Politica

Forza Italia, corsa vera alla leadership: dall’investitura alla scelta

Il partito si prepara ad un congresso vero, contendibile. Tajani ha i numeri, Occhiuto e Cirio l'ambizione. Il nome Massimo Antonio Doris può scompaginare le carte

Tajani Forza Italia (La7)

L’impressione, ormai evidente in ogni retroscena romano, è che Forza Italia sia entrata in una fase inedita: per la prima volta nella sua storia, la guida del partito non è più una questione di investitura ma di competizione.

Ed è in questo scenario, già attraversato dalle ambizioni dei governatori Roberto Occhiuto e Alberto Cirio, che emerge un nome inatteso: Massimo Antonio Doris. Un nome che non è ancora una candidatura, ma è già un messaggio. E in politica, spesso, i messaggi contano più dei candidati stessi.

Il congresso della svolta

Tutto parte da un dato storico: Forza Italia si prepara ad un congresso vero, contendibile, con tessere, numeri e voti. Un passaggio che segna la fine dell’epoca dell’investitura e apre la stagione della scelta. Antonio Tajani lo sa, e per questo ha anticipato i tempi: tre appuntamenti simbolici tra Roma, Napoli e Milano, nell’anniversario della discesa in campo di Silvio Berlusconi. Una mossa che vuole ribadire continuità, ma anche marcare territorio.

Non è mancato neppure l’assist della premier Giorgia Meloni in conferenza stampa, che ha parlato di lui come di un ministro capace e molto presente: “Tajani ha fatto miracoli in questi tre anni per Forza Italia. Un lavoro straordinario”. Insomma, un bel messaggio diretto a Milano.

La foto con Carlo Calenda, annunciata per il palco milanese, va letta in questa chiave: non un flirt politico, ma un richiamo al centro, alla vocazione moderata, a quel pezzo di Paese che un tempo era casa naturale degli azzurri e che oggi vive in diaspora.

Occhiuto e Cirio

I due governatori restano i nomi più strutturati. Occhiuto chiede un partito più agile. Cirio risponde con i numeri degli iscritti, raddoppiati in Piemonte. Eppure entrambi hanno un vincolo evidente: guidano due regioni e non possono esporsi completamente in una corsa nazionale senza complicazioni istituzionali. È un limite oggettivo, e nel gioco interno pesa.

L’outsider Doris

Ed è proprio in questo varco che il nome di Massimo Antonio Doris inizia a prendere forma. Non è – almeno per ora – un’operazione ufficiale, ma un suggerimento che circola nei mondi che contano: imprenditori, finanza, management del Nord produttivo.

Doris porta con sé almeno tre elementi in grado di scombinare gli equilibri. Parla all’elettorato perduto di Forza Italia, quello liberal-moderato, aziendale, pragmatico, lo stesso da cui nacque il berlusconismo della prima ora. È libero da ruoli istituzionali, quindi potenzialmente più agile dei governatori. È un cognome che evoca una storia comune con i Berlusconi, soprattutto grazie al rapporto tra Ennio Doris e il fondatore del partito.

Non è un dettaglio: in un partito che vive ancora di simboli, genealogie e segnali, la percezione conta quanto la struttura. Può davvero scompaginare le carte? Sì – se si verificano alcune condizioni.

L’ingresso di un profilo come Doris potrebbe rompere lo schema Occhiuto–Cirio per tre motivi fondamentali. Sposta la competizione dal terreno interno a quello identitario. La domanda non sarebbe più “chi ha più tessere?”, ma “chi può incarnare la nuova fase del partito?”. È un cambio di campo ed è sempre destabilizzante.

Doris inoltre rimette in moto indubbiamente mondi esterni oggi silenti. Confindustria, finanza, managerialità del Nord: ambienti che Tajani non ha mai veramente conquistato e che vedono in una figura come Doris un ponte naturale con la tradizione berlusconiana.

È sensibile alla posizione della famiglia Berlusconi. Basta un segnale anche indiretto, anche solo una simpatia trapelata, per spostare equilibri interni. In Forza Italia funziona così da trent’anni.

Il tesseramento come terreno di battaglia

Tajani, da politico esperto, tenta di blindare la propria posizione sui numeri: 10 euro a tessera, obiettivo 250 mila iscritti entro il 2025. Una strategia semplice ma potentissima: chi controlla i flussi di tesseramento, controlla il congresso.

Ma è proprio qui che un nome esterno, sostenuto da mondi forti e da reti territoriali non allineate, può entrare in gioco e alterare l’assetto.

La fase che si apre: sopravvivere o rinascere

La domanda chiave non è chi guiderà Forza Italia. La domanda è cosa vuole essere Forza Italia. Un partito di pura continuità con il passato? Un soggetto moderato moderno? Una forza contendibile e aperta, o una struttura ancora ancorata al mito del fondatore?

La partita Doris – reale o evocata – pone il problema in modo diretto: il futuro del partito passa dalla sua identità, non dai suoi nomi. Ed è per questo che l’ipotesi di un outsider non è un dettaglio laterale, ma un segnale politico enorme.

Conclusione

La corsa alla leadership è aperta come mai prima d’ora. Tajani gioca d’anticipo. I governatori studiano la mossa giusta. La famiglia osserva e manda segnali. E intanto un nome, partito a bassa voce, cresce e divide: Doris.

È ancora presto per sapere se diventerà una candidatura. Ma una cosa è già certa: questo nome ha già scompaginato le carte, perché ha cambiato il modo in cui Forza Italia pensa al proprio futuro.

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