Politica

Forza Italia torni a osare. Restare immobili significa sparire. Parla Andrea Ruggieri

"Forza Italia non muore per mancanza di spazio. Muore se rinuncia a occuparlo". Serve un cambiamento vero, non un regolamento di conti

Andrea Ruggieri

La discussione sulla necessità di una “scossa liberale” nel centrodestra, rilanciata nelle ultime settimane anche dalle pagine del Foglio, ha riaperto un tema rimasto a lungo sospeso: che cosa significhi oggi essere riformisti senza rinunciare all’identità. Dalla critica ai corporativismi alla semplificazione per chi fa impresa, fino all’apertura su diritti civili e cittadinanza, l’agenda evocata da Roberto Occhiuto ha rimesso al centro una domanda di visione, più che di assetti.
È in questo spazio che si colloca l’intervista ad Andrea Ruggieri, che prova a portare quella riflessione dalle suggestioni alla politica concreta. Mentre Forza Italia discute di assetti e leadership, resta sullo sfondo la questione decisiva: che tipo di partito vuole essere oggi.

Ruggieri non aggiunge nomi alla contesa, ma pone una domanda più scomoda: è possibile rilanciare una forza liberale senza ripensarne linguaggio, visione e priorità? Una riflessione che si innesta nel dibattito già in corso.

Lo spirito del ’94

L’incontro si svolge in via del Plebiscito, in uno dei luoghi più simbolici della storia recente del centrodestra italiano. Palazzo Grazioli non è solo un indirizzo: è una dichiarazione d’intenti. Andrea Ruggieri lo dice senza giri di parole: se Forza Italia non lo convoca più, allora è lui a rimettere in moto il confronto. E sceglie il luogo che, più di ogni altro, rappresenta l’origine del progetto liberale berlusconiano.

“Per me Palazzo Grazioli è la capitale romana della cultura liberale“, spiega. “E l’iniziativa che ho promosso lì ha dimostrato che uno spazio politico esiste ancora. L’obiettivo è chiaro: recuperare lo spirito del ’94, quello del fondatore”.

La tassa Vespa

Avvocato penalista, giornalista televisivo, 14 anni in Rai senza mai approdare alla conduzione di un programma proprio. Un percorso professionale segnato, come lui stesso ammette con ironia, da un cognome importante.

“La chiamo “tassa Vespa“, dice sorridendo. “L’ho sempre pagata. Non per colpa di mio zio, sia chiaro. Ma il peso della parentela in certi ambienti esiste”. Eppure Bruno Vespa resta per lui una figura centrale, un riferimento umano e professionale.

“È stato ed è una fonte di ispirazione enorme. Mi ha insegnato molto, mi ha dato consigli preziosi. Ma una cosa va detta con chiarezza: nessun dirigente televisivo potrà mai dire di aver ricevuto una sua telefonata per favorirmi”.

L’ultimo IPhone

Il discorso si sposta rapidamente sulla politica. Sul futuro di Forza Italia Ruggieri non usa mezze misure. “Il partito ha bisogno di un aggiornamento profondo. Continuare così significa uscire dal mercato politico”. Un’immagine efficace rende il concetto ancora più netto. “Non puoi pensare di vendere oggi un Nokia di prima generazione. Devi costruire l’ultimo modello di IPhone. E farlo bene”.

Aggiornare significa, per Ruggieri, riportare al centro la capacità comunicativa, intercettare energie nuove, aprirsi alla società civile e al mondo dei media, senza perdere l’identità culturale del partito. “Quando sento parlare pretestuosamente di ‘radicamento territoriale’ sorrido. La politica nazionale oggi è soprattutto visione, linguaggio, presenza. Naturalmente nel rispetto della storia liberale di Forza Italia“.

La leadership

Sul tema della leadership, Ruggieri evita semplificazioni. Non nega di avere titolo per criticare il partito, ma frena su letture personalistiche. “Non parliamo di correnti. Forza Italia deve camminare su gambe nuove sé vuol tornare a correre, altrimenti rischia di ridursi a fare la cheerleader degli alleati”. E aggiunge, con una stoccata che pesa: “Il pericolo è diventare un partito di accompagnamento, non di proposta”.

Quanto a un congresso, Ruggieri non nasconde lo scetticismo. “I congressi, per come vengono concepiti oggi, sono liturgie un po’ grottesche. E spesso poggiano su tessere dalla provenienza discutibile o farsesca”.

La rivoluzione liberale

La sua idea di rivoluzione liberale parte da un principio netto: meno Stato, più iniziativa privata.

La ricchezza la crea l’impresa, non l’apparato pubblico. Serve ribaltare l’onere della prova nel processo tributario, valorizzare il venture capital, liberalizzare settori bloccati come quello dei taxi, affidare ai privati la gestione dei beni culturali. Serve togliere un anno di liceo e uno di università per consentire ai ragazzi di cominciare prima a lavorare. E poi meno spesa pubblica quindi meno tasse, meno burocrazia, più garanzie nei tribunali, dove serve schermare anche le imprese strategiche italiane per anni sotto ingiusta pressione giudiziaria, vedi il caso Eni.

Anche sui diritti civili Ruggieri mostra una posizione apertamente riformista. “Il mondo cambia. È il momento di affrontare senza ipocrisie temi come la cittadinanza per chi cresce in Italia, l’eutanasia, le adozioni per i single“.

Silvio Berlusconi

Il primo incontro con Silvio Berlusconi risale al 2015. Un episodio che Ruggieri ricorda con precisione. “Aveva visto una puntata di un mio programma sugli errori giudiziari. Mi chiamò e mi disse semplicemente: ‘Venga a Palazzo Grazioli’. Doveva durare un quarto d’ora. Parlammo per oltre un’ora”.

