Ci sono discussioni politiche nelle quali lo scontro, anche duro, appartiene alla normale dialettica democratica. E ce ne sono altre nelle quali dovrebbe esistere un limite precedente alle appartenenze, alle ideologie e persino alle ragioni delle parti: il rispetto del dolore.
La vicenda nata in Consiglio comunale a Pistoia intorno al luogo destinato alla sepoltura dei bambini mai nati appartiene a questa seconda categoria.
Il diritto di dare un nome al proprio dolore
Il dibattito che ne è seguito si è rapidamente spostato sulla legge 194, sul diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, sulla terminologia utilizzata dalla normativa, sulla natura religiosa dell’iniziativa e sul rischio che luoghi di questo genere possano diventare strumenti di colpevolizzazione delle donne.
Sono questioni sulle quali è perfettamente legittimo discutere. Anzi, quando sono in gioco libertà individuali, consenso e tutela della persona, chiedere regole e garanzie è doveroso. Ma esiste una domanda precedente a tutte le altre: perché la possibilità di offrire un luogo di sepoltura e di raccoglimento a chi ha perso una gravidanza dovrebbe essere percepita come una minaccia ai diritti di qualcun altro?
Le due cose non sono incompatibili. Si può difendere senza esitazioni il diritto di una donna a interrompere una gravidanza e, nello stesso tempo, riconoscere il diritto di un’altra donna a vivere una gravidanza perduta come la morte di suo figlio. Una libertà non cancella l’altra.
Nel comunicato diffuso da Avs-Sce-Possibile si insiste sulla terminologia utilizzata dalle norme: “prodotti del concepimento”, “prodotti abortivi”. È corretto che il diritto abbia bisogno di categorie precise per disciplinare procedure, obblighi e responsabilità. Ma il linguaggio di una norma non può diventare il vocabolario obbligatorio del dolore.
Una madre che ha desiderato quella gravidanza, che ha immaginato quel bambino e che lo ha perduto non può essere costretta a tradurre la propria esperienza nel linguaggio di un regolamento. Se per lei era suo figlio, ha il diritto di chiamarlo figlio. Se sente il bisogno di piangerlo, ha il diritto di farlo.
E se avere un luogo nel quale raccogliersi, deporre un fiore o semplicemente sostare in silenzio può aiutarla ad attraversare quel lutto, non dovrebbe esserci nulla di ideologico in questo. La libertà individuale vale anche per lei.
Il peso delle parole
Ed è qui che la vicenda assume una dimensione diversa. Le parole hanno un peso. Una risata ha un peso. Il modo nel quale ci si esprime davanti alla sofferenza degli altri ha un peso. Quando poi quelle parole e quei comportamenti appartengono a chi siede in un’istituzione, quel peso diventa maggiore.
Un consigliere comunale ha certamente il diritto di sostenere le proprie convinzioni politiche, anche radicalmente differenti da quelle di altri consiglieri. Ma non rappresenta soltanto le persone che condividono quelle convinzioni. L’istituzione rappresenta tutti. Anche la donna che ha scelto un’interruzione volontaria di gravidanza. Anche quella che una gravidanza l’ha persa contro la propria volontà. Anche la madre che parla di “figlio”. Anche la famiglia che desidera una sepoltura.
È per questo che quanto accaduto non può essere archiviato soltanto come un problema di “toni”. Il sindaco Giovanni Capecchi ha richiamato opportunamente la necessità di usare “massima misura” e di evitare strumentalizzazioni, esprimendo vicinanza sia a chi ha vissuto la perdita di un figlio sia alle donne che hanno scelto di interrompere una gravidanza.
Scuse, non resa
È precisamente questa convivenza dei diritti che dovrebbe essere difesa. Ma la misura richiesta agli altri deve essere richiesta innanzitutto a chi rappresenta le istituzioni. Per questo delle scuse pubbliche non rappresenterebbero una resa politica. Al contrario. Sarebbero il riconoscimento che si può difendere con fermezza una posizione senza perdere la capacità di comprendere che determinate parole o determinati atteggiamenti possono avere ferito qualcuno.
Non servono scuse a una maggioranza, a un’opposizione o a un partito. Servono, eventualmente, alle donne e alle famiglie che hanno attraversato quella perdita e che possono essersi sentite irrise proprio mentre si parlava del loro dolore. Dire “ho sbagliato” non indebolisce un’istituzione. La rafforza. Perché dimostra che chi la rappresenta comprende che la libertà di parola non elimina la responsabilità delle parole.
Dimissioni?
È qui che la questione diventerebbe inevitabilmente politica e istituzionale. Non perché qualcuno debba dimettersi per le proprie opinioni sull’aborto. Sarebbe un principio profondamente sbagliato. Ma se chi ricopre una funzione pubblica non riconoscesse neppure la possibilità di avere oltrepassato un limite davanti al dolore altrui, allora sarebbe legittimo interrogarsi sulla compatibilità tra quell’atteggiamento e la responsabilità di rappresentare una comunità nella sua interezza.
Ed è in quel contesto che anche la parola dimissioni potrebbe entrare nel dibattito. Non come censura. Non come punizione per un’idea. Ma come conseguenza estrema di una domanda che riguarda la responsabilità istituzionale: quanto siamo disposti a pretendere da chi parla e agisce in nome delle istituzioni?
Questione di rispetto
Perché una democrazia non vive soltanto della libertà di esprimere le proprie idee. Vive anche della responsabilità con cui quella libertà viene esercitata. E ci sono momenti nei quali dovrebbe essere possibile fermarsi prima della contrapposizione ideologica.
Una gravidanza perduta è uno di questi. Nessuna legge obbliga una donna a vivere quella perdita nello stesso modo di un’altra. Nessuna convinzione politica dovrebbe farlo. Chi vuole chiamarlo bambino deve poterlo fare. Chi vuole ricordarlo deve poterlo fare. Chi desidera avere un luogo nel quale piangerlo deve poterlo fare. Senza che questo sottragga un solo diritto a un’altra donna.
Le parole hanno un peso. I gesti hanno un peso. E quando arrivano dalle istituzioni hanno anche una responsabilità. Ricordarlo non significa prendere posizione sull’aborto. Significa prendere posizione sul rispetto.
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