Cultura

I dogmi del globalismo e il falso liberalismo del WEF

Una concezione dogmatica e tecnicista del “mercato” porta a esiti dirigisti e illiberali quasi quanto quelli sovietici. Ue e globalismo lo dimostrano

5.4k 1

Uno dei principi più importanti, e peraltro dei meno discussi, della visione del mondo globalista è quello della necessità di rispettare l’autonomia del “libero mercato”, in particolare del mercato finanziario. Può essere interessante vedere, risalendo un poco indietro nella storia, come questo principio, di per sé nobilissimo, abbia subito nell’epoca globalista una trasformazione che lo ha reso “assoluto”, “dogmatico”.

Valori morali e politici

Tra 1500 e 1600, uno dei principali argomenti di dibattito e spesso di polemica tra i filosofi (quasi sempre legati alle rispettive appartenenze religiose) fu quello se, riguardo ai valori morali e giuridico-politici, gli esseri umani possedessero delle conoscenze innate immutabili o se invece acquisissero tali valori tramite l’esperienza dei rapporti sociali.

Il principale sostenitore della seconda tesi (“empirica”) fu il pensatore inglese John Locke (1632-1704), anglicano ma influenzato dalle sette riformate radicali. Per Locke i valori morali derivano dal continuo apprendimento tramite la ragione dei valori divini (forniti dalla Bibbia) e di quelli umani (forniti dall’esperienza).

E ciò tramite un processo di sviluppo ma anche di correzione di tali valori alla luce degli errori passati che si basa sul ruolo dei singoli individui e vede quello delle autorità pubbliche essenzialmente come uno strumento per garantire la libertà, religiose e politiche, dei cittadini e per impedire che tali libertà degenerino creando principi assoluti e provocando danni ai propri simili.

Quasi un secolo dopo, il filosofo morale scozzese Adam Smith (1723-1790) basò la sua concezione empirica dei valori sulla socialità degli essere umani e in particolare sul “senso morale” comune a tutti gli uomini, a sua volta fondato sul sentimento che chiamò di “simpatia” che lega ciascuno al suo prossimo, rendendolo capace, anche tramite la ragione, di “mettersi nei panni degli altri” e quindi di riconoscere le proprie ragioni e i propri torti.

L’economia politica

Nell’applicare questi principi morali alle attività produttive e commerciali, e alle regole sociali e politiche più adatte a disciplinarle, Smith finì com’è noto per fondare una nuova disciplina: l’economia politica.

E la basò sui principi empirici (eredità di Locke) che gli uomini scoprono e correggono ragionando in base all’esperienza, grazie al senso morale basato sulla “simpatia” reciproca, e sulla necessità di tenere sotto controllo le eccessive concentrazioni di potere e ricchezza, perché gli eccessi portano sempre alla violazione dei diritti altrui (altra eredità di Locke).

La “mano invisibile”

A questo fine Smith criticò l’intervento del potere sovrano mirato a favorire questa o quella attività al fine di accrescere la potenza statale, perché, secondo la sua esperienza unicamente l’attività economica basata sulle sole forze e capacità di chi la esercita garantisce quasi miracolosamente (come se fosse guidata da una “mano invisibile”) la libertà e il benessere dell’intera collettività.

Ovviamente per Smith la “mano invisibile” era solo un paragone che serviva ad illustrare il suo discorso, non un dogma: rimaneva aperta nel suo pensiero la possibilità che determinate attività potessero ed eventualmente dovessero essere svolte a spese pubbliche (Smith lo prevedeva espressamente per l’istruzione) quando ciò si fosse dimostrato empiricamente utile a tutelare e a promuovere l’indipendenza economica dei singoli.

Lo “spirito del capitalismo”

Commentando la nascita e il primo sviluppo dell’attività economica moderna, il sociologo tedesco Max Weber (1864-1920), riconoscendo il fatto che la stessa era basata su una mentalità empirica e individualista, ma anche su un forte senso di collaborazione sociale, tutti valori tipici delle sette riformate radicali, parlò com’è noto di “etica protestante e spirito del capitalismo”.

