Politica

Sulmona, Fidene, San Zenone: l’insopportabile autocensura dei media

Altri tre casi di brutalità. Se l'aggressore è di origine straniera non ce lo dicono. Se è italiano il mostro viene sbattuto in prima pagina per direttissima e riparte la grancassa sul patriarcato

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Eravamo appena usciti da una settimana drammatica: in rapida successione il video di Iryna Zarutska, la ragazza ucraina brutalmente sgozzata in metro da un afroamericano a Charlotte, in North Carolina, e l’assassinio di Charlie Kirk, un colpo di fucile alla gola, anche questo ripreso, mentre dibatteva con gli studenti alla Utah Valley University.

Una nuova settimana si apre con altri tre casi raccapriccianti, stavolta accaduti in Italia. Per fortuna, o purtroppo, questi ultimi senza video. Scriviamo “purtroppo” perché nonostante questi video siano un colpo allo stomaco, osserviamo una certa assuefazione dei media e dell’opinione pubblica, che ormai sembrano accogliere, i primi come ordinaria amministrazione, i secondi con rassegnazione, quei due-tre casi di brutali aggressioni a settimana nel nostro Paese, perlopiù ad opera di clandestini o richiedenti asilo. Le immagini renderebbero più difficile archiviare questi casi come numeri.

Vittime e carnefici

Sulmona, Fidene (Roma), ma bisognerebbe aggiungere anche San Zenone (Milano). Nella cittadina abruzzese una ragazzina di 12 anni abusata sessualmente e ricattata per due anni. A Fidene un bambino di 8 anni appena compiuti massacrato e sfigurato in volto alla sua festa di compleanno in un parco pubblico. A San Zenone una diciottenne aggredita e stuprata per un’ora.

Queste le vittime, tutte giovanissime, alcune dei bambini. E i carnefici? Beh, se questi casi vi suonano familiari avrete sicuramente letto e sentito in questi giorni espressioni del tipo “due ragazzini di 14 e 18 anni”, “ragazzini”, “baby gang” etc… Null’altro.

Nel caso di Sulmona, abusi e il cosiddetto “revenge porn” su una dodicenne, si tratta di due ragazzini nati in Italia ma di origine magrebina, seconda generazione. Giovanissimi: 14 e 18 anni. Sarebbero già cittadini italiani se fosse legge il cosiddetto ius scholae che qualcuno ancora considera prioritario.

A sfigurare a bastonate in faccia un bambino di soli 8 anni, a Fidene, un quartiere di Roma, tre bambini rom di 7, 9 e 11 anni. Impunibili, troppo giovani. Ma i genitori? La patria potestà? I servizi sociali, così solerti a togliere la custodia a madri o padri soli e in difficoltà economiche?

A San Zenone, autore dello stupro di una diciottenne un maliano già noto per essere “socialmente pericoloso”, tanto da essere stato trattenuto in un Cpr per nove mesi, prima che un giudice milanese (Magistratura Democratica) ritenesse di non convalidare il trattenimento. Libero di stuprare.

Doppio standard

Ormai anche in Italia, come nei Paesi del Nord Europa, è abitudine dei media tacere il più possibile le identità e soprattutto le origini dei carnefici. Ci può anche stare, essendo fino a prova contraria dei sospetti.

Il problema, però, si pone quando si manifesta un doppio standard. Fateci caso: se l’aggressore o l’assassino è un italiano, allora viene subito sbattuto in tv e sui giornali il suo identikit. Non completo, completissimo. Nome, cognome, attività, abitudini, foto sui social, persino già il profilo psicologico. E dopo poche ore, se la vittima è una donna, si mobilitano le femministe e riparte la grancassa sul patriarcato.

Se invece i carnefici sono di origine straniera, migranti irregolari, richiedenti asilo, musulmani, rom, allora si resta sul generico: uomini, ragazzi, ragazzini, baby gang, al massimo nominati con la provincia di residenza: un milanese, due bresciani etc. Eh certo, due africani sbarcati l’altro ieri a Lampedusa diventano due bresciani solo perché risiedono in un centro di accoglienza… Statene pur certi, se non viene citato il paese d’origine, si stratta quasi sempre di stranieri che non avevano alcun titolo per trovarsi in Italia.

La reticenza, il doppio standard dei media e delle autorità in questi casi, per mantenere il controllo della narrazione, attenuare il danno che arrecherebbero questi casi alla politica di accoglienza indiscriminata, ha portato all’esasperazione i cittadini di molti Paesi – inglesi, tedeschi, olandesi, etc – ma ora anche l’Italia è sulla buona strada.

La buona volontà non basta

Il governo Meloni, duole dirlo, ci mette la buona volontà ma non basta. Mancano gli strumenti, le forze, la politica giudiziaria è in mano ai magistrati di sinistra, permesso di soggiorno facile e borseggio libero. Dalla premier nessuna parola per queste vittime quasi quotidiane. Si dovrebbe parlare apertamente di remigrazione e de-islamizzazione, ma al massimo sentiamo parlare di “zone rosse”, che sembrano avere a che fare più con la prostituzione.

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