta. Il costo della vita.
Alla vigilia del voto, il prezzo medio nazionale della benzina americana superava i quattro dollari al gallone. I mutui trentennali, secondo Freddie Mac, avevano raggiunto il 7,24 per cento. Per milioni di famiglie americane, specialmente per quelle che vivono lontano dalle grandi metropoli, questi numeri non sono astrazioni finanziarie. Sono il costo per andare al lavoro, comprare casa, crescere un figlio.
Un elettore può condividere una visione politica, riconoscersi in determinati valori e apprezzare le scelte internazionali di un presidente. Ma quando la propria capacità di acquisto diminuisce, il rapporto di fiducia con chi governa inevitabilmente viene messo alla prova.
Le rilevazioni sul voto americano mostrano, inoltre, una crescente distanza tra generazioni e gruppi sociali. Le identità politiche tradizionali diventano meno stabili, mentre nuove coalizioni prendono forma attorno a interessi economici, appartenenze culturali e convinzioni religiose.
Il Michigan offre un esempio particolarmente interessante. Abdul El-Sayed, esponente progressista del Partito Democratico, è diventato il primo musulmano eletto al Senato degli Stati Uniti. Non si tratta soltanto di un primato religioso. La sua vittoria in uno Stato dalla forte tradizione industriale dimostra come possano incontrarsi mondi che, fino a pochi anni fa, apparivano politicamente distanti.
Da un lato il progressismo economico americano, con le sue battaglie sulla sanità e sulle disuguaglianze. Dall’altro una componente religiosa che rivendica apertamente la propria identità e partecipa alla vita pubblica senza considerare la fede un fatto esclusivamente privato. Questa convergenza non significa che progressismo e conservatorismo religioso condividano automaticamente la stessa idea di società. Significa, però, che le coalizioni del futuro potranno essere molto diverse da quelle alle quali ci siamo abituati. Ed è un fenomeno che l’Europa farebbe bene a studiare.
Il 2027 italiano: molto più di una competizione elettorale
Arriviamo così all’Italia. La prossima scadenza elettorale, prevista nel 2027, si inserisce in un contesto che va ben oltre la normale alternanza tra maggioranza e opposizione.
In discussione non ci saranno soltanto una manovra finanziaria, una riforma fiscale o la distribuzione delle risorse pubbliche. Sullo sfondo emergono interrogativi più profondi: quale modello di integrazione vogliamo costruire? Quale ruolo attribuiamo alla famiglia? Come si conciliano libertà individuale, sicurezza collettiva e identità nazionale? Che cosa significa, oggi, appartenere a una comunità?
Sono questioni sulle quali esistono concezioni politiche differenti e spesso difficilmente conciliabili. Ed è qui che la politica rischia di commettere un errore di prospettiva.
La gestione dello Stato viene troppo spesso interpretata come una gigantesca operazione contabile. Qualche punto di pressione fiscale in meno, un incentivo a una categoria, un beneficio per un determinato settore economico. Interventi talvolta necessari, certamente importanti, ma insufficienti a rispondere alle grandi trasformazioni che abbiamo davanti.
Un Paese non è soltanto un bilancio. È una comunità di persone che condividono una storia, uno spazio pubblico, delle istituzioni e, soprattutto, una prospettiva comune.
Senza questa dimensione, anche i migliori risultati economici rischiano di perdere parte del loro significato. L’Italia, peraltro, deve fare i conti con un dato che dovrebbe preoccupare qualsiasi schieramento politico: la demografia. Secondo l’Istat, nel 2025 sono nati appena 355.772 bambini, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna. Le proiezioni indicano una popolazione destinata a diminuire progressivamente nei prossimi decenni.
Non esiste una scadenza scientifica di quattro o cinque anni oltre la quale tutto diventi irreversibile. Esiste però una finestra politica assai stretta per correggere le tendenze che stanno indebolendo il Paese. Servono condizioni economiche che consentano ai giovani di costruire una famiglia, stipendi dignitosi, abitazioni accessibili, servizi efficienti e una politica migratoria capace di distinguere tra chi desidera realmente integrarsi e contribuire alla società italiana e chi rifiuta di rispettarne le leggi fondamentali.
L’integrazione, del resto, non può essere un processo a senso unico. Richiede opportunità, ma anche responsabilità. Richiede diritti, ma anche doveri. Richiede uno Stato autorevole, capace di far rispettare le regole senza discriminazioni. La tolleranza non può trasformarsi in indifferenza verso chi pratica la violenza o rifiuta i principi della convivenza civile.
Il confine tra il conflitto politico e personale
C’è poi un elemento che racconta il deterioramento del linguaggio pubblico. Nei giorni scorsi, durante una conferenza stampa organizzata alla Camera dei Deputati sul caso di un medico palestinese detenuto in Israele, è stata chiamata in causa la figlia minorenne della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
L’episodio pone una domanda: fino a che punto è legittimo coinvolgere la vita familiare di un avversario politico nello scontro pubblico? Una democrazia matura dovrebbe essere capace di mantenere un confine tra la critica, anche durissima, a chi esercita il potere e la sua dimensione privata. Perché una società nella quale ogni differenza politica diventa inimicizia personale rischia di perdere proprio quella capacità di convivenza che dovrebbe costituire il fondamento delle istituzioni democratiche.
Il tempo dei defensores civitatis
Nell’antica Roma esisteva una figura chiamata defensor civitatis. Era un magistrato incaricato di tutelare i cittadini più deboli dagli abusi dei potenti e dell’amministrazione. Una funzione concreta, giuridica, lontana dall’idea romantica di un guerriero posto a difesa delle mura cittadine. Eppure, proprio questa origine restituisce all’espressione una straordinaria attualità.
Difendere una città non significa soltanto proteggere i suoi edifici, i suoi monumenti o i suoi confini. Significa custodire le condizioni che permettono a una comunità di esistere: la sicurezza, il diritto, la libertà, la fiducia reciproca e la possibilità di trasmettere qualcosa alle generazioni future.
Una cattedrale può sopravvivere per secoli. Una società, invece, può cambiare profondamente nel giro di poche generazioni, anche senza che venga abbattuta una sola pietra.
Non tutti attribuiscono la stessa importanza a questi processi. E non esiste una risposta unica alle trasformazioni culturali e demografiche dell’Europa. Ma fingere che tali questioni possano essere risolte esclusivamente attraverso qualche aggiustamento economico sarebbe una forma di miopia politica.
L’Anno Domini 2027 potrebbe allora rappresentare per l’Italia qualcosa di più di una semplice scadenza elettorale. Potrebbe essere l’occasione per discutere che cosa intendiamo conservare, che cosa siamo disposti a cambiare e quale Paese desideriamo consegnare a chi verrà dopo di noi.
Perché governare significa amministrare il presente. Ma custodire una civiltà significa assumersi una responsabilità verso il futuro. Ed è una responsabilità dalla quale nessuna generazione politica può considerarsi esonerata.
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