Da lì nacque una collaborazione che lo portò in Parlamento. Una parentesi che si chiuse senza ricandidatura, non senza amarezza. “Molti nel partito volevano farmi fuori. Avrei potuto riciclarmi altrove, le offerte non mancavano. Ma ho scelto la coerenza: restare leale a Berlusconi e agli elettori“.

Estremisti liberali

Su Antonio Tajani, Ruggieri mantiene un tono rispettoso. “Vanta rapporti europei potenzialmente decisivi. Sarebbe un buon presidente della Repubblica. Ma la storia insegna che è difficilissimo per un segretario di partito in carica arrivare al Quirinale”. Il rapporto con Roberto Occhiuto, invece, è improntato alla stima politica. “Ha fatto scelte coraggiose, votate alla creazione di opportunità, anche contro governi amici. Ha introdotto l’Intelligenza Artificiale nei bandi pubblici, ha aperto alla concorrenza. Nei fatti, incarna meglio di altri lo spirito che serve oggi”.

Il rischio, secondo Ruggieri, è chiaro. “Morire elettoralmente. Ridursi a tifare per chi vince. Come ha detto Nicola Porro, nelle battaglie di libertà non si può essere tiepidi: bisogna essere estremisti liberali“.

E conclude con una visione che è insieme avvertimento e speranza. “Forza Italia ha ancora praterie di consenso davanti a sé. Ma solo se avrà il coraggio di mettersi finalmente al passo con i tempi”.

Il rapporto con gli alleati

Il rapporto con gli alleati di governo resta un nodo delicato. Quando si parla di Matteo Salvini, Ruggieri non arretra sul terreno della concorrenza. “Lo stimo molto, anche umanamente, Salvini. Dopo di che la competizione è competizione”, dice secco. “Sto per andare negli Stati Uniti: affitterò un’auto da un privato che anziché avere un costo fa profitto, prenderò Uber guidato da un immigrato che lavora e rispetta le regole, visiterò località che attraggono turismo con l’Intelligenza Artificiale e creano occupazione. Se funziona lì, perché in Italia deve essere un tabù?”.

È una risposta che non cita direttamente Salvini, ma ne intercetta il campo di battaglia: libertà economica, concorrenza, pragmatismo contro protezionismi di bandiera. “Il liberalismo – ribadisce Ruggieri – non è una scorciatoia elettorale. È una scelta culturale. E come tutte le scelte culturali, chiede coraggio prima che consenso».

Più complesso il discorso sulle possibili alleanze future. Alla domanda su un asse con Matteo Renzi e Carlo Calenda, Ruggieri non chiude la porta, ma pone una condizione netta. “Le alleanze non sono un esercizio di aritmetica, ma di coerenza. Non possono funzionare se si continua a frequentare certi ambienti e certe figure che rappresentano l’opposto di una cultura liberale autentica”.

La famiglia Berlusconi

Non fa nomi in modo polemico, ma il messaggio è chiaro: prima delle geometrie politiche, serve una linea riconoscibile. Torna allora il tema centrale: l’identità di Forza Italia dopo Berlusconi. Ruggieri insiste su un punto che considera dirimente. “La famiglia Berlusconi ha dimostrato una cosa fondamentale: unità, visione, capacità di stare nel presente senza rinnegare il passato. È un modello anche politico. Il partito dovrebbe trarne insegnamento”.

Cambiamento vero

Alla domanda se il cambiamento al vertice debba avvenire senza traumi, la risposta è prudente ma ferma. “Sì, nell’interesse di Forza Italia e del Paese. I passaggi di fase non devono diventare regolamenti di conti. Ma il cambiamento va fatto davvero, non solo annunciato”. Il rischio, altrimenti, è già scritto. “Diventare marginali. Sopravvivere per inerzia. Fare da spalla a chi detta l’agenda”.

Ruggieri non si sottrae nemmeno a una riflessione numerica, che diventa politica. “Quando un partito al 30 per cento ha poco più di 250 mila iscritti e uno al 7 per cento ne dichiara 200 mila, qualche domanda bisognerebbe farsela. Non per sospetto, ma per serietà. Si sono fatti congressi in capoluoghi di provincia con 50 tessere e un solo candidato. Non prendiamoci per i fondelli, dai”.

La conversazione si chiude su una nota che non è nostalgica, ma strategica. “Forza Italia non è finita. Ma non è nemmeno garantita. Ha davanti praterie di consenso che oggi nessuno presidia davvero: ceto produttivo, professionisti, giovani liberali, elettorato urbano. Se non lo farà lei, lo farà qualcun altro”. Praterie che non aspettano. Vanno intercettate, non celebrate.
E qui, resta una diagnosi politica. Lucida, scomoda, difficilmente eludibile. Il punto, per Andrea Ruggieri, non è la nostalgia né la fedeltà rituale a un nome che ha fatto la storia. È la sopravvivenza politica. “Forza Italia non muore per mancanza di spazio”, dice. “Muore se rinuncia a occuparlo”. Il tempo delle rendite di posizione è finito. Nel centrodestra chi non detta una visione finisce per accompagnare quella altrui. E in politica fare la spalla è solo un altro modo di sparire lentamente.

Dopo mesi di silenzi e aggiustamenti tattici, nel centrodestra si torna a parlare di identità, non solo di equilibri. Ruggieri si inserisce in questo passaggio: non come presa di posizione personale, ma come riflessione più ampia sulla necessità di un aggiornamento politico e culturale di Forza Italia. Un tema che dialoga con il dibattito aperto negli ultimi giorni e che prova a spostare l’attenzione dal “chi” al “come”.

“O si torna a essere forza trainante – conclude Ruggieri – oppure si accetta di diventare un marchio storico, rispettato, ma irrilevante”. Non è una minaccia. È una constatazione.

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