La parola populismo è da tempo un campo di battaglia semantico: nell’ultimo decennio le sinistre europee, quali quelle italiane e francesi, hanno impiegato il termine come insulto esclusivo rivolto ai propri avversari. Non importa se centristi o “di destra”: se non si è dei loro, si è populisti. E ovviamente non democratici, come ben aveva spiegato Beatrice Venezi in un’intervista di qualche tempo fa.
Ma con l’elezione del nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, sarebbe il caso che la narrazione si ribaltasse: il suo programma “per il popolo” contiene tutte le promesse tipiche del populismo. Forse è il momento di riprenderci la parola populista, e rivendicarne il significato a tutto campo, senza ipocrisie.
Etichetta a senso unico
Negli ultimi anni il termine populismo è stato monopolizzato, specie nel discorso progressista europeo, come sinonimo di demagogia di destra, anti-élite e talvolta xenofoba. Giorgia Meloni, per esempio, è stata spesso additata come “populista” – un termine carico di giudizio negativo e associato a strategie di divisione sociale. Non stiamo neppure a citare l’associazione costante, certa e continua del termine al “leader della Lega” quando citato dalla stampa francese.
Eppure, come sottolinea il filosofo tedesco Jan-Werner Müller, il populismo è una forma di opposizione alle élite percepite come distanti dal popolo e può manifestarsi sia a sinistra che a destra.
Il populista Mamdani
Come i media stanno ripetendo a loop il 4 novembre 2025 New York ha eletto Zohran Mamdani, 34 anni, musulmano, membro dei Democratic Socialists of America, su una piattaforma dichiaratamente “per la gente”: affitti bassi, trasporti gratuiti, un salario minimo a 30 dollari l’ora e imposte più alte a corporation e patrimoni elevati.
La retorica anti-establishment è evidente: Mamdani si presenta “contro le élite finanziarie” e a favore di una redistribuzione radicale delle ricchezze: con il pieno sostegno di tanti canali televisivi trans-europei (negli ultimi giorni, quando si sono accorti del promettente fenomeno che prima ignoravano).
Lo stile di Mamdami richiama i “ribelli anti-establishment” americani di altri tempi, mettendo a nudo la divisione tra un populismo giustificabile (quello progressista) e uno indegno (quello conservatore). La sua campagna, sostenuta da sindacati, giovani e minoranze, ha sconfitto candidati più tradizionali come Andrew Cuomo pur con una partecipazione al voto non particolarmente entusiasmante.
Riprendiamoci la parola populista
Come ricorda Müller, il termine “populismo” varia secondo le stagioni politiche e le convenienze mediatiche. In Europa, chiamare “populista” un leader di destra è da tempo una mossa retorica ricorrente.
Così giornalisti e leader “progressisti” (ascoltare nuovamente l’intervista a Venezi riguardo a chi davvero può essere chiamato progressista oggi) rivendicano la parola quando fa loro comodo, denunciando sempre come “pericoloso” il populismo degli avversari.
È il momento di dire basta con l’uso selettivo: la parola populista va contestualizzata e utilizzata senza tabù, anche contro la sinistra che da anni l’ha brandita a senso unico, e ora applaude Mamdani e i “suoi” programmi populisti.
O forse, da persone razionali e non partigiane come siamo, diciamo che è giunto il tempo di restituire valore neutro e critico alla parola, smettendo di usarla come clava solo contro i nostri avversari.
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