Le recenti polemiche che sono scoppiate negli Stati Uniti a seguito della sentenza del 29 aprile scorso della Corte Suprema federale nella causa Louisiana v. Callais, riguardo alle regole di definizione dei collegi elettorali destinati all’elezione dei rappresentanti alla Camera, al di là dei calcoli fatti da molti sondaggisti (che con tutto il rispetto non sempre si rivelano esatti alla prova dei fatti) relativi alle conseguenze pratiche della stessa sulle elezioni del prossimo novembre, ci consentono di fare alcune considerazioni su un paio temi molto importanti.
Il sistema elettorale
Ma prima sono necessarie alcune premesse. Nella causa in esame, la questione consisteva nello stabilire se le inevitabili diseguaglianze (ad esempio riguardo alla possibilità per gli elettori residenti in una zona piuttosto che in un’altra di vedere eletti i rappresentanti del proprio partito) create dalla suddivisione in collegi dello stato della Louisiana fossero o meno discriminatorie verso gli afroamericani e se una diversa suddivisione volutamente favorevole a questi ultimi non fosse a sua volta discriminatoria verso gli altri cittadini.
Ancora due osservazioni prima di parlare della sentenza. La prima: com’è noto, negli Stati uniti, come in tutti Paesi anglosassoni il sistema elettorale, derivato dall’ordinamento britannico, si basa sul modello maggioritario a turno unico: il territorio è diviso in tanti collegi elettorali quanti sono i rappresentanti da eleggere alla Camera, in ciascuno dei quali viene eletto il candidato che ottiene più voti.
Il diritto di voto dei neri
La seconda: anche successivamente all’entrata in vigore nel 1870 del XV emendamento alla costituzione che, dopo la Guerra Civile riconobbe il diritto di voto agli afroamericani, per decenni sino agli anni 60 dello scorso secolo, continuarono a verificarsi nel cosiddetto “profondo sud” (compreso lo stato della Louisiana che interessa il nostro discorso) tutta una serie di abusi formalmente legali destinati a rendere difficile e spesso impossibile l’esercizio del diritto di voto alle persone di colore.
Quali, ad esempio, la richiesta di test di alfabetismo; il requisito del pagamento di un certo ammontare di imposte; la “clausola del nonno”, che faceva salvi i diritti di voto di coloro i cui nonni (bianchi) erano stati elettori ecc. A partire dagli anni ’60 tali leggi furono in parte dichiarate incostituzionali e in parte abrogate dalla legge federale del 1965 sui diritti di voto (Voting Rights Act), tesa a porre fine alle violazioni più o meno camuffate del XV emendamento.
Il caso Lousiana
Veniamo alla sentenza. Lo stato della Louisiana elegge, in base alla sua popolazione sei rappresentanti alla Camera (mentre come avviene per tutti gli stati i suoi rappresentanti al Senato sono due): la suddivisione del territorio in sei collegi elettorali maggioritari a turno unico è stabilita con legge dello stato, senza ingerenze del potere federale.
A seguito del censimento del 2020, il Parlamento di Baton Rouge modificò leggermente i collegi elettorali senza stravolgerne l’impostazione. La decisione fu impugnata dagli attivisti per i diritti degli afroamericani guidati da Press Robinson per il fatto che dei sei collegi, solo uno comprendeva zone nelle quali la maggioranza degli elettori era composta da persone di colore. Nella causa che seguì, Robinson v. Ardoin (quest’ultimo segretario di stato della Louisiana), nel 2022 un giudice distrettuale federale impose la ridefinizione dei collegi elettorali in modo che almeno due di essi fossero a maggioranza afroamericana.
Il Parlamento statale, per evitare che il giudice provvedesse d’ufficio in tal senso, decise di ridefinire i collegi nel senso ordinato, ma a questo punto la nuova legge, dopo alcune disavventure procedurali che risparmio al lettore di leggere e a me di scrivere, fu impugnata da un gruppo di cittadini non afroamericani, guidati da Philip Callais, che sostenevano che la nuova ripartizione violava a sua volta i diritti dei bianchi, e il loro ricorso fu accolto da una Corte distrettuale federale, diversa del giudice che aveva deciso la prima causa.
