C’è un filo invisibile ma teso che lega il destino di Melibeo e Meris, pastori cantati da Virgilio più di duemila anni fa, a quello dei piccoli proprietari di casa del nostro tempo. Nel I secolo avanti Cristo come nel XXI dopo Cristo, la proprietà è stata e resta l’obiettivo privilegiato del potere, il bersaglio naturale di ogni progetto autoritario travestito da giustizia, progresso o emergenza.
La denuncia delle Bucoliche
Le Bucoliche non sono un semplice esercizio di evasione agreste: dietro la maschera di un mondo pastorale e sereno si cela una denuncia civile, sottile ma potente, contro l’ingiustizia di chi strappa la terra dalle mani di chi l’ha lavorata. Nella prima egloga, Melibeo è costretto ad abbandonare i suoi campi: “Nos patriae fines et dulcia linquimus arva” (“noi lasciamo la patria e i dolci campi”). Una confessione struggente, che racconta la violenza silenziosa degli espropri, della cacciata legalizzata, della sopraffazione istituzionalizzata.
E se allora la scusa era il premio ai veterani delle guerre civili, oggi si usano formule nuove: rigenerazione urbana, lotta alle disuguaglianze, emergenza abitativa, transizione verde. Cambiano le etichette, non il principio: togliere a chi ha, non per giustizia ma per esercizio di potere, in nome di un bene superiore sempre definito dall’autorità stessa.
Succede ogni volta che si invoca la requisizione delle case sfitte, si prorogano moratorie sugli sfratti o si propone una patrimoniale “solidale”. Avviene quando l’inquilino moroso resta impunito per anni, il proprietario non può rientrare in possesso del proprio immobile occupato abusivamente, e la legge finisce per tutelare l’irregolare, colpevolizzando chi ha ereditato o investito legittimamente. In nome dell’eguaglianza si calpesta la giustizia; in nome del diritto all’abitare si nega il diritto a disporre di ciò che si possiede.
La IX egloga è in questo ancora più cupa. Qui è Meris a parlare, costretto ad abbandonare le terre del suo padrone Menalca, che ha rischiato la vita pur di salvarle: “Omnia fert aetas, animum quoque: saepe ego longos / cantando puerum memini me condere soles”. (“Il tempo porta via ogni cosa, anche l’animo: spesso ricordo di aver trascorso lunghe giornate, cantando, da ragazzo”). La poesia, l’arte, la cultura non bastano a difendere la proprietà: serve la forza del diritto, che però spesso tace o si ritira.
La solitudine del proprietario
Anche oggi, il proprietario viene lasciato solo. Lo Stato, che dovrebbe proteggerlo, si fa spesso alleato dell’occupante. Chi denuncia l’abuso viene accusato di insensibilità sociale. Eppure, è proprio nella difesa del diritto di ciascuno, anche del più impopolare, che si misura la civiltà di una società. La proprietà non è un fatto secondario: è la premessa della libertà, la condizione perché ognuno possa vivere senza dipendere dalla benevolenza dell’autorità.
Il dramma dei pastori virgiliani non è solo agricolo, ma universale. Rappresenta la solitudine del proprietario in tempi di potere invadente, la sua impotenza di fronte a uno Stato che si erge a redistributore e giudice morale, dimenticando che senza proprietà non esiste libertà. Chi non può disporre di ciò che gli appartiene, chi vive col timore che la sua casa diventi “bene comune”, è un cittadino dimezzato.
La proprietà non è un privilegio, ma la base dell’autonomia personale. È ciò che permette di resistere al ricatto politico, di costruire, di trasmettere, di dire no. È uno scudo contro l’arbitrio, un baluardo di indipendenza che infastidisce i pianificatori, i centralisti, i cultori della cosiddetta “giustizia sociale”. Per questo viene colpita, oggi come ieri, da chi teme l’indipendenza. E per questo va difesa, non solo con le leggi, ma con un rinnovato spirito di giustizia, capace di vedere nel proprietario non un colpevole da espiare, ma un individuo da rispettare.
Disarmo morale
Virgilio lo sapeva. Dietro le sue pecore e le sue zampogne, tra le ombre dei boschi e le siepi in fiore, non cantava solo l’idillio rurale, ma denunciava un ordine politico che calpesta i diritti individuali in nome della stabilità collettiva. Le sue egloghe non sono solo rifugio estetico, ma anche atto politico. Ecco perché ancora oggi parlano a noi, più di quanto immaginiamo.
Sta a noi ascoltarle. Ricordare che il Melibeo cacciato, il Meris ridotto al silenzio, la casa espropriata nell’indifferenza generale sono ferite aperte nella civiltà liberale. Perché senza proprietà non c’è libertà. Senza libertà, non c’è dignità. E senza dignità, qualunque giustizia proclamata è solo una maschera del potere.
La proprietà, del resto, non è solo un diritto materiale: è la prima espressione concreta della libertà individuale. Chi possiede qualcosa che può chiamare “suo” ha un punto fermo da cui opporsi al potere arbitrario, ha radici, ha voce. La cultura della confisca mascherata, dell’“uso sociale” obbligato, dell’ideologia del sospetto verso chi ha un bene, mira a disarmare moralmente il cittadino. Perché un individuo senza proprietà è più docile, più ricattabile, più disponibile a piegarsi.
Difendere la casa, la terra, il frutto di un investimento o di un’eredità non è egoismo, è difesa della libertà contro l’invadenza della politica. Ecco perché le Bucoliche, lette con occhi liberali, sono più che versi campestri: sono un monito eterno a non accettare mai che il potere decida chi può restare e chi deve andare.
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra
Virgilio, Bucoliche (pubblico dominio)


