Cultura

L’odio di sé nel mondo ebraico

Per ideologia o per opportunismo, anche intellettuali ebrei, per non essere emarginati, si uniformano ad una sinistra che ha fatto dell'odio verso Israele una vera e propria religione

brigata ebraica (immagine realizzata con l'intelligenza artificiale)
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Nonostante amino dipingersi come vittime di presunte lobby, i propal riescono a veicolare sui media mainstream discorsi d’odio e fake news che fino a pochi anni fa avrebbero fatto gridare allo scandalo: come Enzo Iacchetti che, ospite di Bianca Berlinguer a È sempre Cartabianca, ha detto: “Io mi sento un terrorista di Hamas, insieme a milioni di ragazzi e adulti che protestano per la Palestina”.

Idem per una recente puntata di Otto e mezzo, dove il giornalista Alessandro De Angelis ha detto che Israele starebbe “riproponendo il suo incubo storico dalla parte dell’aguzzino”, in sostanza paragonando gli ebrei ai nazisti.

Mentre il rettore dell’Università per Stranieri di Siena Tomaso Montanari ha sostenuto la bufala secondo cui Israele addestrerebbe i cani per stuprare i palestinesi, quando esperti di unità cinofile hanno spiegato quanto sia improbabile riuscire a fare una cosa simile.

Gad Lerner

Talvolta a questa tendenza si uniformano, per ideologia o per opportunismo, anche intellettuali ebrei come Gad Lerner e Roberto Saviano, per non essere emarginati da una sinistra che ha fatto dell’odio verso Israele una vera e propria religione.

Dopo che due membri dell’ANPI sono stati aggrediti a Roma dal giovane Eitan Bondì, in un’intervista a Radio Popolare Lerner ha detto che “questo fanatismo è stato allevato anche da portavoce istituzionali importanti all’interno delle comunità ebraiche italiane, che hanno voluto trasformare, quasi militarizzando, i ragazzi in un’appendice dello Stato d’Israele”. Una tesi smentita dai fatti, dal momento che l’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) e le comunità ebraiche di Roma e Milano hanno subito condannato il gesto.

Qui salta all’occhio anche un paradosso: la stessa sinistra che dopo i recenti fatti di Modena si è affrettata a dipingere Salim El Koudri come un pazzo isolato, nel caso in cui invece l’aggressore era ebreo ha criminalizzato un’intera comunità. Accusa la destra di fare sciacallaggio quando l’attentatore è musulmano, salvo poi agire esattamente nello stesso modo se invece è ebreo.

Nell’intervista a Radio Popolare, Lerner ha anche minimizzato il ruolo della Brigata Ebraica, da lui definita “un episodio molto isolato e marginale della storia dell’antifascismo ebraico in Italia”. Ciò mettendo in secondo piano il fatto che a Piangipane (frazione di Ravenna) vi è un cimitero militare dove sono sepolti 956 soldati delle truppe alleate che combatterono in Italia, dei quali 33 erano volontari della Brigata Ebraica.

Comunità ebraiche nel mirino

Dopo il 25 aprile, si è inserito nello stesso solco anche un comunicato delle associazioni “Mai Indifferenti – voci ebraiche per la pace” e “LEA – Laboratorio Ebraico Antirazzista”, le quali hanno denunciato una presunta “fascistizzazione all’interno delle Comunità”. Né loro né Lerner hanno riportato dati o statistiche che confermassero certe tesi.

Da notare il fatto che queste associazioni si rifanno spesso ai dettami dell’ideologia woke: un attivista di LEA, Bruno Montesano, in un articolo del dicembre 2025 apparso su Il Manifesto è riuscito ad accusare Israele di apartheid e subito dopo a ricordare che nel Parlamento israeliano sono presenti anche deputati arabi come Ayman Odeh (nel Sudafrica dell’apartheid, i neri non potevano votare o essere eletti in parlamento, al contrario degli arabi con la cittadinanza israeliana).

Sia le parole delle associazioni sopra citate che quelle di Lerner riflettono la narrazione di una sinistra convinta che l’estremismo, l’intolleranza e la radicalizzazione sono problemi che riguarderebbero sempre e solo chi sta dall’altra parte, e mai sé stessa.

L’ebreo che odia sé stesso

In passato, alcuni pensatori come il filosofo inglese Roger Scruton hanno adottato il termine “oicofobia” per identificare l’odio delle proprie origini, assai radicato nelle società occidentali che troppo spesso si autodenigrano per i sensi di colpa dovuti al colonialismo.

Nel mondo ebraico vi sono senza dubbio dei casi di oicofobia, che talvolta si esprimono nella figura del “ebreo che odia sé stesso”. Un’espressione coniata dal filosofo tedesco Theodor Lessing nel suo libro del 1930 L’odio di sé ebraico.

