La storia delle dottrine politiche assistita dalla storiografia vera e propria avrebbero dovuto insegnarci oramai da tempo che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni, come si suol dire.
La spinta ideale di voler porre rimedio a qualche malefatta del mondo è sempre in agguato per giustificare e legittimare l’utilizzo di qualsiasi mezzo che sia idoneo a perseguire un nobile obiettivo. È il vecchio adagio del fine che giustifica i mezzi che il povero e bistrattato Nicolò Machiavelli pare si sia guardato bene dal pronunciare nelle sue pregevolissime opere.
L’importante è raggiungere la meta: debellare un crimine diffuso nella società, tutelare i deboli che sono più esposti alle ingiustizie del mondo, raddrizzare il legno storto dell’umanità. E bisogna portare pazienza se le conseguenze dirette e indirette di queste azioni purificatrici dell’imperfezione umana annichiliscono diritti e libertà ed accrescono a dismisura, nello stesso tempo, poteri ed autorità che rischiano di fare impallidire il Leviatano.
All’altro capo dello spettro, i limiti di un diverso radicalismo sono chiaramente espressi dal brocardo latino “fiat iustitia e pereat mundus”. In questo caso l’ideale della giustizia perfetta, declinato con il corollario della assoluta intangibilità di diritti e libertà individuali, impedisce qualsiasi azione diretta a contrastare un male che potrebbe davvero compromettere la convivenza civile stessa.
A metà strada tra questi due estremismi dovrebbero situarsi la ragionevolezza, la moderazione e il bilanciamento proporzionato fra interessi ed esigenze contrapposti. Principi e tecniche di risoluzione dei conflitti, vale a dire, che compiono ogni tentativo pur di salvare capre e cavoli, pur di garantire un dignitoso compromesso, un accettabile equilibrio.
Di queste fondamentali doti di governo da ultimo richiamate sembrano essere orfane oramai le istituzioni dell’Unione europea, le quali da qualche tempo, ritengono che il nobile ideale di combattere la pedopornografia debba legittimare i poteri della piattaforme social di “spiare” e conservare ogni messaggio non crittografato scambiato da centinaia di milioni di utenti ogni giorno.
Il che equivarrebbe a dire che la necessità di sconfiggere la mafia, di abbattere la camorra e di anticipare le azioni terroristiche, legittimerebbe l’Intercettazione costante delle comunicazioni telefoniche di 60 milioni di italiani.
Del resto, tanto per non abbandonare il campo degli aforismi che riducono il mondo ad un monocolore o a una sola dimensione, “male non fare paura non avere”, potrebbero replicare i sempre attivi comitati di salute pubblica. E che male ci sarebbe, a questo punto arrivati, a consentire la sorveglianza e la conservazione anche delle comunicazioni crittografate, se questa misura rafforzerebbe il contrasto alle pedopornografie? E infatti anche di questo, senza imbarazzo alcuno, si sta già discutendo.
Le intenzioni sono commendevoli, il fine è auspicabile, perché fare tante storie per la violazione delle comunicazioni personali, per l’invasione della più intima sfera di riservatezza dell’individuo?
La cultura giuridica delle istituzioni europee, che dovrebbe reggersi sul patrimonio comune delle tradizioni costituzionali dei singoli Stati appartenenti all’Unione, appare incapace di partorire soluzioni ragionevoli, equilibrate e moderate; come dovrebbe farsi, invece, in ossequio al principio di proporzionalità che esige che gli strumenti legislativi siano non solo idonei a raggiungere il fine prefissato ma anche selezionati fra quelli che arrechino il minor pregiudizio ad altri interessi contrapposti come, in questo caso, diritti e libertà fondamentali dei cittadini.
La foga ideologica appare aver fatto piazza pulita di quegli stessi principi liberali, come quello di proporzionalità richiamato, che sono stati partoriti dalla stessa cultura giuridica europea. Non ci sono stati di recente eventi di così immane portata da giustificare misure eccezionali derogatorie delle ordinarie libertà individuali come, ad esempio, gli attentati dell’11 settembre 2001, i quali legittimarono brevissime azioni straordinarie poste al limite della legalità costituzionale statunitense.
Eppure agli organismi della Ue risulta accettabile vivere dentro l’inferno di George Orwell, purché ogni singola stanza sia lastricata dalle buone intenzioni dei purificatori che desiderano sconfiggere, prevenire e cancellare le pedopornografie, costi quel che costi.
Come uscirne? Mandare al diavolo l’Europa? Buttare via il bambino insieme all’acqua sporca, per restare nel campo degli aforismi e delle metafore? Oppure richiamarsi alla moderazione, alla ragionevolezza e al diritto costituzionale che ancora può proteggerci, in alcune occasioni, da queste nefandezze grazie all’istituto dei contro limiti, di quei limiti costituzionali, vale a dire, posti a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini italiani e che nessuna norma europea può infrangere?
Assodato che il fenomeno delle pedopornografie, come qualsiasi altro crimine, debba essere contrastato, è possibile farlo senza annichilire le libertà fondamentali dell’essere umano? Possiamo provare in Italia a mettere un freno a tutto questo o la nostra cultura giuridica e costituzionale è peggio di ciò che ha già dimostrato di essere?
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