Al di là delle affiliazioni religiose, chi anche in epoca contemporanea ha sostenuto questi valori morali e sociali applicati all’attività produttiva e commerciale è sempre stato considerato un “liberale classico”.

La dittatura della “ragione”

Tra 1500 e 1600, era però prevalente la convinzione che l’uomo avesse delle idee innate ed immutabili riguardo ai valori morali e giuridici e che il compito di conoscerle e quindi di “dettarle” agli altri non fosse legato all’esperienza, ma alla pura e semplice ragione, e che inoltre tali idee non fossero modificabili perché in quanto razionali non potevano che essere “giuste”.

Tra coloro che sostennero queste tesi vi furono alcuni pensatori spagnoli, appartenenti all’ordine dei gesuiti, quali Francisco Suarez (1548-1617) e Luis de Molina (1535-1600), i quali, anche con l’intenzione di limitare i poteri in campo religioso e sociale della Corona spagnola (che era all’epoca al massimo della sua potenza) contribuirono ad elaborare la teoria secondo la quale tutti gli aspetti della vita umana sono regolabili dalla sola ragione (grazie alla quale si giunge anche a riconoscere la validità dei dogmi e delle regole cattoliche), mentre l’azione pubblica riferita ai rapporti sociali (compresi quelli inerenti all’attività produttiva) è in gran parte superflua se non dannosa dato che questi sono disciplinati appunto dalla ragione e, di fatto, dalle prescrizioni degli esperti che con la ragione hanno particolare dimestichezza.

Lo sviluppo della concezione razionalista della conoscenza morale e giuridica ha avuto nei secoli successivi esiti anticattolici e antireligiosi, come in molti philosophes francesi, su tutti Voltarie (1694-1778), ed è spesso servita di base per le tesi socialiste e marxiste in particolare, tutte basate sulla conoscibilità “scientifica” e non empiricamente criticabile delle leggi della storia e della società, che hanno finito per esaltare com’è noto il ruolo del potere pubblico.

Il dogmatismo neoliberale

A contrastare questo indirizzo statalista nel quale era sfociata la visione razionalista delle morale vi fu sempre il liberalismo classico. Nel corso del novecento si sono sviluppate però alcune linee di pensiero che da un punto di vista liberale, si sono opposte al dogmatismo statalista di tipo socialista in nome non della critica empirica, ma in nome degli stessi principi razionalisti, finendo per contrapporre ai dogmi degli altri dogmi.

Come esempio di queste concezioni, si pensi al filosofo americano Murray N. Rothbard (1926-1995) il quale definì sulle regole del capitalismo in base ad una concezione “innata” ed “immutabile” di queste ultime, e nel far questo, fece espresso riferimento al pensiero di Suarez.

Ma (esempio ancora più significativo) anche un pensatore più moderato e vicino al liberalismo classico come Friedrich A. von Hayek (1899-1992), uno dei maggiori esponenti della “scuola austriaca”, pur essendo ammiratore di Smith, sostenne, anch’egli facendo riferimento ai citati gesuiti spagnoli, che l’insieme delle attività economiche si evolve in base a leggi spontanee “naturali” e non empiricamente modificabili né criticabili, che i singoli e il potere pubblico rappresentativo devono in sostanza accettare.

La metafora usata da Hayek per descrivere un ordine “spontaneo”, quello della limatura di ferro attratta dai magneti, se applicata ai comportamenti umani può invero portare a conclusioni molto lontane da quelle di Smith riguardo ai rapporti individuali e sociali.

Queste concezioni, dette “neoliberali” del mercato, hanno paradossalmente trovato la loro piena affermazione dopo il crollo del comunismo sovietico e sono diventate (forse al di là delle intenzioni dei loro autori) delle verità assolute.

Eterogenesi dei fini

Anche in questo caso però, come accade quasi sempre quando i dogmi prendono il sopravvento, si è verificata una per molti versi drammatica eterogenesi dei fini. Innanzitutto, a furia di esaltare il ruolo “meccanico” e i valori “oggettivi” del mercato, ci si è quasi dimenticati della libertà di scelta individuale: gli esseri umani sarebbero attratti dai capitali finanziari, e quasi indotti a “migrare” dove si presentano le migliori opportunità economiche.