L’impugnazione di quest’ultima decisione sia da parte dello stato della Louisiana (decisosi a sostenere la nuova versione che era stato obbligato ad adottare) che da parte dell’originario ricorrente Robinson ha dato origine alla sentenza della Corte suprema di cui ci stiamo occupando, la quale ha confermato quella della Corte distrettuale, dichiarando illegittima la nuova suddivisione dei collegi elettorali decisa dal Parlamento della Louisiana, che in seguito alla sentenza del primo giudice, prevedeva la creazione di due collegi con maggioranza di elettori afroamericani.
Discriminazione intenzionale
Non mi addentro delle questioni tecniche: mi limiterò a parlare dei due temi cui ho accennato. Primo: l’eccesso di tutela che può a sua volta portare alla discriminazione. In particolare, è ovvio che il divieto previsto dal XV emendamento di negare o limitare il diritto di voto ai cittadini americani, colpisce tutte le pratiche discriminatorie verso gli afroamericani cui si è accennato, ma quando si viene a parlare dei collegi elettorali, il giudizio inizia a farsi più complesso.
È l’eterna questione, molto sentita nella mentalità liberale americana (e poco in quella europea continentale) della possibilità che l’eccesso del riconoscimento dei diritti di alcuni si trasformi nella negazione dei diritti di altri.
Dove porre il limite? Il XV emendamento parla di una discriminazione intenzionale e in tal senso nei primi anni dopo l’approvazione del Voting Right Act, così giudicarono le Corti, e in particolare la Corte Suprema con la sentenza Mobile v. Bolden del 1980. Successivamente, la spinta a tutelare sempre più i diritti dei neri portò nel 1982 ad una modifica, peraltro frutto di compromesso e quindi poco chiara, del testo di legge sui diritti di voto (ora inserito nel codice delle leggi statunitensi: 52 U.S. Code § 10301).
Seguirono una serie di decisioni anch’esse poco chiare della Corte suprema, spesso interpretate nel senso che una qualunque (anche non intenzionale) disparità di trattamento a danno dei neri portava automaticamente alla dichiarazione di illegittimità della ripartizione dei collegi, come peraltro aveva deciso il giudice distrettuale nella prima causa.
L’eccesso di tutela
Nella sentenza Louisiana v. Callais, invece l’opinione di maggioranza della Corte Suprema, redatta dal giudice Alito, alla quale hanno aderito il presidente Roberts e i giudici Kavanaugh, Barret, Gorsuch e Thomas (quest’ultimo autore di una opinione concorrente che aggiunge altri motivi a sostegno della decisione), e alla quale si è opposta l’opinione dissenziente redatta dalla giudice Kagan, condivisa dalle giudici Sotomayor e Jackson, ha stabilito il limite, oltre il quale la tutela dei diritti di alcuni diventa violazione dei diritti di altri.
La cosa più importante affermata dalla Corte, che smentisce in maniera decisa la visione woke del diritto, è che ogni atto, ogni decisione che si proponga di tutelare un gruppo razziale costituisce a sua volta una possibile fonte di discriminazione tra le razze e come tale, per essere ammissibile dal punto di vista legale, deve essere giustificata dalla esigenza di rimediare ad una ingiusta situazione di svantaggio, soprattutto se prevista da una legge o da un atto del governo, ai danni del gruppo da tutelare.
Dopo avere ribadito che le passate discriminazioni verso gli afroamericani in Louisiana non sono rilevanti perché il diritto deve guardare al presente (e quanto al presente si deve notare che due su sei degli attuali rappresentanti della Louisiana alla Camera sono afroamericani, proporzione che di fatto rispecchia quella della popolazione di colore dello stato), la maggioranza è giunta ad affermare che una ripartizione dei collegi elettorali deve essere considerata illegittima perché danneggia un gruppo razziale solo se essa è totalmente ingiustificata in base alle scelte politiche dei Parlamenti statali, che possono legittimamente essere dirette a scopi ritenuti importanti dai rappresentanti politici.
