Roma, fine VI secolo a.C. Dopo due secoli di monarchia, la città è attraversata da tensioni crescenti. I Tarquini, ultima dinastia regia, esercitano il potere con crescente arbitrarietà. Tarquinio il Superbo, l’ultimo re, governa senza consultare il Senato, ignora le consuetudini civiche e impone decisioni unilaterali. Il malcontento si accumula. Quando il figlio del re, Sesto Tarquinio, violenta Lucrezia, una nobile romana, il fatto scatena la rivolta. Non è solo l’indignazione morale: è la reazione a un potere che ha perso ogni freno.
La nascita della Repubblica
Tito Livio, scrivendo sette secoli dopo, sotto Augusto, raccoglie e trasforma questi eventi nel racconto fondativo della libertà romana. Nella sua opera monumentale Ab urbe condita, narra la cacciata dei re e la nascita della Repubblica non come semplice cronaca, ma come lezione morale e politica: i popoli tollerano il potere finché esso rispetta i limiti.
Quando li viola, nasce il dovere della resistenza. A tal proposito, ha annotato: “Liberi iam hinc populi Romani res pace belloque gestas” (“Da questo momento in poi, il popolo romano, ormai libero, compì imprese in pace e in guerra”).
Storico sobrio e privo di spirito retorico, Livio scrive in un’epoca in cui la libertà repubblicana è ormai tramontata. La sua è una narrazione civile più che militare, e mira a mostrare, attraverso gli esempi del passato, il valore della responsabilità individuale, della moderazione del potere, del rispetto delle leggi. Egli guarda al passato per ammonire i lettori del presente. E lo fa senza cinismo, ma con la fiducia che la storia possa ancora ispirare.
Condivisione del potere
Ad esempio, quando Bruto caccia Tarquinio e proclama la fine della monarchia, nasce un sistema imperfetto ma fondato su un principio decisivo: nessuno comanda da solo. I Consoli durano un anno, i poteri si bilanciano, il Senato consiglia, i Comizi decidono. La nuova res publica è fragile ma più equa. Essa non si affida a una guida carismatica, ma a un sistema di equilibri che previene l’abuso. Come ricorda Tito Livio:
“Duo consules inde comitiis centuriatis a praefecto urbis ex commentariis Ser. Tulli creati sunt, L. Iunius Brutus et L. Tarquinius Collatinus” (“Furono allora eletti due consoli nei comizi centuriati, dal prefetto della città, secondo le disposizioni di Servio Tullio: Lucio Giunio Bruto e Lucio Tarquinio Collatino“): due uomini, non uno solo, a guidare lo Stato, secondo un principio di alternanza e condivisione del potere che segna l’inizio della libertà repubblicana.
I Tarquini di oggi
Nell’epoca che stiamo vivendo, i Tarquini non impongono tributi ai popoli conquistati, ma regolano minuziosamente la vita dei cittadini che fingono di servire. Sono gli stessi che, con decreto, decidono che una casa costruita trent’anni fa non è più degna di esistere senza cappotto termico, che un proprietario non può affittare liberamente il proprio immobile in centro storico, che un abuso edilizio veniale si può sanare solo se si accetta un “listino” deciso a Roma.
È avvenuto così che nel 2024 il Parlamento europeo ha approvato la direttiva “Case Green”, imponendo agli Stati membri di migliorare l’efficienza energetica degli edifici. In Italia, ciò si traduce nell’obbligo di ristrutturare circa 1,8 milioni di edifici residenziali classificati nella classe energetica G, la più bassa.
Si tratta di interventi che, sebbene possano sembrare finalizzati alla sostenibilità, rappresentano comunque un onere significativo per i proprietari, che si trovano costretti a effettuare lavori costosi per adeguarsi alle nuove normative. Molti edifici, soprattutto nei centri storici o nelle aree interne, non potranno però essere facilmente adeguati, per ragioni sia tecniche che economiche. Il rischio concreto e ineludibile è che interi patrimoni familiari diventino invendibili o, peggio, inutilizzabili.
