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Il cortocircuito nei partiti di centrodestra: leader atlantisti, base filo-russa

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I leader politici sono uniti, almeno a parole, sulla condanna dell’invasione russa dell’Ucraina. “L’attacco su larga scala della Russia contro l’Ucraina è semplicemente inaccettabile. La comunità internazionale deve rispondere compatta a difesa del diritto internazionale”, secondo Giorgia Meloni. Le Camere “si riuniscano per votare la condanna senza ambiguità della Russia di Putin”, dice Enrico Letta. “La Lega condanna con fermezza ogni aggressione militare, l’auspicio è l’immediato stop alle violenze. Sostegno a Draghi per una risposta comune degli alleati”, risponde Matteo Salvini. Sollecitato ulteriormente, perché non aveva menzionato la Russia, ha specificato successivamente: “La Russia sgancia missili, ha torto”. “L’operazione militare russa è una gravissima e ingiustificata aggressione, non provocata, ai danni dell’Ucraina, che l’Italia condanna con fermezza. Una violazione del diritto internazionale. L’Italia è al fianco del popolo ucraino, insieme ai partner Ue e atlantici”, dichiara Luigi di Maio, ministro degli esteri ed ex leader M5S.

Tutti d’accordo? Fra di loro sì, i leader dei partiti e gli esponenti del governo sono d’accordo, ma non tutti sono in sintonia con i rispettivi elettori. Il problema diventa particolarmente evidente nel Movimento 5 Stelle, dove la voce interna del dissenso è spesso rappresentata dalle dichiarazioni dell’ex deputato Alessandro Di Battista: “La Russia non sta invadendo l’Ucraina (sic!). Poi, per carità, tutto può accadere, ma credo che Putin (e non solo) tutto voglia fuorché una guerra”, diceva il giorno prima dell’invasione. Dando la colpa alla Nato, ovviamente: “La Russia, giustamente, chiede garanzie riguardo la neutralità futura dell’Ucraina. Un’eventuale entrata (oggi impossibile ma domani chissà) dell’Ucraina nella Nato rappresenterebbe una minaccia inaccettabile per Mosca”. E dopo l’inizio dell’invasione? In un video, dice di condannare la guerra, ma di non aver cambiato idea neppure sulla Nato e sull’Ucraina. In senso lato, Di Battista ha sempre condiviso una visione “anti-imperialista” per cui tutti i problemi nel mondo sono conseguenza dell’imperialismo… occidentale. Nel dibattito sul “che fare” è ovviamente contrario alle sanzioni.

Senza dover necessariamente consultare la piattaforma Rousseau, basta entrare in un qualsiasi forum del non-partito per trovare che la stragrande maggioranza dei militanti e simpatizzanti ragiona come Di Battista e non come Di Maio. Il Movimento 5 Stelle è nato su queste basi culturali, sull’idea programmatica che l’Italia debba sganciarsi dalle alleanze occidentali per trovare alternative. E le alternative sono state presentate in modo più che concreto: è il primo governo Conte che ha firmato i protocolli politici della Nuova Via della Seta con la Cina e negli stessi mesi è stato pressoché l’unico in Europa a riconoscere la legittimità del presidente chavista Maduro in Venezuela e non quella del presidente dell’Assemblea Nazionale Juan Guaidó. Ed è il secondo governo Conte che ha esaltato la presenza di militari russi e consulenti cinesi in Italia nella prima fase della pandemia di Covid-19, quando, invece, i ben più consistenti aiuti europei e americani venivano taciuti, o citati in qualche riga di cronaca, da una comunicazione etero-diretta e coordinata da Casalino.

Ma il problema che, prima o poi scoppierà, anche se nessuno lo vuole affrontare, è nel centrodestra. I leader, come abbiamo visto, sono compatti nel condannare l’attacco russo. Salvini si è fatto riprendere mentre portava un omaggio floreale e si faceva il segno della croce di fronte alla sede dell’ambasciata ucraina. Ma i leghisti non apprezzano. Basta entrare in una qualsiasi sezione di commenti o nelle pagine social per trovare: un odio viscerale contro Biden, contro gli Usa, contro la Nato, incidentalmente sulla stessa strada del dittatore russo e con i suoi stessi identici argomenti. La stessa identica musica, anche se con toni un po’ più addolciti, si sente anche nelle pagine dei simpatizzanti di Fratelli d’Italia. Quelli che per “realismo” escludevano la possibilità di un’invasione russa dell’Ucraina, ora, ad invasione iniziata, distribuiscono equamente le colpe, alla Russia e a Biden. Ma soprattutto a Biden. Forza Italia (chi? Dove è adesso?) presenta oggi lo stesso scollamento. La mente del militante è ferma a Pratica di Mare (2002), quando Bush, Putin e Berlusconi stavano dalla stessa parte della storia. Ma il sogno si è infranto nel 2008, con l’invasione russa della Georgia, solo che il pidiellino, poi forzista, non attribuisce la colpa all’invasore di allora e di oggi. L’attribuisce sempre e comunque all’America e alla Nato, troppo “esosa”. Se la Georgia supplicava di essere ammessa, è colpa della Nato “che si espande”.

