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Fine emergenza mai: il modello britannico contro i professionisti del paternalismo statale

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La pandemia da China virus ha marcato ulteriormente il divario tra i Paesi ispirati da una forte convinzione per la libertà – Regno Unito – e quelli più affezionati all’intervento statale, anche limitando i diritti fondamentali dell’individuo – Italia e buona parte dei Paesi dell’Europa continentale. 

Se da una parte Boris Johnson ha annunciato il “liberi tutti” già dal 19 luglio, eliminando anche l’obbligo del distanziamento sociale e dell’uso delle mascherine al chiuso, in Italia la corsa al super Green Pass, il ritorno alle zone colorate e la comunicazione mainstream ansiogena, sono l’esempio pratico del genus paternalismo statale, del “fine emergenza mai”. 

Lo stesso ministro della salute, Roberto Speranza, ha parlato di “giorni non semplici. Come è evidente, siamo ancora dentro il pieno di una pandemia che vede numeri crescenti in tutti i Paesi europei”. Si badi bene: nessuno mette in discussione l’esistenza del China virus e la situazione di emergenza sanitaria in molti Paesi europei – soprattutto gli Stati del Gruppo di Visegrad e dell’est Europa, con una bassissima percentuale di vaccinati – ma un approccio più ottimista, rassicurante, confortante sarebbe ragionevole, anche in virtù del drastico miglioramento epidemiologico rispetto agli stessi mesi dello scorso anno.

Dodici mesi fa, infatti, la metà delle regioni italiane si trovava in zona rossa e solamente tre presentavano numeri da zona gialla. Oggi, lo scenario è completamente opposto: tutta Italia in bianco, fatta eccezione il giallo del Friuli-Venezia Giulia e Alto Adige.

Non solo. Due delle voci più autorevoli di questi due anni di pandemia, Vaia (direttore dello Spallanzani) e Crisanti, hanno spiegato che se la variante Omicron fosse solamente più contagiosa, allora saremmo dinanzi alla tipica fase finale di una pandemia: tante varianti, ma tutte con bassissima letalità.

Insomma, un approccio sul modello britannico, con un ritorno alla normalità grazie all’importantissimo apporto dei vaccini, senza restrizioni ed informazioni apocalittiche, sarebbe decisamente praticabile e auspicabile.

Secondo le statistiche riportate dal sito ufficiale del governo britannico, il numero dei morti è in calo da inizio novembre, con un meno 3 per cento nell’ultima settimana; la percentuale di ricoverati è in netta diminuzione da fine ottobre, e le somministrazioni delle terze dosi vanno a gonfie vele, con oltre 19 milioni di persone coperte – 12 milioni in più rispetto all’Italia. 

Da ciò, possono discendere almeno due considerazioni. La prima: l’uso del Green Pass è veramente efficace ai fini del contenimento del virus? I dati d’oltre Manica ci dicono di no. Anzi, in Italia stiamo assistendo ad un aumento dei contagi proprio a partire dalla metà del mese di ottobre, periodo in cui venne posto l’obbligo della certificazione verde per lavorare. 

Oltre al danno, la beffa: nella prima settimana di obbligo del lasciapassare, non si è verificata neanche la sperata corsa alle prime dosi da parte dei più scettici. I dati dell’elaborazione Lab 24 sui dati del commissario straordinario all’emergenza mostrano come si sia verificata una flessione del 21 per cento tra il 14 e il 21 ottobre, con picchi del -26 per cento nella fascia d’età 40-49.

La seconda: la “ghettizzazione” dei no-vax, esposti alla duplice condanna di essere anti-scientifici e untori, si sta rivelando funzionale? Anche in questo caso, la risposta è negativa. Se confrontiamo i numeri dei cittadini britannici vaccinati a ciclo completo con quelli italiani, notiamo che i dati sono perfettamente sovrapponibili: 46,4 milioni contro 45,7.

La differenza fondamentale è che, da una parte, si è proceduto con una campagna di persuasione e trasparenza, promuovendo i grandissimi benefici del vaccino, ma riportando anche tutti gli eventuali rischi collegati alla somministrazione. Dall’altra, invece, si è deciso di seguire la strada della restrizione, dell’ossessione, della paranoia; consegnando in mano al governo il potere di decidere, sulla base di un trattamento sanitario, quali italiani possano o meno partecipare alla vita sociale.

L’economista Milton Friedman, premio Nobel nel 1976, ricordava che “nulla è permanente come una misura statale temporanea”. La volontà di gran parte dell’arco politico di seguire un approccio restrittivo delle libertà dei cittadini, rafforzata anche dall’ipotesi di voler prolungare lo stato di emergenza oltre i 24 mesi, termine temporale massimo stabilito dalla legge, conferma il monito dell’economista. Il rischio che la politica non abbandoni più questi poteri straordinari si fa sempre più concreto.