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Dal caos primarie in Iowa alla crisi di nervi della Pelosi: Democratici Usa allo sbando

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Già si sapeva che il Partito democratico americano non versa in buone condizioni. Manca – almeno finora – una figura carismatica in grado di riunire intorno a sé le varie anime del partito, del resto più impegnate a combattersi l’un l’altra che a fornire un’immagine (e un programma) in grado di convincere un elettorato quanto mai incerto e confuso.

È caduto nel vuoto l’appello dell’ex presidente Barack Obama a smorzare i toni del dibattito interno e, soprattutto, a non “spaventare” gli elettori moderati i quali, a quanto pare, restano pur sempre in maggioranza. Era, quello di Obama, un invito ragionevole a prendersi cura degli elettori che, per usare la terminologia italiana, si possono definire “centristi”.

Il problema, tuttavia, è proprio questo. Gli sviluppi della campagna per le primarie inducono infatti a chiedersi se il centro democratico esista ancora, e la risposta è tutt’altro che scontata.

La figura di riferimento di quest’area è Joe Biden, politico di lungo corso e già vicepresidente con Obama. Biden, che usa toni soft e si sforza sempre di non andare sopra le righe, ha preso una sonora sberla nelle primarie dell’Iowa. Continua inoltre a essere fragile nei sondaggi ed è pure indebolito a causa del ruolo del figlio Hunter nello scandalo Ucrainagate. E debole appare pure la possibile candidatura di John Kerry, anch’egli nello staff di Obama come segretario di Stato.

A questo punto il candidato moderato di maggior successo è il giovane (38 anni) Peter Buttigieg, ex sindaco di South Bend nell’Indiana. Abile nei dibattiti e con un programma progressista moderato, Buttigieg è tuttavia relativamente poco conosciuto sul piano nazionale. Inoltre la sua giovane età, e la connessa mancanza di esperienza, possono nuocergli.

In realtà è stata la sinistra del Partito democratico a prevalere sino a questo punto. Bernie Sanders, che nelle precedenti primarie aveva conteso sino alla fine la nomination a Hillary Clinton, proclama apertamente di essere socialista e tale caratterizzazione, negli Usa, è un problema. È noto infatti che tantissimi americani vengono colti dal mal di pancia appena sentono il termine “socialismo”. La vittoria finale di Sanders, insomma, appare difficile, nonostante gli venga riconosciuta l’onestà personale e goda di un certo supporto giovanile.

Né miglior sorte tocca a Elizabeth Warren che ha fatto di tutto per accreditarsi come una “pasionaria” che sostiene posizioni estreme in ambito politico e sociale. Atti come quello di Nancy Pelosi (molto vicina alla Warren), e cioè strappare il discorso presidenziale mentre Trump parlava sullo stato dell’Unione, certamente attirano consensi a sinistra, ma rischiano pure di allontanare ancor più l’elettorato centrista come Obama aveva paventato.

Può darsi, giunti a questo punto, che il tycoon democratico (ma ex repubblicano) Michael Bloomberg, che ha scelto di entrare in gioco solo in marzo, riesca a conquistare spazio autoproclamandosi rappresentante legittimo dei democratici moderati. Anche questa, tuttavia, è un’incognita, poiché Bloomberg non ha finora chiarito sul serio quale sarebbe la sua politica in caso di vittoria.

Siamo insomma in presenza di un partito allo sbando, il che favorisce parecchio la corsa alla rielezione di Donald Trump, abilissimo a sfruttare puntualmente le debolezze degli avversari. E non ha mancato, The Donald, di irridere subito i democratici per il disastro tecnologico-informatico nel caucus dell’Iowa, chiedendo ironicamente se anche questa volta i Democratici intendano spiegare tutto con l’intervento degli hacker di Putin.

Dunque si può prevedere che Trump, nonostante la procedura di impeachment, abbia buone probabilità di ottenere il secondo mandato. È riuscito nell’impresa di ricompattare attorno a sé il Partito repubblicano, il cui establishment ha continuato a contestarlo sino a tempi recenti. E gioca a suo favore anche il buon andamento dell’economia Usa che è in crescita. Ancora una volta si dimostra che, per vincere, non basta essere “contro qualcuno” e, dei Democratici, l’opinione pubblica ha percepito proprio questo: il loro essere anti-trumpiani e basta. Si tratta di una lezione sulla quale anche molti politici italiani dovrebbero riflettere.