A ben vedere, non si tratta solo di una questione ambientale, ma di una profonda alterazione dei diritti fondamentali legati all’abitare, al risparmio e alla trasmissione intergenerazionale dei beni. Il principio per cui chi acquista una casa ne diventa pienamente titolare viene scardinato da un sistema che impone continui adeguamenti, requisiti e spese obbligatorie, svuotando la proprietà di ogni contenuto sostanziale.
Le direttive non sono più strumenti di indirizzo, ma dispositivi che impongono un modello unico di vita domestica, trasformando il cittadino in un esecutore di politiche decise altrove.
In un tempo remoto, quando Roma era minacciata da forze esterne e interne, la salvezza della res publica fu affidata non a un tecnocrate, ma a un cittadino che coltivava la propria terra con le proprie mani. Come evidenzia ancora Tito Livio: “Spes unica imperii populi Romani, L. Quinctius trans Tiberim, contra eum ipsum locum ubi nunc naualia sunt, quattuor iugerum colebat agrum, quae prata Quinctia vocantur” (“Lucio Quinzio, unica speranza del potere del popolo romano, coltivava quattro iugeri di terra al di là del Tevere, proprio di fronte al luogo dove ora si trovano gli arsenali, in quelli che sono chiamati i Prata Quinctia“).
Questa immagine di sobrietà e responsabilità personale contrasta fortemente con l’odierna condizione del cittadino, che da soggetto attivo della vita pubblica rischia di diventare un semplice esecutore di vincoli imposti dall’alto.
A Milano, Firenze, Bologna e in altre città, poi, sindaci e consigli comunali hanno varato divieti totali o parziali sugli affitti brevi, privando famiglie e piccoli investitori della facoltà di disporre delle proprie seconde case. A Roma in particolare si è perfino ipotizzato un numero chiuso per locare, come se l’ospitalità privata fosse un bene da razionare, e non un diritto.
Non si tratta di episodi isolati, ma di segnali convergenti: chi possiede deve giustificarsi, chi decide è l’autorità, chi subisce non può rifiutarsi. Il potere si è fatto invasivo, procedurale, paternalista: non ordina, ma obbliga per il tuo bene.
È la nuova maschera della superbia regia liviana: non più un sovrano con scettro e porpora, ma un apparato che si legittima con formule di efficienza, decoro, giustizia ambientale. Infatti, come ammonisce il già citato intellettuale augusteo: “Ea natura multitudinis est: aut servit humiliter aut superbe dominatur; libertatem, quae media est, nec suscipere modice nec habere sciunt” (“Tale è la natura della moltitudine: o serve umilmente o domina con arroganza; la libertà, che sta nel mezzo, non sa né accoglierla con misura né conservarla”).
Saper dire “no”
In tal modo, Livio ci ricorda che la libertà si spegne quando si perde il diritto di dire no. Quando non si può vendere un bene senza autorizzazione, affittarlo senza permesso, sanarlo senza tariffa imposta, ristrutturarlo senza progetto approvato da Roma o Bruxelles, allora non si è più cittadini ma sudditi. E lo si è con il consenso di leggi scritte per proteggere, ma usate per dominare.
La grandezza della res publica romana, come può apparire evidente, fu nel saper dire: basta. Al contrario, il nostro tempo sembra incapace di reagire. Aspetta, si adatta, giustifica, spera che l’onda passi. Ma come il grande storico romano ci ha insegnato, il potere che non trova argini, non si ferma: avanza, fino al punto che “Per dolum ac proditionem prope libertas amissa est” (“Per l’inganno e il tradimento la libertà fu quasi perduta”).
È questa la lezione che Tito Livio ci consegna attraverso i secoli: la libertà non è un dato acquisito, ma una conquista da difendere ogni giorno. Quando le istituzioni si trasformano in strumenti di controllo, quando le leggi diventano imposizioni e non garanzie, quando il cittadino è ridotto a suddito, allora è tempo di ricordare che la res publica nasce dalla ribellione contro l’arbitrio. E che, come allora, anche oggi il diritto di resistere è il primo dovere di chi vuole restare libero.
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Cicerone accusa Catilina (Cesare Maccari, public domain)