Quanto al ruolo del potere pubblico, da affidare sempre più a organi tecnici togliendolo a quelli politico-rappresentativi, esso dovrebbe ridursi a quello di vietare ogni deviazione dai principi assolutizzati del “mercato”. Tutto questo ha portato all’accumulo divieti su divieti, di regole su regole e alla creazione di sistemi di gestione delle politiche economiche tanto dirigisti quasi quanto quello sovietico.

L’Ue tecnocratica

Questo è vero soprattutto nell’Europa continentale, mentre i sistemi anglosassoni, rimasti legati, nonostante il successo delle nuove concezioni, alla visione empirica, hanno mantenuto al loro interno un ruolo importante per le scelte individuali e collettive (cioè politico-rappresentative) in materia economica e finanziaria.

In particolare, nell’ambito dell’Unione europea, buona parte delle attività economiche sono state considerate come pure applicazioni tecniche dei dogmi conosciuti da pochi esperti. Si pensi al ruolo assunto dalla Banca centrale europea, la quale, a differenza della Fed americana e della Banca d’Inghilterra che devono seguire le direttive dell’Esecutivo, è totalmente “irresponsabile” delle sue scelte di fronte ai rappresentanti degli elettori.

La crisi del 2008 e il pilota automatico

In seguito alla crisi economica del 2008, superata con spirito empirico negli Stati Uniti (dove pure aveva avuto origine), alcuni Paesi europei sono stati di fatto privati della sovranità finanziaria e le loro popolazioni sono state in sostanza private del potere di esprimersi in materia, e ciò per non andare contro le posizioni dei “mercati” finanziari.

Si pensi alla Grecia e a Cipro, ma non si dimentichi la frase dell’allora presidente della Bce Mario Draghi, secondo cui l’Italia avrebbe avuto bisogno del “pilota automatico”. Ne è seguita una decadenza economica e sociale che in molti Paesi europei, compreso purtroppo per molti versi il nostro, sembra essere diventata cronica.

Il ruolo del potere pubblico

In tutto ciò il ruolo del potere pubblico, quel potere pubblico che, se usato come mezzo per limitare e contrastare l’accumulo di potere economico in capo a privati certo Smith non disprezzava, rimane decisivo: gli stessi mercati finanziari diventano “onnipotenti” e incontrollabili solo se il potere pubblico non ne limita le pretese.

Nel 1842 otto Stati americani fecero default. Il Congresso Usa si rifiutò di ripianare tali debiti con i fondi federali, al che il finanziere James M. de Rothschild (1792-1868), in rappresentanza dei grandi investitori, affermò che gli Stati Uniti non avrebbero più ricevuto in prestito nemmeno un dollaro. Le cose non andarono così e i grandi finanzieri impararono a gestire meglio i rischi legati al “debito sovrano”.

I dogmi di Davos

In questi giorni si è svolto l’incontro annuale di Davos del World Economic Forum, che da sempre è stato considerato il luogo dove le verità immutabili e immodificabili della economia “liberale” vengono enunciate.

Con tutto il rispetto per la preparazione tecnica dei partecipanti, c’è da augurarsi che le loro tesi inizino ad essere viste come opinioni (importanti, ma pur sempre opinioni), e che lo stesso “mercato” sia considerato per quello che è, un insieme di attività umane, imperfette e fallibili, e che come tutte le realtà sociali a volte richiede l’intervento dei pubblici poteri, non come una struttura astratta e onnipotente che strumentalizza le decisioni dei cittadini e dei governi ai propri dogmi.

Lo sviluppo in Occidente della democrazia, delle libertà individuali e del benessere economico diffuso sono il frutto della “simpatia” sociale teorizzata da Smith e basata empiricamente sui principi della limitazione del potere, non solo politico, ma anche economico.

Di qui la necessità di criticare, con tutto il rispetto, anche le concezioni “liberali” quando esse diventano eccessivamente dogmatiche e finiscono per ledere proprio quei valori che affermano di voler proteggere.