Chi rientra in questa categoria è senza dubbio il giornalista Massimo Fini: pur essendo figlio di madre ebrea, in un articolo apparso sul suo blog (e poi ripreso in maniera edulcorata su Il Fatto Quotidiano) ha scritto che “è da quando esistono, cioè dalla notte dei tempi, che i giudei provocano scompigli e, all’occorrenza, compiono omicidi senza che ci sia nei loro confronti alcuna condanna morale”, e che “nel Dna degli ebrei c’è anche la vendetta di cui Israele sta dando oggi ampia dimostrazione”.

Questa non è la prima volta che Fini esterna posizioni simili: nel dicembre 2025, ha dichiarato che non si sarebbe unito al cordoglio per le vittime dell’attentato terroristico avvenuto a Bondi Beach, in Australia, giustificandosi dicendo che Israele avrebbe fatto di peggio a Gaza.

L’attore che rinnega sé stesso

Potrebbe rientrare in questa definizione anche l’attore teatrale Moni Ovadia, noto per le sue posizioni ferocemente antisraeliane. Durante un incontro nel gennaio 2025 presso la sede della Provincia di Massa-Carrara, Ovadia ha detto in riferimento al 7 Ottobre che “l’azione di Hamas è legittima”. Più di recente, durante un evento a Roma, ha definito “una truffa” l’idea di due popoli e due Stati, invitando a “sputare in faccia” a coloro che la sostengono.

In alcuni casi, Ovadia ha ripudiato le sue stesse origini. Collegatosi da remoto per un evento organizzato a Torino a gennaio dagli storici Alessandro Barbero e Angelo D’Orsi, ha difeso la tesi di Barbero secondo la quale non sarebbe mai esistito un Regno d’Israele nell’antichità. Ha rincarato la dose citando le tesi dello storico israeliano Shlomo Sand (formatosi in partiti di estrema sinistra), secondo cui lo stesso popolo ebraico sarebbe un’invenzione, e gli ebrei di oggi non sarebbero i veri discendenti di quelli che vivevano in terra d’Israele nell’epoca biblica.

Quello che Ovadia ignora, è che la tesi della “invenzione del popolo ebraico” venne smentita già nel 1997, quando uno studio condotto da genetisti dell’Università dell’Arizona e uscito sulla rivista Nature dimostrò l’esistenza di una radice biologica comune tra gli ebrei ashkenaziti (originari della Germania e dell’Europa dell’est) e sefarditi (discendenti di quelli espulsi dalla Spagna verso la fine del ‘400).

Ovadia è stato anche accusato di plagio per i suoi lavori. Nel luglio 2025, lo studioso di ermeneutica ebraica Haim Baharier ha raccontato in un’intervistata al quotidiano Il Riformista: “Questo ladro di galline (Ovadia, ndr) ha pubblicato a suo nome, senza vergogna, un libro Vai A Te costituito dalle registrazioni delle mie lezioni. Ha costruito una misera carriera da intrattenitore con contenuti della cultura yiddish, spettacolarizzando la Shoah in sintonia con il mainstream della pseudo memoria, ben lontano dalla concezione profonda del popolo di Israele”.

Una storia che viene da lontano

In ogni epoca, è sempre esistita una piccola quota di ebrei che tradivano il loro popolo per convinzione o per opportunismo. Già ai tempi in cui l’Impero Romano governava la Giudea, uno dei principali cronisti delle guerre giudaiche fu lo storico ebreo Giuseppe Flavio: questi inizialmente fu tra i comandanti delle rivolte, salvo poi arrendersi ai romani e passare dalla loro parte.

Nel Medioevo, ci furono anche casi di ebrei che si convertirono al cristianesimo per poi farsi portavoce della propaganda antigiudaica dell’epoca. Si va dal parigino Nicholas Donin, che nel 1240 convinse il Re di Francia Luigi IX a bruciare i testi del Talmud (uno dei più importanti testi sacri della tradizione ebraica), allo spagnolo Pablo Christiani, un frate domenicano che un ventennio dopo Donin cercò di teorizzare la conversione forzata degli ebrei.

Non sono mancati i traditori neanche durante la Shoah: oltre ai kapò nei campi di concentramento, ci furono anche alcuni casi di delatori che vendettero i loro correligionari ai nazisti per denaro. Nella comunità ebraica romana, è rimasto impresso il ricordo di Celeste Di Porto, soprannominata la “pantera nera” del ghetto capitolino in quanto, tramite un milite fascista del quale era l’amante, dopo l’8 settembre 1943 sfuggì alla deportazione denunciando altri ebrei romani.

Ovadia, Fini e altri come loro credono che attaccare la loro stessa gente, prestandosi a fare le foglie di fico per antisemiti e propal, conferisca loro un’immagine da “ribelli” o da “bastian contrari”. In realtà, visti i precedenti, alla fine l’unica cosa che gli resterà addosso sarà la damnatio memoriae.

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