E gli argomenti sono sempre gli stessi, ripetuti infinite volte, da parte di tutti, grillini e simpatizzanti del centrodestra. Argomento 1: la guerra in Ucraina è come la crisi dei missili di Cuba, la Russia non può tollerare i missili americani sotto casa (missili che non ci sono, ma loro lo credono). Argomento 2: violando i patti presi con Gorbaciov, la Nato si è “espansa” troppo a Est, mentre gli Usa avevano promesso di non allargarla oltre l’Oder. Senza badare che questo argomento è un falso storico clamoroso, Italia Oggi, ad esempio, rilancia un documento pubblicato su Der Spiegel dove si spacciano i colloqui 4+2 sulla riunificazione della Germania, come un accordo fra Usa e Russia: “Il colloquio decisivo, riporta Der Spiegel, si è svolto il 6 marzo 1991 ed era centrato sui temi della sicurezza nell’Europa centrale e orientale, oltre che sui rapporti con la Russia, guidata allora da Michail Gorbaciov”. Solo una persona veramente digiuna di storia può pensare che Gorbaciov fosse “alla guida della Russia”: era infatti il presidente dell’Unione Sovietica. Eltsin, semmai, era il presidente della Russia. E quando la Russia dichiarò la sua indipendenza dall’Urss, il primo atto di Eltsin fu quello di riconoscere l’indipendenza alle altre repubbliche sovietiche, garantendo loro anche libertà di condurre la loro politica estera. Credere che la Russia sia erede dell’Urss è un problema: sarebbe come pensare che la Turchia possa ritenere validi i trattati firmati dall’Impero Ottomano. O peggio, che la Germania mantenga gli accordi stipulati dal Terzo Reich.

La base militante e simpatizzante di centrodestra, esattamente come il Movimento 5 Stelle, non recupera il buon senso neppure di fronte ad un’invasione, ad un crimine internazionale commesso platealmente. Ma non lo recupera perché è immersa in una bolla di disinformazione post-sovietica. Chi è il responsabile? Non la Pravda e neppure la scuola delle Frattocchie dei tempi sovietici, ma lo stesso responsabile che ci ha fatto il lavaggio del cervello su lockdown e Green Pass: è sempre il Quarto Potere, il giornalismo, con la sua truppa di professionisti dell’informazione, esperti accuratamente selezionati per presentare solo un lato della realtà, influencer per diffondere solo certi slogan e testimoni per suffragare una certa visione del mondo. I media di area, sia in campo grillino che nel centrodestra, sono quasi tutti intenti a ripetere il materiale prodotto da Mosca, usando sempre le stesse argomentazioni, esempi tutti uguali (come la crisi dei missili di Cuba…) e anche il modo di narrarle (paragoni impossibili, voli pindarici storici, un mix di cinismo e nostalgia, un pizzico di complottismo che fa sempre audience). Magari lo fanno in perfetta buona fede, perché quando una narrazione prende slancio, è difficile non aderirvi se si fa parte di un certo ambiente. Fatto sta che i giornalisti di centrodestra che hanno preso una posizione netta e forte contro Putin, anche dopo l’invasione, si contano sulle dita di una mano. I partiti non possono far nulla per cambiare le idee dominanti nei media della loro stessa area? Meglio di no, nel nome della libertà di stampa. Ma possono fornire un’alternativa.

I grillini sono “persi”, da questo punto di vista, perché non hanno mantenuto nessuna delle loro promesse elettorali, anzi al governo hanno sempre realizzato il contrario. È anche ora che si dividano in due o più formazioni distinte. Ma i partiti di centrodestra, devono invece iniziare a fornire un’alternativa all’humus anti-occidentale che finora hanno diffuso o lasciato diffondere nell’ultimo decennio, almeno dalla guerra di Libia in avanti. Ora che si impone un ri-posizionamento a Occidente, devono iniziare a fare formazione culturale, coerentemente con la loro scelta di campo occidentale. Altrimenti, galleggiando in questa continua ambiguità, si troveranno a dover scegliere se perdere voti o perdere la faccia. Perdere voti, per salvare la faccia nel mondo ed evitare di essere visti come gli amici di un dittatore aggressivo. Oppure conservare i voti e ridursi al ruolo di pariah politici, esclusi dai loro stessi alleati all’estero, non tanto a Bruxelles (che è campo di gioco del Pd), ma anche fra i conservatori americani e britannici, polacchi e baltici. Che sono per altro gli alleati naturali del nostro centrodestra e sanno, sulla loro pelle, quanto sia stato di vitale importanza aderire alla Nato.