Dall’impronta del primo uomo sulla Luna al plotone di soldati che alza la bandiera a stelle strisce a Iwo Jima, dal telegrafo a internet, da Wall Street alla Silicon Valley, non c’è attività umana in cui gli Stati Uniti d’America non abbiano “scritto la storia” in questo quarto di millennio trascorso dalla dichiarazione d’indipendenza del 4 luglio 1776.
Ma sarebbe banale limitarsi a ricordare il contributo americano allo sviluppo dell’umanità in ogni campo – scientifico, economico, militare, culturale – così come l’altra faccia della medaglia, i momenti drammatici e le profonde contraddizioni che da sempre caratterizzano gli Stati Uniti. Dall’irrefrenabile forza vitale della conquista del West alla cancellazione della civiltà dei nativi, passando per una Guerra Civile, le tensioni razziali, Pearl Harbour, l’assassinio di Kennedy e l’attacco dell’11 Settembre.
L’ingrediente segreto
Più volte l’America è stata data se non per morta, almeno inesorabilmente avviata verso il declino. Alla fine degli anni ’70, era diffusa la percezione che stesse perdendo il confronto con l’Urss, ma sappiamo com’è andata a finire. Oggi si parla del sorpasso della Cina, che però viene sempre rinviato a domani.
C’è forse un ingrediente segreto nell’eccezionalismo Usa: un ingrediente che si chiama libertà e che i suoi nemici non avevano e non hanno. E che “non è mai a più di una generazione dall’estinzione”, ammoniva il presidente Ronald Reagan.
Il mondo cambia, le crisi non si presentano mai uguali a quelle del passato, gli avversari si succedono, esterni e interni, ma alcuni principi fondanti restano validi. Come ha detto il presidente Donald Trump nel suo discorso della vigilia al Monte Rushmore, “la libertà americana non è durata 250 anni solo grazie a delle parole su carta; la libertà ha prevalso qui grazie alla cultura e al carattere del popolo che l’ha dichiarata, difesa e preservata“.
Perché dal Vecchio Mondo arrivarono “i più fieri, fedeli e amanti della libertà”, i quali portando con sé valori e tradizioni che risalivano all’antica Roma, ad Atene, a Gerusalemme, “forgiarono un carattere unicamente americano“.
L’idea rivoluzionaria
Se quindi la grandezza americana si deve a uomini in carne ed ossa, allo stesso tempo non è esistito nella storia delle relazioni umane un pezzo di carta che abbia dato vita a regole di convivenza e istituzioni più corrispondenti all’idea e alla filosofia politica che in esso erano espresse.
Se quelle idee hanno potuto fiorire nella “Terra dei liberi” e trovare la loro realizzazione, è certamente perché i padri fondatori erano fedeli rappresentanti del carattere americano, ma anche per la natura empirica, l’attinenza alla realtà umana di quel testo, tra le più compiute espressioni dell’illuminismo anglosassone.
L’idea alla base della rivoluzione americana è che il governo debba rendere conto al popolo, che non abbia altra fonte di potere se non il popolo (“We the People”). Reagan la definiva “l’idea più nuova e singolare nell’intera, lunga storia delle relazioni umane”. Non esiste una ristretta élite intellettuale (o casta di chierici), in una capitale lontana, che possa pianificare le nostre vite meglio di quanto possiamo fare noi stessi.
L’eredità più preziosa sta nel riconoscere la natura umana per quella che è, in una costituzione che è una cassetta degli attrezzi – libertà individuale e separazione dei poteri – per governare e correggere l’imperfezione umana, mentre il cimitero della storia è pieno di idee finite in tragedia proprio per la presunzione di dar vita all’uomo nuovo, perfetto.
L’ultima frontiera
Ricordiamo uno degli aneddoti che citava Reagan. Sentendo il racconto di un esule cubano, due americani commentarono: “Quanto siamo fortunati a vivere in America”. Ma il cubano li fermò e disse: “Quanto siete fortunati voi? E io, che avevo un posto in cui fuggire”. In quella risposta c’è l’intera storia, osservò Reagan. “Se perdiamo la libertà qui, non c’è nessun altro posto in cui fuggire. Questa è l’ultima frontiera sulla Terra… l’ultima, migliore speranza dell’uomo sulla Terra”. Ricordiamocelo.
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