Nel nostro caso la mancata previsione di un secondo collegio a maggioranza afroamericana, secondo la Corte, è giustificata non solo dalla scelta originaria del Parlamento (a maggioranza repubblicana) di attenersi alla ripartizione tradizionale, ma anche da quella di non voler favorire l’elettorato che vota il Partito Democratico, composto in buona parte da persone di colore: la stessa cosa sarebbe accaduta se gli elettori presunti discriminati fossero stati bianchi.
Una conclusione contestata dall’opinione dissenziente che parla di affossamento dei diritti dei neri, ma che a modesto parere del sottoscritto rappresenta un importante passo per porre fine alla tendenza, radicata nella cultura woke, di creare di fatto una società divisa in razze, ciascuna di esse con i propri rappresentanti, cosa che il giudice Thomas, nella sua opinione concorrente, considera giustamente come la negazione della società liberale.
Il potere di gerrymander
Il secondo importante tema affrontato dalla Corte, peraltro collegato al primo, è lo stabilire a chi spetta il potere di definire i collegi elettorali, se ai rappresentanti politici o ai giudici. Un’altra questione ricorrente al giorno d’oggi, anche questa a seguito della tendenza frutto della cultura woke a trasformare le scelte politiche in decisioni giuridiche, privando di fatto la politica del suo potere di scegliere, di compiere valutazioni opinabili e criticabili, ma soggette solo al giudizio dell’elettorato.
In questa sentenza la Corte Suprema, come già accaduto in altre decisioni precedenti, ha posto un freno in maniera decisa a questa tendenza molto diffusa (anche se non maggioritaria) negli Stati Uniti, ed ha ribadito uno dei pilastri della civiltà liberale: la separazione tra potere politico e potere giudiziario.
Al primo spettano le decisioni di interesse collettivo, al secondo quelle sui diritti individuali. Né le decisioni politiche possono toccare i diritti né le sentenze possono definire (ad esempio controllandone le modalità e le condizioni) le scelte di interesse collettivo.
La definizione dei collegi elettorali negli Usa è frutto delle decisioni dei Parlamenti dei singoli stati e anche quando esse sono politicamente e/o moralmente discutibili, come quando i collegi sono ritagliati in maniera da favorire un partito, operazione definita come è noto con il verbo “gerrymander”, che ricorda una ripartizione dei collegi elettorali elaborata nel Massachusetts nel 1812 quando governatore dello stato era Elbridge Gerry (1744 – 1814).
Una ripartizione dai confini molto contorti, con un collegio elettorale a forma di salamandra, anche in quel caso, la Corte ha ribadito, tale ripartizione non può essere dichiarata illegittima dai giudici, perché è una materia di competenza del potere politico.
I due principi che emergono dalla sentenza Louisiana v. Callais, cioè la necessità di limitare gli eccessi di tutela dei diritti di alcuni al fine di non ledere quelli di altri, e la separazione tra diritto e politica, rappresentano come spero di aver messo in luce, un passo avanti diretto alla conservazione e alla riaffermazione della cultura liberale (nel senso classico del termine).
Questo ci consente di confidare (anche se il futuro non è mai certo) nel fatto che negli Stati uniti, la cultura liberale profondamente radicata oltreoceano, riuscirà a prevalere sull’ideologia woke: diverse considerazioni si dovrebbero purtroppo fare per l’Europa continentale e per il nostro Paese, dove i diritti di certi gruppi rischiano di prevalere sulle norme (anche costituzionali) che prevedono l’eguaglianza di tutti i cittadini, e dove il confine tra politica e diritto è sempre più incerto. Ma questo è un altro discorso: chi vuole può provare a fare il paragone.
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