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Bruxelles che non si rassegna alla Brexit, Italia prigioniera del dirigismo Ue

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Ci sono frasi che cadono apparentemente nel vuoto del clamore mediatico, perché non ci riguardano da vicino o perché rientrano in un discorso troppo tecnico e che non solletica gli spiriti, ma che d’altra parte hanno un peso non da poco. Prendiamo questa: “Qualunque sia il risultato delle trattative, è importante per noi che in futuro non ci siano divergenze su norme, regole e standard tra il Nord e la Repubblica d’Irlanda”.

Ora mettiamo un po’ d’ordine tra gli elementi.
Si parla di Brexit e dell’isola irlandese: l’Ulster, la parte settentrionale, è britannica mentre il resto fa capo a Dublino e, tra le ipotesi ventilate, c’è quella per cui – una volta che il Regno Unito sarà effettivamente fuori dall’Unione europea – tra le due parti tornino i controlli al confine. Una conclusione piuttosto logica, qualora la Gran Bretagna decidesse di operare in questa direzione, eppure a rileggere il passaggio precedente si intuisce che, “qualunque sia il risultato delle trattative”, tra il Nord dell’Irlanda e il resto dell’isola le cose debbano andare diversamente, secondo quanto indicato dall’Unione europea, perché ad esprimersi in questo modo è stato Guy Verhofstadt, il leader del gruppo Alde che racchiude i presunti partiti liberali dell’Europarlamento (ne fece parte l’Italia dei valori di Di Pietro e ha provato a metterci piede il Movimento 5 Stelle, quindi i dubbi sulla sua natura liberale sono più che leciti) e che opera da coordinatore per conto dello stesso Europarlamento su Brexit.

Il punto nodale è questo: ai piani alti di Brussels non hanno mai accettato l’esito del referendum su Brexit e invece di soffermarsi anche solo per un attimo sui motivi per cui l’elettorato britannico abbia deciso di voltare le spalle, hanno accelerato sulle procedure di centralizzazione e dirigiste e ciò presuppone che il destino dei singoli stati membri debba essere deciso dall’alto e che nessuno di essi possa essere responsabile delle proprie decisioni.

Come vada a finire per il Regno è difficile prevederlo: il rischio che Brexit si riveli un boomerang va messo in conto, è una novità impronosticabile per tutti, britannici compresi. Ma di chi è figlia? Solo di una scelta avventata e partorita da una larga fetta di elettori analfabeti, razzisti e ignoranti come è stata dipinta la working class inglese nell’estate del 2016 o da altro?

Quattro anni fa, David Cameron ospitò nella residenza di campagna da primo ministro di sua maestà il collega olandese Mark Rutte. Entrambi sostenevano che l’Unione dovesse riformarsi anche per arginare l’ondata antieuropeista che stava montando incessante. Rutte credeva che una soluzione potesse essere trovata dando ai parlamenti nazionali più potere di veto alle direttive europee, comportando meno interferenze e diktat. Sappiamo com’è andata a finire: Jean-Claude Juncker nelle scorse settimane ha rilanciato il piano di un esercito comune e di un’unione bancaria da completare entro la fine dell’anno. “Qualunque sia il risultato delle trattative”, aggiungiamo noi.

Il wishful thinking dell’olandese Rutte non è mai decollato, ma d’altronde trent’anni fa, quando lo scenario attuale era ben lontano dal materializzarsi, non era stato preso in considerazione il suggerimento fornito da Margaret Thatcher nel famoso discorso tenuto al College of Europe di Bruges. Nel sostenere che lavorando assieme gli stati europei avrebbero raggiunto grandi obiettivi in termini di commercio, difesa e relazioni con il resto del mondo, la Thatcher aggiunse che “lavorare assieme non significa che il potere debba essere centralizzato a Brussels o che le decisioni debbano essere prese da una classe burocratica nominata”, paventando lo spettro dell’Urss, prossima allo smembramento dopo anni di potere dirigista: eppure, notava, c’è qualcuno nella Comunità europea che vuole percorrere proprio questa direzione.

A guadagnarci, da questo atteggiamento altezzoso degli apparati dell’Unione, è la combriccola di movimenti populisti e sovranisti che compaiono ovunque e che hanno contribuito a dettare la linea della campagna elettorale italiana. Il nostro paese è una contraddizione: sprovvisto di una classe politica che sappia confrontarsi con le sfide moderne e che va a caccia di voti con programmi che alimentano la bestia, ovvero la spesa pubblica, ha, così facendo, abdicato in favore del dirigismo europeista del quale purtroppo non possiamo fare a meno per provare – almeno un po’ – a tenere sotto controllo i conti statali tra una predica e l’altra, un richiamo e una minaccia.

L’ironia della sorte: essere euroscettici e però augurarsi di non finire abbandonati da Brussels. Ce lo siamo meritati Verhofstadt.