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La gestione dell’emergenza non si improvvisa: il cortocircuito comunicativo della politica

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Baristi, ristoratori, gestori di locali pubblici sono persone rispettabilissime e meno male che ci sono e che fanno apprezzatissimo e molto visitato il nostro Paese. Un po’ meno solidale lo sarei con i super appassionati di calcio, ma vanno bene anche le loro istanze, ci mancherebbe. Ma qui si rischia la pelle e questo Stato, prontissimo ad infilarci a nostra insaputa un trojan sul telefono per scoprire se evadiamo le tasse, o sia pure per la necessaria repressione dei crimini, adesso deve fare lo Stato. Per dirla un po’ banalmente, deve tirare fuori le palle. Già non siamo stati tanto attivi e tempestivi quando, magari, contenere e controllare chi proveniva da nazioni palesemente infestate dal Covid-19 avrebbe fatto solo bene; cerchiamo almeno di essere decisi, chiari, univoci ed efficaci adesso che il guaio è scoppiato e l’epidemia si sta manifestando in tutta la sua gravità.

Nella gestione delle emergenze nazionali, alla quale non ci s’improvvisa ma, al contrario, prevede metodologie e passaggi tecnico-operativi ben delineati e collaudati, l’essere esitanti, indecisi, pronti al dietrofront, nonché preoccupati di non scontentare nessuno, può avere conseguenze esiziali. Ha ragione la gente comune (come capita spesso) che dice: “Hanno voluto la bicicletta? Adesso pedàlino!”. E quella bicicletta (a pedalata assistita, di quelle che non fanno faticare troppo) l’hanno fortissimamente voluta e mantenuta anche quando era il caso di lasciarla a ciclisti più esperti di loro, perbacco! Insomma, se negli ultimi anni si è verificata un’occasione perfetta per dimostrare capacità di governo, è proprio questa. Per ora, francamente, non abbiamo potuto constatare grandi capacità decisorie e di certo la lungimiranza non è tra le motivazioni delle ultime disposizioni statali e regionali di contrasto al coronavirus. Al contrario, finora almeno, abbiamo visto provvedimenti affrettati o tardivi, indecisioni colpevoli e sconfortanti, penose strumentalizzazioni politiche della situazione di crisi. La gente ha paura. Ha ragione ad averne e non basta certo rassicurare la popolazione dicendo che la mortalità è bassa, che trattasi di poco più (se non meno) di una banale influenza e tutta una serie di frasi fatte che non tranquillizzano affatto, anche perché il consesso scientifico è, come sempre, diviso e su posizioni quasi mai esattamente concordanti. Ma dobbiamo considerare che non c’è proprio nulla di nuovo nelle contrapposizioni teoriche degli studiosi, anzi è sempre stato così. Tale elementare considerazione dovrebbe suggerire a chi ha potere impositivo e dovere d’informazione ufficiale di non sposare passivamente la teoria di un solo scienziato, magari scelto per simpatia politica e, men che mai, ora non è il momento migliore per levarsi sassolini dalle scarpe. Altrettanto utopistico è il richiamo all’unione nazionale, all’ecumenismo, alla “tregua dell’acqua”, quella che impedisce alle bestie selvagge di non scannarsi tra loro quando la pozza alla quale abbeverarsi sia piccola ed insufficiente per tutti. Con buona pace degli animalisti, noi non siamo bestie, e non possiamo nemmeno diventarlo per necessità. Ma non siamo nemmeno bestie perché tra sostenitori di opposte fazioni politiche fatichiamo ad andare d’accordo adesso, all’improvviso. Proprio perché l’uomo possiede un raziocinio superiore alle bestie, dobbiamo essere realisti e non basare misure emergenziali dandone per certa la condivisione universale.

A differenza di altri campi dell’attività umana, la gestione delle crisi gravi, dalle guerre (ancora possibili, non dimentichiamocene mai, magari perché troppo distratti dal mettere fiori nei cannoni) per arrivare alle epidemie o pandemie planetarie, si dia per scontato che non tutti saranno d’accordo sulle misure urgenti e qualcuno, financo, le utilizzerà come arma di lotta politica. Il professionista della gestione delle emergenze non deve dare il minimo peso alle conseguenze politiche delle misure contingenti. Confondere la fase dell’emergenza con quella della “ricostruzione” è un errore gravissimo, e più volte commesso in occasioni di terremoti, per fare un esempio, purtroppo, ricorrente in Italia. Mi spiego: se costruire edilizia provvisoria nei pressi delle abitazioni distrutte dal sisma è un ottimo sistema per non disgregare le famiglie e rinforzare il tessuto sociale sconvolto, non è certo conveniente mantenere i moduli abitativi di emergenza per anni, così come non è mai opportuno ricostruire i paesi esattamente nella stessa posizione laddove i terremoti colpiscano la stessa faglia da millenni. A questa seconda fase, ahimè trascuratissima, si deve pervenire in un momento successivo, a bocce ferme. Lo stesso discorso vale altresì per le misure di contenimento del Covide-19. È del tutto inutile, se non fallimentare, pretendere di non scontentare alcune categorie di persone che sono fortemente danneggiate dall’imposizione di ridurre al minimo gli spostamenti e, contemporaneamente circoscrivere in una invalicabile zona controllata il cluster del virus. Così facendo, si possono fare danni, e ciò accade proprio per la già lamentata tendenza a non scontentare alcuno, anche laddove il potere dello Stato debba essere indiscusso ed indiscutibile.

Anche l’eccesso di comunicazione è totalmente deleterio e controproducente, e tale eccesso è certamente uno degli aspetti più sconfortanti e facilmente riscontrabile da chiunque, proprio in queste ore. Chi mi abbia già letto, proprio su queste pagine, ha riscontrato più volte la mia ferma e ragionata convinzione sui danni da eccesso di comunicazione, attività nella quale eccellono, almeno in termini meramente quantitativi, i nostri politici. Inarrestabili comunicatori e presenzialisti ad ogni costo, ogni giorno devono dire la loro, col risultato d’inevitabilmente contraddirsi spesso, di sottrarre tempo ai loro uffici, di seguire l’onda della polemica del giorno senza altro obiettivo che “farsi trovare sul pezzo”. Pochi giorni orsono, su queste pagine, in un articolo sulla Protezione civile, lamentavo l’eccesso e la molteplicità di fonti informative per la popolazione, in totale spregio delle esigenze di centralità, univocità, chiarezza e non ridondanza di tali comunicazioni durante l’emergenza. Accade esattamente quanto temevo: troppi parlano, si contraddicono, fanno le loro battaglie personali. Abbiamo costruito un mostro comunicativo, abbiamo corso troppo e buttato alle ortiche il lavoro paziente dei ragionati uffici stampa e moltiplicato a dismisura quelli che rilasciano dichiarazioni “ufficiali”. Tutto ciò in nome di un indiscutibile diritto all’informazione immediata e sulla pluralità dell’informazione che, per quanto giusta ed auspicabile, laddove sia eccessiva, si dimostra deleteria e fonte di panico, sconcerto e confusione. Ben vengano le misure di protezione, anche e soprattutto se tarate volontariamente ad un livello superiore a quello del pericolo attuale. Questo si fa da sempre ad ogni livello di protezione, anche militare e va bene. Ma adesso proteggiamo la gente, con ogni mezzo sia necessario. A riparare i danni di questa crisi, che indubbiamente avrà effetti devastanti sull’economia, penseremo quando avremo decretato lo scampato pericolo. Dedicare ogni risorsa disponibile a proteggere l’economia, prima ancora di proteggere le persone, potrebbe essere disastroso.

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